Tulipani di seta nera

‘Dov’è che ci siamo già visti?’: dalla rimozione alla riconnessione

Un’esperienza dolceamara, sospesa fra senilità e riconciliazione

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Dov’è che ci siamo già visti? di Gemma Iuliano e Claudio Piccolotto è una favola contemporanea capace di mettere in prospettiva le gioie e i dolori dell’esistenza, lasciando intravedere come anche davanti all’irreparabile possa sempre aprirsi uno spazio di riconciliazione.

Il film è stato presentato come finalista per la sezione cortometraggi alla 19ª edizione del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera, in collaborazione con Rai Play.

Dov’è che ci siamo già visti?

Arturo (Nicola Pistoia), un anziano antiquario, scopre di essere portatore di un tumore in fase terminale che lo costringe ad abbandonare la sua abitazione per affidarsi, dopo più di trent’anni, all’ospitalità dell’ex moglie Miranda (Paola Tiziana Cruciani), malata di Alzheimer.

Partendo da un incipit tanto immediato quanto intrigante, Dov’è che ci siamo già visti? affronta con empatia e delicatezza le fragilità della senilità, restituendola come esperienza collettiva e condivisa. La messa in scena, essenziale e curata, sostenuta da una fotografia dai toni caldi e accoglienti costruisce per l’appunto un’atmosfera di vicinanza che parla direttamente allo spettatore, dando forma a una vicenda per molti aspetti prossima alla dimensione privata di molti nuclei famigliari. Con Dov’è che ci siamo già visti?, i registi Gemma Iuliano e Claudio Piccolotto mettono così in scena un toccante ritratto di umanità che sfugge egregiamente ai banalismi di una scrittura ridotta a puro exploitation emotivo. Ciò è percepibile anche da un punto di vista strettamente formale, con una regia pacata e invisibile che si prende i suoi tempi senza mai ricercare l’inquadratura marcatamente patetica.

Rammendare il passato

Punto di forza di Dov’è che ci siamo già visti? è senza ombra di dubbio la sceneggiatura che, coadiuvata dalle eccellenti performance di Paola Tiziana Cruciani e Nicola Pistoia nei panni dei protagonisti, si dimostra in grado di delineare in modo intenso e accurato le personalità dei due personaggi tramite linee di dialogo incisive e commoventi.

«L’amore più grande non è quello che dura cento anni, ma quello che ti permette di riscrivere il finale».

Inoltre, per tutta la durata del corto il tono si mantiene uniforme alternando istanti di drammatica serietà a misurati sprazzi di leggerezza. A sorprendere è infatti la gestione ottimale degli elementi e dei tempi comici,  sempre all’altezza del compito di stemperare l’atmosfera andando per altro a potenziare l’impatto struggente degli eventi più melodrammatici. In quest’ultimo aspetto gioca la sua parte anche il montaggio che, con espedienti diversi e ogni volta giustificati, ricompone sapientemente il mosaico di un amore lungo una vita attraverso flashback mai invasivi e chirurgicamente inseriti nel flusso narrativo.

Una scommessa vinta

In Dov’è che ci siamo già visti? il dramma dell’Alzheimer, con il suo grave impatto sui rapporti umani, diventa paradossalmente la spinta propulsiva che innesca il riavvicinamento, cancellando insieme ai ricordi anche i vecchi rancori. Sebbene questa premessa non arrivi a inquadrare in misura efficace la natura più distruttiva della patologia, nel complesso l’opera riesce comunque a sostenersi validamente su un impianto dolceamaro affatto stucchevole, capace di suggerire con discrezione tutta la densità emotiva dei legami affettivi in rapporto all’aging e al fine vita.

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