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‘Il regno di Kensuke’: sopravvivere alla Storia

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Dopo essere passato per il Festival di Annecy e per il BFI, arriva nelle nostre sale Il regno di Kensuke. Un lungo animato, diretto da Neil Boyle e Kirk Hendry e tratto dal romanzo per ragazzi del 1999 di Michael Morpurgo, che racconta dell’incredibile incontro tra un ragazzino naufragato con il suo cane in un’isola deserta e il misterioso uomo che la abita. Forte di un’animazione efficace ed evocativa e di un cast di doppiatori illustri (Sally Hawkins, Ken Watanabe, Cillian Murphy), il film mette così in scena – in maniera a tratti didascalica ma emotivamente coinvolgente – uno scontro tra due mondi differenti destinato a trasformarsi in un’amicizia fuori dal tempo e dalla storia.

Un incontro inaspettato

In seguito al naufragio che l’ha sbalzato fuori dalla barca dove era in viaggio con la sua famiglia, l’undicenne Michael si ritrova, assieme al suo cane Stella, in un’isola deserta. Presto scopre però che c’è qualcun altro in quel luogo, qualcuno che vive lì da anni, lontano da una società che gli ha portato via tutto. È così che Michael fa la conoscenza di Kensuke, un vecchio soldato giapponese che, decenni prima, ha perso la famiglia nell’attacco atomico statunitense su Nagasaki e che ha fatto di quell’isola, apparentemente inospitale, il suo personale regno.

Sguardi differenti

Se c’è una cosa che ci ha dimostrato, negli ultimi anni, la migliore animazione europea (da La tartaruga rossa a Wolfwalkers, passando per il recente Flow) è quella di saper guardare le cose da un punto di vista differente rispetto alle sue controparti asiatiche o d’oltreoceano. Uno sguardo obliquo, spesso portatore di una sensibilità e un’empatia differenti, cui non pare sottrarsi nemmeno un film a prima vista semplice e immediato come Il regno di Kensuke. Un Cast Away ad altezza di bambino che, nel suo mischiare coming of age e Robinson Crusoe, rispetto per la natura e tracce di un passato legato a doppio filo alle pagine più nere della nostra storia, dà un tocco di originalità a un racconto per altri versi sicuramente risaputo e prevedibile.

Quando le vite del piccolo Michael e dell’anziano Kensuke si incontrano, infatti, è già chiaro dove il film voglia andare a parare. Eppure ne Il regno di Kensuke ci sono una sincerità e una genuinità insolite. Un approccio alla materia in grado di restituire il senso di due vite agli antipodi che, incontrandosi, si arricchiscono a vicenda.

Un (altro) mondo possibile

Attraverso un’animazione dai tratti semplici ed essenziali che dà il meglio di sé nella resa delle ambientazioni naturali, mostrando forse solo qualche goffaggine nelle interazioni tra i personaggi e l’ambiente circostante, il film mette così in scena un incontro/scontro generazionale e culturale in un luogo incontaminato, lontano dalla civiltà, dalla violenza degli uomini e dalle brutture della storia. Un luogo dove il rispetto per la natura e per chi la abita va di pari passo con il trauma, ma anche con la capacità di imparare, ancora una volta, ad amare.

Due storie parallele che la regia di Boyle e Hendry asseconda attraverso un intreccio decisamente lineare (a parte il bell’inserto di flashback), dove i conflitti sono ridotti al minimo (la violenza del mondo degli uomini che irrompe, per un attimo, sull’isola). Qui l’intento didattico è evidente, ma il cui schematismo nulla toglie a un film capace comunque di parlare al suo pubblico in maniera empatica e sincera.

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