Ci sono horror che cercano il colpo di scena, e altri che preferiscono insinuarsi lentamente sotto pelle. Backrooms appartiene con forza alla seconda categoria: un’opera di volti, rumori e sensazioni che avvolge lo spettatore fino a restargli addosso come un marchio invisibile. Un’esperienza prima ancora che un racconto, capace soprattutto nella prima parte di generare una sensazione d’apnea quasi continua.
Nel proseguire un percorso di visionaria ricerca lungo ormai quattro anni, lo youtuber e ora regista Kane Parsons ha sempre immaginato le Backrooms come una terra di confine: uno spazio asettico, liminale, angosciante, che sembra nascere da una diramazione della mente più che da un luogo reale. In questa visione, i corridoi, le stanze e le geometrie impossibili divenute virali nel web durante lo scorso decennio assumono il valore di ricordi distorti, dalle fattezze di schegge di memoria capaci di sovrapporsi fino a confondere realtà e percezione.
Backrooms | Apnea

Lungo tale scia di disagio, sul piano esperienziale il film colpisce con notevole forza d’urto grazie alla sua scenografia minimale, nettamente uno degli strumenti più efficaci dell’intera operazione: ambienti spogli e alienanti che ricordano, per essenzialità concettuale, Dogville, trasformati qui in un incubo claustrofobico fatto di silenzi, stanze identiche e spazi apparentemente infiniti. Un lavoro di raro acume orientato sulla sottrazione, che lascia che siano i vuoti a terrorizzare più della presenza stessa del mostro.
Non è un caso che il film trovi la propria dimensione migliore proprio nel disorientamento. Frammenti di quotidianità, flashback apparentemente sconnessi, richiami sonori inquietanti e percorsi comprensibili ai personaggi ma mai davvero allo spettatore costruiscono una narrazione volutamente instabile. I protagonisti attraversano il labirinto annotando stanze e direzioni, ma ogni stanza che vediamo sembra diversa da ogni cosa vista prima: lo spazio cambia, si contorce, si moltiplica, e nel farlo, ricorda sé stesso in un loop senza senso o tantomeno risposte. E noi, insieme a lui, restiamo intrappolati in una solitudine percettiva estremamente efficace, aspettando in fondo di ritrovare noi stessi.
Soglia
In questo senso l’esordio di Parsons ricorda per certi versi Barbarian: un viaggio a tappe che si sofferma gradualmente sui personaggi, costruendo tensione attraverso continui slittamenti narrativi. Ma laddove il film di Zach Cregger puntava con decisione sul ribaltamento, Backrooms sembra invece interessato soprattutto alla suggestione, nel suo consacrare l’idea di un mistero destinato a restare incompleto.
Ed è proprio qui che il film vive il suo più grande punto di forza, ma anche la sua principale fragilità. La regia dell’appena ventenne cineasta funziona magnificamente quando mostra senza spiegare, oltre che quando lascia che siano le ombre, i rumori lontani e gli spazi vuoti a parlare. L’horror diventa così potentissimo, quasi letale, nel non mostrare la vera faccia dell’oscurità ma dipingerla, invece, come un rumore improvviso nel silenzio assoluto, o come una presenza intuibile più che visibile. Come un ragno nascosto in una stanza, ciò che non vediamo finisce per fare ancora più paura di ciò che il film decide di esibire apertamente, anche grazie a un’estetica found footage che contribuisce alla sensazione di spaesamento e ricorda candidamente le origini parsoniane su youtube.

Vuoti
Lungo tale scia di domande senza risposte, la seconda metà si trova suo malgrado a perdere buona parte della compattezza ed efficacia d’origine, con alcune idee meno a fuoco di altre e un desiderio di sorprendere tendente al forzato nell’introdurre una serie di elementi grotteschi e forse evitabili e nell’ incrinare di conseguenza quella tensione sotterranea costruita con straordinaria precisione nel primo atto, e nello specifico nella primissima sequenza della pellicola. L’angoscia rimane, ma diventa più concettuale che realmente incarnata nella messa in scena, quasi come se Parsons preferisse continuare a lavorare sulle atmosfere piuttosto che spingere definitivamente il film verso il terrore puro che alcune sequenze premettevano sin dal trailer.
In questo senso, a emergere è un rapporto ambiguo con la stessa “lore” (i retroscena) del materiale originale: il regista dimostra un evidente rispetto per l’universo che mette in scena, ma non sempre riesce a tradurlo in immagini realmente efficaci. L’impressione è quella di un autore che, travolto dall’entusiasmo della propria immaginazione, tipico non a caso della sua età, rinuncia a portare fino in fondo la “‘linearità” emotiva costruita nella prima parte.
Corpi
L’apparizione del mostro, in questo contesto, diventa focale nel far perdere alla pellicola quella coerenza percettiva che tanto la rendeva incisiva: una figura deliberatamente grottesca, quasi macchiettistica nelle intenzioni, che però sullo schermo non riesce a essere realmente perturbante. Il risultato finale è presto detto, assumendo le fattezze di una nitida dissonanza tra ciò che dovrebbe incutere paura e ciò che invece finisce per smorzarla, togliendo forza a sequenze che avrebbero dovuto esasperare apnea, claustrofobia e angoscia.
È qui che Backrooms mostra la sua natura più evidente: un buon horror, ma dannatamente incompleto, in alcuni tratti poco coraggioso e in altri invece troppo presuntuoso nel fidarsi ciecamente delle proprie intuizioni.
A inserirsi in questa ambivalenza, la stessa costruzione dei personaggi: l’insieme è interessante nella sua disposizione corale, con figure pensate più come elementi di sfondo che come vere e proprie individualità, funzionali a restituire disorientamento più che profondità psicologica. Tuttavia, nonostante alcuni guizzi legati soprattutto al tema della salute mentale e al rapporto irrisolto con i propri dubbi interiori, il cast appare spesso sprecato, con una scrittura dei personaggi secondari debole, quasi svogliata, come se l’interesse fosse rivolto più alla costruzione di un ambiente in movimento che a personaggi realmente tridimensionali.
Nucleo principale di quanto appena detto incontra più di qualche dubbio attorno alla reale percezione del pericolo, con personaggi che solo a tratti sembrano attraversati dall’angoscia che si dovrebbe teoricamente provare nel sostenere un viaggio di questo tipo. In questo senso, i salti temporali tra una sequenza e l’altra non aiutano: si intuisce il declino psicologico dei personaggi, ma non lo si afferra mai davvero, come se restasse sempre un passo fuori campo rispetto allo spettatore.

Eco
Al netto di ciò, resta però impossibile ignorare il talento dietro l’operazione, emerso su grande schermo da una regia tanto matura quanto acuta nell’individuare la forma giusta con cui modellare il racconto, da un uso dell’inquadratura ben ragionato (e che forse deve più di qualche merito al contributo produttivo di casa Osgood Perkins), e infine da una gestione degli spazi e una grammatica visiva capaci di costruire un linguaggio totalizzante e coerente con il senso di smarrimento che attraversa l’intera pellicola.
In questo modo, Backrooms finisce per assumere i contorni di un’esperienza imperfetta ma comunque magnetica, abile nel suggerire più che spiegare quanto intelligente nell’ accompagnare lo spettatore verso un finale dal sapore quasi kinghiano, dove le risposte attese non arrivano mai davvero. Il tramonto dell’opera recupera in tal senso parte della forza originaria dell’operazione. Nel suo riconciliarsi con la sottrazione, evita deliberatamente di spiegare o mostrare, affidandosi piuttosto a una chiusura aperta che sembra rilanciare un intero potenziale universo narrativo. In tal senso, l’idea di una serie di futuri film destinati ad arricchire la mitologia delle Backrooms diventa parte stessa della conclusione, spostando il senso dell’opera verso un orizzonte espanso e ancora in costruzione.
Il debutto di Kane Parsons, in questo senso, non esplicita, ma torna a delineare. E forse è giusto così. Alcuni incubi, una volta spiegati, non si arricchiscono. Smettono semplicemente di fare paura.
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