Before I Go To Sleep è un thriller psicologico del 2014 diretto da Rowan Joffe, tratto dall’omonimo romanzo di S.J. Watson. Ridley Scott ne acquistò i diritti e poi li cedette a Joffe per la trasposizione. Il film è reperibile su RaiPlay e ruota attorno a uno dei meccanismi narrativi più abusati e al tempo stesso più efficaci del cinema: l’amnesia anterograda.

Amnesia
Ogni mattina Christine (Nicole Kidman) si sveglia in una casa che non riconosce, accanto a un uomo, Ben (Colin Firth), che dice di essere suo marito. Non ha memoria di nulla, sente però i postumi di un trauma di cui porta ancora alcuni segni sul corpo. Ogni giorno è il primo giorno perchè ogni sera, quando chiude gli occhi, tutto si cancella. È una condizione crudele e, dal punto di vista drammaturgico, comodissima: permette di resettare la narrazione e di far progredire lentamente il puzzle.
Il meccanismo è semplice ma potenzialmente straziante. Christine riceve dal marito Ben una dose quotidiana di tenerezza e di foto incorniciate che dovrebbero aiutarla a ricostruire la propria identità. Quando il marito va a lavoro Christine esce di casa e incontra clandestinamente il dottor Nash (Mark Strong), uno psicoterapeuta che la segue di nascosto dal marito e la invita a registrare su videocamera tutto ciò che scopre. Ogni giorno accumula frammenti che ogni notte la mente cancella ma la viseocamera conserva. Sullo sfondo aleggiano un figlio forse esistito, un’amica sparita e un incidente che non torna mai del tutto.
Il film gioca abilmente sul doppio livello di conoscenza: lo spettatore sa più di Christine, ma non sa tutto. Joffe distribuisce indizi con parsimonia, creando un effetto di progressiva inquietudine. Chi è davvero l’uomo che dorme accanto a lei? Il marito devoto che appare o una figura più ambigua? E il terapeuta così premuroso è mosso solo da spirito scientifico o ha secondi fini? Il dubbio si insinua piacevolmente, almeno per la prima ora.
Un genere con una lunga memoria (paradossalmente)
L’amnesia è da decenni una miniera per il cinema. Da Memento (2000) di Christopher Nolan, dove la perdita di memoria diventa un vero e proprio stile narrativo a spirale, fino a commedie leggere come 50 Volte il Primo Bacio (2004), dove Adam Sandler deve riconquistare ogni giorno la stessa donna. O l’onirico e malinconico Se Mi Lasci Ti Cancello (2004), in cui l’amnesia è uno strumento chirurgico per rimuovere i ricordi dolorosi. E naturalmente The Bourne Identity (2002), che mescola amnesia con azione adrenalinica.
Before I Go To Sleep guarda però soprattutto a Alfred Hitchcock, in particolare a Io Ti Salverò (Spellbound, 1945). In entrambi i casi la terapia diventa indagine poliziesca, e l’amnesia funziona come meccanismo di difesa psicologica per nascondere un trauma violento. Joffe sostituisce l’interpretazione dei sogni con la videocamera digitale, strumento più prosaico ma funzionale. L’idea è intrigante: la memoria come hard disk che ogni notte viene formattato.
Purtroppo, però, il film soffre di una certa timidezza. Dopo un avvio solido e una costruzione dell’angoscia piuttosto efficace, la sceneggiatura inizia a mostrare le suture. A metà percorso lo spettatore ha già capito parecchio, e il colpo di scena finale arriva con meno forza di quanto si vorrebbe. Alcuni elementi restano sospesi: la polizia sembra stranamente disinteressata a un caso di violenza domestica con amnesia grave; certi cambi di identità vengono accennati ma non approfonditi; e la geografia del film è a tratti comica. Christine non sa chi è, non sa dove vive, ma quando le dicono “ci vediamo al parco di Greenwich” ci arriva senza senza particolari crisi esistenziali.
I rapporti interpersonali, poi, hanno una patina di artificialità che alla lunga pesa. Il triangolo (o quadrato) tra marito, moglie, terapeuta e ricordo dell’amica sembra recitato con il freno a mano tirato. Tutti sono gentili, tutti sono premurosi, tutti sembrano nascondere qualcosa: il risultato è che alla fine nessuno sembra davvero innocente, ma nemmeno davvero interessante.

Attori in cerca di un film migliore
Nicole Kidman fa quello che sa fare meglio: incarnare una fragilità elegante, uno smarrimento di classe. Il suo volto riesce a trasmettere la stessa identica disperazione giorno dopo giorno senza cadere nel ridicolo. Colin Firth, dal canto suo, è perfettamente a suo agio nel ruolo dell’uomo paziente e leggermente opprimente nella sua sollecitudine. Mark Strong porta la giusta dose di ambiguità. Il problema non è la recitazione, quanto piuttosto il materiale che gli viene dato. Sembrano tre bravi attori che hanno accettato un film di medio livello sperando che decollasse, ma che alla fine si sono dovuti accontentare di un atterraggio morbido.
Rowan Joffe inserisce qua e là piccoli tocchi da thriller (auto che sfrecciano, aerei che atterrano in modo improbabile, momenti di tensione domestica) come se volesse ricordarci che stiamo guardando un film di suspense e non una seduta di psicoterapia. Funziona a tratti, ma spesso sembra zucchero a velo su un dolce che avrebbe avuto bisogno di più sostanza.
Un bilancio che non quadra
Con un budget di circa 22 milioni di dollari e un incasso mondiale di poco superiore ai 15, Before I Go To Sleep non è stato un successo nemmeno dal punto di vista commerciale. E si capisce. Ha l’intelligenza di impostare una premessa forte, ma poi si perde nella gestione del ritmo e nello sviluppo dei personaggi secondari. Rimane un’opera dignitosa, ben fotografata, con un cast di livello, ma che non riesce a elevarsi. In sosostanza è consigliato a chi ama i thriller psicologici che non chiedono particoalre attenzione, a chi apprezza la Kidman anche quando non è al massimo della forma, e a chi non pretende di essere sorpreso fino all’ultima inquadratura.