La voce di Rebecca Liberati ha qualcosa che resta addosso. Arriva lieve dall’altra parte del telefono, ma porta con sé la profondità di chi ha imparato a trasformare emozioni, dubbi e fragilità in materia viva per i propri personaggi. Non cerca mai di imporsi, ma finisce inevitabilmente per farsi ascoltare. Parla dei suoi personaggi come di incontri che l’hanno cambiata, delle fragilità come di una forza e del lavoro dell’attrice come di un continuo esercizio di ascolto. Dalla disciplina del conservatorio ai set cinematografici, dal teatro che considera una casa alla musica che identifica con la libertà più autentica, Rebecca ripercorre un cammino costruito passo dopo passo. Ne emerge il ritratto di un’artista sensibile e determinata, capace di muoversi tra mondi diversi senza perdere mai la propria identità.
Rebecca Liberati, l’étoile
In Frammenti interpreta Vittoria Pesca, l’étoile: un personaggio freddo, rigoroso e apparentemente impenetrabile. Come hai lavorato per costruirla e quali punti di contatto hai trovato con lei?
Vittoria è un personaggio che, per molti aspetti, sento lontano da me, ma che allo stesso tempo conosco intimamente. La mia formazione è iniziata in conservatorio e conosco bene quei contesti in cui l’arte è indissolubilmente legata alla disciplina, dove il rigore non è considerato una scelta, ma una condizione necessaria per raggiungere l’eccellenza. È un mondo che ho frequentato a lungo, che ho amato profondamente e con cui, a tratti, mi sono anche scontrata. Per questo riesco a comprendere Vittoria, pur senza condividerne del tutto la visione. Lei affronta la vita attraverso regole ferree e un controllo costante, mentre io credo maggiormente nell’ascolto, nella possibilità di cambiare, nell’importanza di lasciarsi trasformare da ciò che accade. Per interpretarla ho lavorato soprattutto sul corpo.
Prima di ogni scena immaginavo che fosse fatto di marmo, o addirittura di metallo: una materia rigida, incapace di piegarsi. Ho cercato di eliminare ogni movimento superfluo e di trattenere il più possibile le emozioni, soprattutto nelle scene con Riccardo, lasciando che emergessero solo attraverso piccole incrinature. A guidarmi è stata un’immagine molto precisa, legata ai miei studi musicali. Pensavo spesso a una corda di violino: se non è sufficientemente tesa, non produce alcun suono. È proprio quella tensione a generare la musica. Vittoria vive secondo lo stesso principio. È convinta che solo attraverso il sacrificio, il controllo e una disciplina assoluta l’arte possa raggiungere la sua forma più alta. In fondo, ciò che pretende dal figlio nasce da questa convinzione: una dedizione totale, senza compromessi. È una visione che attraversa la storia di molti grandi artisti, capaci di raggiungere risultati straordinari, ma spesso pagando un prezzo altissimo sul piano umano.
Cosa l’ha affascinata maggiormente di lei leggendo la sceneggiatura?
La sua volontà. Una volontà quasi assoluta, capace di mettere in secondo piano tutto il resto: gli affetti, l’amore, il desiderio di una felicità immediata. Mi ha colpita perché è qualcosa che appartiene poco al mio carattere. Vittoria possiede una determinazione radicale, una capacità di perseguire la propria visione senza lasciarsi distrarre da nulla. Non vive nel presente, vive in una prospettiva molto più ampia, quasi storica. C’è in lei una forma di virtus antica che ho trovato estremamente affascinante. È una donna che guarda oltre la vita quotidiana e che misura ogni scelta sulla base di un ideale più grande. Pur essendo distante da me, sentivo di poter entrare in contatto con quella forza. Dentro ciascuno di noi esistono zone che normalmente restano silenziose, ma che possono emergere quando un personaggio le richiama. Con Vittoria è successo proprio questo. Ho cercato di dare voce a quella parte di me e spero di essere riuscita a restituirla sullo schermo.

Dalla provincia a Bellocchio
Da giovanissima è stata scelta da Marco Bellocchio per Pagliacci. C’è un insegnamento che le ha lasciato e che ancora oggi porta con sé sul set?
Ricordo perfettamente un episodio avvenuto durante le riprese di Pagliacci. A un certo punto sentii che il mio personaggio avrebbe dovuto reagire in modo diverso da quanto previsto in sceneggiatura. C’era qualcosa che, dal mio punto di vista, non funzionava sul piano emotivo e sentivo il bisogno di condividerlo. Era la mia prima esperienza importante e mi ritrovavo improvvisamente catapultata da una realtà di provincia sul set di Marco Bellocchio. Nonostante l’emozione e il timore reverenziale, trovai il coraggio di esprimere il mio dubbio. Con mia sorpresa, Bellocchio mi ascoltò con grande attenzione e accolse la proposta. Da quell’episodio ho imparato una lezione che porto ancora con me: quando senti davvero un personaggio, non devi avere paura di far sentire la tua voce. Gli attori vivono la storia dall’interno e, a volte, riescono a cogliere sfumature che possono sfuggire a uno sguardo esterno. Naturalmente serve coraggio, soprattutto agli inizi, ma credo che il confronto tra attore e regista sia fondamentale. Bellocchio mi ha insegnato che il dialogo sincero non è un ostacolo al processo creativo, bensì una delle sue risorse più preziose.
Il cortometraggio Spera Teresa le ha regalato tre premi come Migliore Attrice. Quando ha capito che quel personaggio stava arrivando al pubblico con una forza così particolare?
Il primo momento in cui ho percepito che stava accadendo qualcosa di speciale è stato al Torino Film Festival. Già il fatto di essere stati selezionati mi sembrava incredibile. Quando ho visto gli altri cortometraggi in concorso, tutti molto sperimentali e costruiti secondo codici differenti dai nostri, ero convinta che Spera Teresa fosse un corpo estraneo rispetto al contesto. Il nostro era un lavoro volutamente grottesco, un mockumentary che utilizzava linguaggi e soluzioni stilistiche fuori dagli schemi. Durante la proiezione osservavo la giuria e vedevo i giurati ridere, reagire, persino riprendere alcune scene con il telefono. Pensai che forse il film sarebbe stato apprezzato per la sua originalità, ma nulla di più. Poi arrivò la vittoria. Fu in quel momento che iniziai a comprendere che ciò che avevamo vissuto sul set era riuscito a trasformarsi in qualcosa di universale. Per me Spera Teresa è stato quasi un piccolo miracolo artistico. Mi ha permesso di esprimere una parte di me molto autentica, istintiva, viscerale. Ancora oggi continuo a incontrare spettatori che mi parlano di quel lavoro con entusiasmo e partecipazione. Sto ancora cercando di capire perché abbia toccato il cuore a così tante persone.
Dopo quei riconoscimenti è cambiato qualcosa? Ha avvertito il peso delle aspettative?
Più che il peso delle aspettative, ho ricevuto una conferma. Sono una persona molto severa con me stessa e raramente mi capita di guardare un lavoro concluso sentendomi davvero soddisfatta. Per me il traguardo non coincide con un premio, ma con la consapevolezza di aver dato tutto ciò che potevo a un personaggio e a un progetto. Con Spera Teresa e, successivamente, con Frammenti, mi sono avvicinata più che in altre occasioni a quella sensazione. Allo stesso tempo, però, il cinema è un’arte profondamente collettiva: il risultato finale dipende da molti fattori e non sempre coincide con ciò che ciascuno immaginava.
Per questo è difficile avere la certezza di aver espresso fino in fondo il proprio potenziale. I riconoscimenti hanno avuto comunque un valore enorme, perché mi hanno dato la forza di continuare. Quello dell’attore è un mestiere fatto di attese, rifiuti, dubbi e continue prove di resistenza. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta se valesse davvero la pena insistere. Ricevere un premio è importante, ma ciò che mi ha colpita ancora di più è stato l’affetto del pubblico. Quando qualcuno ti racconta di essersi emozionato grazie a un personaggio o di aver portato con sé una tua interpretazione, capisci che il lavoro svolto è arrivato davvero a destinazione. È proprio quel legame umano, più di qualsiasi riconoscimento, a ricordarmi perché ho scelto questo mestiere e a spingermi ad andare avanti anche nei momenti più difficili.
L’esperienza fuori dallo schermo
Il teatro fa parte del suo DNA: nel 2017 ha fondato la compagnia Teatro del Divenire. Com’è nato questo progetto?
Il teatro fa parte della mia vita da sempre. Ho iniziato da bambina, anche grazie a mia madre, che aveva un forte legame con il mondo dello spettacolo e mi ha trasmesso molto presto l’amore per la recitazione. Ricordo che mi insegnava monologhi che poi recitavo durante le riunioni di famiglia e che, persino a scuola, trasformavo le poesie in piccole performance teatrali. Quando ne ho avuto l’opportunità, mi sono iscritta a un corso di teatro e da allora non ho mai smesso. Il Teatro del Divenire nasce proprio da questa esigenza: creare uno spazio di ricerca, crescita e trasformazione continua, un luogo in cui il lavoro artistico diventa anche un percorso umano.
Il teatro ti mette costantemente di fronte a te stesso. Sul palcoscenico non esistono scorciatoie: una volta entrato in scena devi esserci completamente, con tutta la tua presenza e la tua verità. È un’esperienza che ti forma profondamente, sia come artista sia come persona. Con Amara, ad esempio, porto in scena un monologo estremamente impegnativo, che richiede un coinvolgimento totale sul piano interpretativo e fisico. È una sfida continua che intreccia parola, corpo, voce e canto, spingendomi ogni volta a superare i miei limiti. Pur amando profondamente il cinema, considero il teatro una scuola insostituibile. Mi ha insegnato il rigore, l’ascolto e la presenza, ma soprattutto il valore del rapporto diretto con il pubblico: uno scambio vivo e irripetibile che continua a rappresentare una delle emozioni più intense del mio mestiere.
I prossimi ruoli
Ritornando al cinema, presto la vedremo in Miopia e I colori della tempesta. Cosa ci può anticipare di questi progetti?