Ci sono attori che diventano registi e realizzano film competenti. Poi ci sono attori che dirigono come se avessero passato anni ad aspettare il permesso di esplodere. Con La cronologia dell’acqua, Kristen Stewart fa esattamente questo.
In uscita nelle sale italiane l’11 giugno, l’adattamento di Stewart del memoir cult di Lidia Yuknavitch non è un debutto di prestigio costruito su una sofferenza di buon gusto o su un’emancipazione ben confezionata. È spigoloso, sensoriale, furioso, erotico e profondamente vivo: un film che sembra più un’esorcizzazione che una costruzione. Stewart non si limita a dirigere le scene; le rompe. Lascia che i ricordi inondino l’inquadratura come il trauma inonda un corpo: in modo imprevedibile, violento, senza una cronologia precisa.
E in qualche modo, in mezzo a tutta questa frammentazione, trova una chiarezza sorprendente.
Imogen Poots offre la performance della sua carriera

Al centro del film c’è una straordinaria Imogen Poots nei panni di Lidia Yuknavitch, cresciuta in una famiglia in cui subiva abusi sessuali, che cerca di sfuggire alle cicatrici attraverso il nuoto, il sesso, la droga, l’autodistruzione e, infine, la scrittura.
Poots non interpreta il dolore nel senso convenzionale da stagione dei premi. Incarna la contraddizione. La sua Lidia è magnetica e ripugnante, tenera e crudele, euforica e vuota allo stesso tempo. Un attimo prima si scaglia contro le persone che cercano di amarla, l’attimo dopo crolla su se stessa come se il suo corpo stesso fosse diventato insopportabile.
Stewart comprende che l’abuso non si limita a ferire una persona, ma ne frattura il senso di sé. Il film cattura questa frattura attraverso la straordinaria fisicità di Poots: il modo in cui le sue spalle si irrigidiscono prima dell’intimità, il modo in cui sputa la parola “famiglia” come veleno, il modo in cui desiderio e terrore coesistono nei suoi occhi.
“Si può capire molto di una persona guardandola in acqua”,
dice Lidia a un certo punto. Poots riesce a rendere ogni gesto esattamente così: spontaneo, istintivo, impossibile da simulare.
Kristen Stewart dirige come una poetessa

Ciò che distingue immediatamente La cronologia dell’acqua da innumerevoli narrazioni sul trauma è il rifiuto di Stewart di dare spiegazioni.
Non ci sono quasi inquadrature di ambientazione, nessuna struttura rassicurante che guidi lo spettatore da un punto di svolta emotivo all’altro. Le scene arrivano bruscamente e scompaiono altrettanto rapidamente, come se fossero strappate dalla memoria prima ancora di poter acquisire una coerenza completa. Il risultato è ipnotico.
Lavorando con il direttore della fotografia Corey C. Waters e la montatrice Olivia Neergaard-Holm, Stewart crea un film che si muove come l’acqua attraverso una rete da pesca, catturando frammenti di memoria, desiderio, vergogna e liberazione mentre scorrono. La telecamera si sofferma sui primi piani: pelle, occhi, sudore, bocche, lividi. Ogni inquadratura è tangibile. L’intimità qui è invasiva.
Lo stile di Stewart richiama il linguaggio emotivo e associativo di Terrence Malick, ma filtrato attraverso qualcosa di più sporco, più corporeo: un po’ Charles Bukowski, un po’ diario clandestino scarabocchiato con il rossetto sullo specchio del bagno.
E poi c’è la famosa idea di Werner Herzog della “verità contabile” contrapposta alla verità estatica. Stewart non sembra minimamente interessata al realismo fattuale.
“I ricordi sono storie. Quindi è meglio che te ne inventi una con cui tu possa convivere”.
Il film si muove interamente all’interno di questa filosofia. I fatti si dissolvono. La verità emotiva rimane.
L’acqua come fuga, desiderio, rinascita

Il simbolismo dell’acqua attraversa il film con una fluidità sorprendente. Nuotare diventa fuga, reinvenzione, annientamento. L’acqua è il luogo in cui Lidia può lasciarsi alle spalle se stessa.
“Nell’acqua, come nei libri, puoi lasciare la tua vita”.
Stewart ritorna costantemente su quest’idea: la scrittura e il nuoto come forme gemelle di sopravvivenza. Entrambe permettono a Lidia di diventare temporaneamente incorporea, di trasformare il trauma in movimento. Alcune delle sequenze più straordinarie del film collegano sessualità, violenza e acqua in modi che risultano scioccanti non perché provocatori, ma perché brutalmente onesti.
Stewart si compiace di svelare ciò che alle donne viene spesso insegnato a nascondere: rabbia, lussuria, umiliazione corporea, desiderio contraddittorio. Eppure il film non risulta mai sfruttatorio. La sua carica conflittuale è sempre ancorata alla verità emotiva.
Una transizione particolarmente sbalorditiva dà l’impressione che sia l’oceano stesso a lavare via la pelle di Lidia. In altre scene, il dolore irrompe con una bruschezza quasi insopportabile: nessuna preparazione melodrammatica, nessun preavviso, solo la vita che irrompe nell’inquadratura. Come la memoria stessa.
Un film che si rifiuta di rimanere nella zona di comfort
Ci sono momenti in cui The Chronology of Water rischia di sopraffarsi. L’intensità implacabile di Stewart può diventare estenuante; il film a volte si agita con una tale violenza da rischiare di annegare nella sua stessa corrente emotiva. Ma forse è proprio questo il punto.
Il trauma raramente si manifesta con eleganti archi narrativi. La guarigione raramente si svolge in modo lineare. Stewart lo comprende istintivamente. Non le interessa rendere l’abuso “guardabile”, ma le interessa tradurre la coscienza in linguaggio cinematografico.
E quando il film giunge finalmente alle sue fasi conclusive – quando Lidia inizia a trasformare il suo dolore in linguaggio, in scrittura, in arte – La cronologia dell’acqua raggiunge qualcosa di veramente raro: una catarsi senza semplificazioni.
Alla fine, Stewart ha creato qualcosa di straordinariamente vulnerabile: un film sulla sopravvivenza che non finge mai che la sopravvivenza sia aggraziata. La cronologia dell’acqua non purifica il trauma trasformandolo in ispirazione, ma gli permette di rimanere disordinato, corporeo, irrisolto.
Ed è proprio questa radicale onestà che lo rende indimenticabile.