Il talentuoso Lukas Dhont è nuovamente in Concorso a Cannes con il suo terzo film. Coward è ambientato nella Prima Guerra Mondiale, una delle più atroci quanto a giovani vite uccise tra i combattenti.
Pierre (il luminoso Emmanuel Macchia) è un soldato belga appena arrivato al fronte. Sovraeccitato, come gli altri giovani che sono con lui, nel cimentarsi nella guerra. Cantano con vigore una canzone che ingrossa la loro ingenua spavalderia. La distanza tra immaginario e realtà di ciò che Pierre e gli altri si apprestano a vivere si accorcia fino a rompere l’illusoria coincidenza.
Nell’accampamento, ognuno ha i suoi compiti bene definiti. L’eclettico Francis (il brillante Valentin Campagne) guida il gruppo di soldati che crea diversivi per allontanare il buio nei fugaci momenti di riposo di chi combatte. Il giovane allestisce piccoli spettacoli di teatro con quello che trova. La sua immaginazione colpisce Pierre, regalandogli una luce che lo richiama alla bellezza della vita che ha da poco lasciato in nome della guerra.
Una contrapposizione illuminante
Coward centra perfettamente la dicotomia su cui si sviluppa.
La sovrastruttura machista della guerra che enfatizza la forza, il coraggio, la difesa della patria: falsi e scorretti miti che annullano qualunque libertà di autodeterminazione di coloro che sono costretti a subirli. Tutto l’orrore della guerra, il fango impastato al sangue, le grida dei feriti, gli strazi di chi è reso irriconoscibile, il buio pesto delle trincee, il freddo del filo spinato steso, il peso delle bombe che i giovani soldati sono costretti a sollevare, l’agonia dello scarico di giovani corpi senza vita, gettati nelle fosse comuni.
Il fulgore che genera il creare e scrivere storie, il dipingere le pareti del teatro improvvisato di paesaggi immaginari, il vestire abiti femminili, il danzare, rappresentando-richiamando una sessualità, che manca ai ragazzi. In tutti coloro che guardano, nei soldati sul palco, e in Pierre, che all’improvviso prende coscienza del brutto sogno che sta vivendo e che non vuole continuare a vivere.
Lukas Dhont gestisce ogni fase del risveglio di Pierre, dell’attrazione tra Francis e Pierre, del contrasto tra buio e luce di Coward con una freschezza capace di emergere da un solida tecnica visiva. La scena del bagno al mare dei teatranti in ‘tour’ negli ospedali per dare conforto ai malati, condensa, tutta, la giovinezza: rigogliosa, splendente, così pronta ad raccogliere i frutti più dolci della vita e condannata invece al martirio, al dolore, all’inferno.
Coward non si ferma dove dovrebbe. La postilla al finale probabilmente è un passo in più che il regista belga vuole far percorrere alle anime capaci di costruire una realtà che sia davvero, nella pratica dell’esistenza, conforme ai propri sogni e ai propri desideri.