Andrea Bruschi ha il fascino raro di certi attori che sembrano appartenere più a un immaginario che a un’epoca precisa. Attore, musicista, autore, attraversa il cinema con un’eleganza irregolare e mai del tutto rassicurante, come quei personaggi che restano impressi più per ciò che suggeriscono che per ciò che mostrano. Gli occhi sono chiari, di un azzurro-grigio luminoso, attraversati da riflessi freddi che risaltano immediatamente sul resto del volto. Lo sguardo è diretto ma gentile, capace di mescolare inquietudine, ironia e una malinconia trattenuta. Anche al telefono, quella stessa intensità sembra attraversare le parole, le pause, il modo in cui racconta il cinema e la musica. Nel tempo è passato con naturalezza dal cinema d’autore alle grandi produzioni internazionali, senza perdere mai quella vena visionaria che sembra accompagnarlo ovunque. Ma parlare con lui significa inevitabilmente andare oltre il singolo film: il Novecento italiano, David Lynch, Alan Ford, la musica, il cinema politico, i fumetti, Bowie, Genova. Ogni discorso diventa una deviazione sorprendente dentro un immaginario personale e stratificato. Ed è forse proprio questo il tratto che rende Andrea Bruschi così interessante: la sensazione che, dietro ogni progetto, continui ostinatamente a cercare qualcosa di più profondo della semplice interpretazione.
Spyne è un film coraggioso, ispirato a una storia vera. Lei interpreta un personaggio complesso, pieno di chiaroscuri. Come si è avvicinato a questa figura?
È un film coraggioso soprattutto perché si tratta di un’opera prima. Ha un’identità molto forte: una spy story ispirata a fatti reali, costruita con un impianto narrativo intenso e originale. È stata proprio la storia a convincermi ad accettare il progetto. Certo, conoscevo e stimavo gran parte del cast, ma ciò che mi ha colpito di più è stato il personaggio. Leggendo la sceneggiatura ho subito sperato che non fosse una figura lineare, ma qualcuno con profondità e contraddizioni. Ed è stato esattamente così. Per un attore interpretare un ruolo del genere è affascinante, perché richiede un lavoro continuo sui dettagli, sugli atteggiamenti, su ciò che si decide di mostrare e ciò che invece resta nascosto. Bisogna muoversi su un equilibrio sottile: essere presenti senza rivelarsi mai del tutto. È stata un’esperienza intensa e molto stimolante, anche grazie all’atmosfera che si è creata sul set. Il cast era estremamente unito, senza competizione, con il desiderio comune di costruire qualcosa di autentico. Ed è una condizione rara.
Ha spesso interpretato personaggi inquieti, ambigui, attraversati da zone d’ombra. Cosa la affascina di più di questi ruoli?
Le zone d’ombra sono il cuore stesso del racconto. È lì che nasce il conflitto, ed è il conflitto a dare vita a una storia. Senza fragilità, contraddizioni o lati oscuri non esisterebbero personaggi davvero interessanti. Credo che il vero rischio, per un attore, sia trovarsi davanti a figure completamente lineari, prive di sfumature. La ricchezza sta invece nell’ambiguità, in ciò che rimane sospeso e non viene spiegato fino in fondo. Pensiamo ai grandi personaggi del cinema popolare: ci ricordiamo di Luke Skywalker, certo, ma forse ancora di più Darth Vader. Oppure a Il silenzio degli innocenti, dove l’inquietudine creata da Anthony Hopkins diventa il centro emotivo del film. Spesso ciò che rende davvero affascinante un’opera è proprio il fatto che non tutto sia immediatamente comprensibile. Succede nel cinema di David Lynch, ma anche in quello di Fellini: autori diversissimi, accomunati dalla capacità di creare mondi quasi onirici, aperti a molteplici interpretazioni. Quando il cinema riesce a fare questo, diventa qualcosa di straordinario.
Ha lavorato con registi molto diversi, da Guido Chiesa a Michael Mann. Cosa cambia passando dal cinema italiano a una grande produzione internazionale?
Ciò che non cambia è la necessità di dare vita a una storia: il racconto resta sempre al centro. A cambiare è soprattutto l’approccio produttivo e culturale. Sui set americani ho trovato una professionalità impressionante. Tutti condividono lo stesso obiettivo: realizzare il miglior film possibile, e nessuno mette mai in discussione il valore umano delle persone. È un ambiente molto aperto al confronto e all’approfondimento. Il cinema italiano, però, conserva una libertà creativa straordinaria. Da noi esiste ancora una forte componente istintiva, una capacità di lasciarsi sorprendere dall’intuizione del momento. Ed è qualcosa che appartiene profondamente alla nostra tradizione. Abbiamo avuto grandi maestri capaci di costruire opere meravigliose anche attraverso l’imprevedibilità. Guido Chiesa, ad esempio, ha un approccio molto rigoroso e consapevole. Con lui ho realizzato due film importanti e tengo particolarmente a Il partigiano Johnny, che considero un’opera fondamentale del cinema italiano contemporaneo. È un film che meriterebbe di essere riscoperto molto più spesso, perché appartiene alla grande tradizione del cinema politico e del cinema-verità italiano. Rivedendolo oggi colpiscono sia il livello del cast che la cura produttiva. Mi piacerebbe vedere sempre più film coraggiosi, fuori dagli schemi, capaci di affrontare temi scomodi. Non dimentichiamoci che gran parte del cinema moderno è nata qui: non esiste grande cineasta che non abbia visto Ladri di biciclette o Miracolo a Milano.

Ph. Silvia Menegon
Con Guido Chiesa ha lavorato anche in Lavorare con lentezza. Registi come lui raccontavano un’Italia politica e ribelle. Pensa che oggi il cinema italiano abbia perso quella forza?
Se l’ha persa, credo debba assolutamente ritrovarla. Nei momenti più difficili, il cinema italiano ha sempre saputo dare il meglio di sé. Il Neorealismo nasceva dalla miseria e dalla disperazione, ma anche da un enorme bisogno di verità e coraggio. Oggi sento la necessità di tornare a raccontare storie profonde, autentiche, capaci di lasciare un segno. L’Italia è un Paese pieno di memorie e contraddizioni: ogni città custodisce racconti potentissimi che aspettano soltanto di essere riportati sullo schermo. Anche le serie televisive potrebbero esplorare molto di più il Novecento italiano, che è stato un secolo incredibile sotto ogni punto di vista. Spesso si preferisce uno sguardo più rassicurante, mentre credo esistano ancora tante storie dure, complesse e necessarie da raccontare con maggiore coraggio e libertà.
In Ferrari si respirava un’estetica molto fisica, intensa, quasi ossessiva. Com’è stato entrare nel mondo creativo di Michael Mann?
Il cinema americano ha fatto parte della mia formazione, quindi lavorare con Michael Mann è stato un sogno realizzato. Per Ferrari abbiamo preparato una sola scena per un mese intero. Quella della messa ha richiesto uno studio approfondito: ho imparato a celebrare il rito in latino, sono stato accompagnato a Modena e seguito da un sacerdote che mi ha insegnato il rituale del 1957. Tutto veniva provato, filmato, perfezionato nei minimi dettagli. Nulla era lasciato al caso.
Dopo Ferrari e Lamborghini, la vedremo anche in The Maserati Brothers. Continua quindi il sodalizio con Bobby Moresco.
Bobby Moresco è stato un incontro molto importante nel mio percorso americano. Tutto è iniziato con alcuni provini e da lì è nato un rapporto artistico che continua ancora oggi. Con lui ho girato Bent – Polizia criminale, accanto a Karl Urban e Andy Garcia, poi Lamborghini, dove interpretavo Franco Scaglione, designer della prima Lamborghini. È stato uno dei ruoli più belli che abbia avuto nel cinema americano, perché raccontava una figura simbolo della creatività italiana del dopoguerra. Non mi aspettavo di essere richiamato anche per The Maserati Brothers, invece Bobby mi ha proposto un cameo nel ruolo di un medico legato alla storia della famiglia Maserati. È stato bello lavorare ancora con lui e spero che questa collaborazione continui a lungo.
Ha attraversato generi molto diversi: cinema d’autore, horror, crime, serie internazionali, commedia. È stata una scelta precisa quella di non farsi etichettare?
Credo che ognuno finisca per attrarre ciò che è davvero. Io sono sempre stato molto curioso, profondamente influenzato dalla musica, dal cinema e soprattutto dalla letteratura del Novecento. Più che inseguire percorsi rassicuranti, ho sempre preferito mettermi alla prova ed esplorare territori nuovi, anche correndo qualche rischio. Riuscire a parlare diverse lingue mi ha permesso di costruire un percorso che sento autenticamente mio. Mi interessa il racconto in tutte le sue forme: passare dall’horror al crime, dalla commedia al dramma significa continuare a scoprire prospettive nuove, sia come attore che come persona. Recentemente ho lavorato a I delitti del BarLume, una commedia crime molto raffinata, che per certi aspetti mi ha ricordato il miglior Monicelli. È stato bellissimo confrontarsi con quell’equilibrio tra ironia e tensione narrativa. In fondo è proprio questa imprevedibilità a rendere il mestiere dell’attore così vivo e affascinante.
Ha scritto e interpretato 500!. Quanto conta la scrittura nel suo percorso artistico?
Conta moltissimo. Ho scritto diversi progetti e alcuni li ho anche interpretati. 500! era un film surreale, ispirato ad Alan Ford, a un certo immaginario fumettistico e a quel cinema corale e visionario che oggi si vede molto meno. Mi vengono in mente film come Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo: opere piene di guest star, costruite attorno a situazioni assurde e travolgenti. Anche 500! aveva quello spirito leggero e imprevedibile. Era un film in continuo movimento, quasi anarchico, dove ogni mezz’ora sembrava cambiare tono e stile. I registi erano Robbiano, Vignoli e Zingirian. Genova, poi, possiede una sua tradizione ironica molto riconoscibile. Io non sono un comico, ma quella sensibilità appartiene anche a me. Avere nel cast attori come Ugo Dighero, Marcello Cesena, Massimo Olcese e Marina Massironi significava anche rendere omaggio a quella scuola di comicità. Sono interpreti che ancora oggi, quando salgono sul palco o entrano in scena, mostrano tutta la loro forza.

Ph. Silvia Menegon
L’ultimo progetto che ha scritto?
Recentemente ho iniziato a lavorare, dopo tanti anni, a una graphic novel insieme ad Andrea Ferraris, fumettista straordinario e amico di lunga data. Il progetto si intitola Orchidea ed è ambientato in un night club della Genova del 1959. Da questa storia nascerà anche il mio prossimo disco e mi piacerebbe che un giorno diventasse una serie o un film. In generale mi interessa raccontare mondi, atmosfere, persone. Credo che anche nelle storie più piccole, magari legate a un quartiere o a una città, si nascondano vicende incredibili. È questo che continuo a cercare, sia come attore che come autore.
In futuro la vedremo in Melody in the Forest, film diretto da Roberto Lippolis con Kevin Spacey e poi nel docufilm Nuovo Cinema Portofino, diretto da Michele Rovini.
La musica, per me, è qualcosa di assoluto. È stata fondamentale nella mia formazione, non solo artistica ma anche personale, e ha sempre accompagnato il mio percorso creativo. Amo artisti come David Bowie, Battiato, Tenco, i Depeche Mode: musicisti capaci di costruire mondi sonori e trasportarti altrove. Per anni ho usato lo pseudonimo “Marty” nei miei progetti musicali, forse per separare la figura dell’attore da quella del cantante.
“Marty” è infatti il nome che accompagna da anni il suo percorso musicale. Oggi però, con il nuovo disco in italiano, ha scelto di metterci anche il suo nome. Perché?
“Marty” è uno pseudonimo che ho scelto per la musica: ho sempre suonato, portato avanti progetti, in gruppo e da solista. Quando ho realizzato il mio primo disco con Paolo Benvegnù — grandissimo cantautore e produttore, scomparso purtroppo un anno e mezzo fa — sentivo il bisogno di creare un’identità diversa. Così è nato Marty. Mi piaceva l’idea di separare i due percorsi, evitando che le persone vedessero semplicemente “l’attore che fa musica” o “il musicista che fa l’attore”. Oggi, però, con Orchidea, il discorso è diverso. È un progetto interamente in italiano, quindi mi sento più esposto, più nudo, ed è per questo che uscirà come Andrea Bruschi e i suoi Marty. È un lavoro profondamente legato al racconto: all’interno del disco ci sarà anche il prologo della graphic novel Orchidea, sotto forma di fumetto, disegnato da Andrea Ferraris e scritto insieme a me. Anche i live avranno una forte componente visiva: dove sarà possibile, un fumettista disegnerà dal vivo durante il concerto. È un progetto molto cinematografico, capace di intrecciare linguaggi diversi, e spero davvero di portarlo in tutta Italia, Sicilia compresa. Cantare in italiano renderà tutto più diretto e immediato. I miei dischi precedenti hanno avuto ottimi riscontri nei Paesi anglosassoni e in Germania, anche perché cantati in inglese, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di far dialogare cinema e musica. In fondo, quando il cinema raggiunge la sua forma più alta, finisce per assomigliare a una composizione musicale.
Tra l’altro King of the Minibar sembra quasi un film raccontato attraverso delle canzoni. Quando compone si sente più narratore o musicista?
Uso la forma canzone per raccontare storie. Sono cresciuto con la musica e scrivere, per me, è sempre stato qualcosa di spontaneo, naturale, quasi guidato da un’urgenza interiore. Può piacere oppure no, ma non nasce mai dalla vanità. Amo molto anche il lavoro in studio: considero lo studio di registrazione uno strumento creativo vero e proprio, un luogo in cui costruire atmosfere e immaginari. In fondo è questo che cerco nella musica che ascolto e che provo a creare: mondi sonori capaci di farmi viaggiare, emozionare e riflettere.
Nella sua musica c’è spesso una malinconia velata. È qualcosa che sente profondamente?
Sì, credo sia qualcosa che porto dentro naturalmente.
Cosa le dà la musica che nel cinema non trova?
La musica, secondo me, ha qualcosa di assoluto. Baudelaire diceva che “La musica scava il cielo”, ed è vero: possiede una forza primordiale, misteriosa, immediata. Una canzone può aprirti un mondo all’improvviso, evocare immagini ed emozioni senza bisogno di spiegazioni. Il grande cinema riesce a toccare quelle stesse vette, ma la musica resta qualcosa di ancora più diretto. Per me entrambe sono necessità vitali. Anche semplicemente ascoltare musica o guardare film mi fa stare bene. Continuo a cercare storie, emozioni, mondi da attraversare. Ed è probabilmente questo che spero di fare anche tra dieci anni: continuare a sentirmi vivo attraverso i progetti che scelgo.
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