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2024-26: il documentario politico in Corea del Sud

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A partire dalla notte del 3 dicembre 2024 la Corea del Sud non è stata più la stessa. Il Presidente in carica Yoon Suk-yeol alle ore 22:27 di quella notte, in una conferenza stampa videotrasmessa, ha dichiarato la Legge Marziale. Un provvedimento estremo, normalmente adottato in occasione di crisi gravissime o guerre, che sospende le attività parlamentari, imbavaglia la stampa e affida all’esercito il controllo dell’ordine pubblico.

La delibera ha avuto una durata breve grazie alla mobilitazione dei membri dell’Assemblea e della cittadinanza, e complice un atteggiamento poco minaccioso da parte dell’esercito e delle forze dell’ordine coinvolte. L’evento è stato poi riconosciuto come un tentativo fallito di colpo di stato.

All’edizione appena conclusasi del Jeonju International Film Festival, cinque preziosi documentari hanno raccontato di questo periodo di stravolgimenti sociali e politici, culminato in quel 3 dicembre in cui la democrazia era stata espropriata, nuovamente, dalle mani di un Paese che ha combattuto per riprendersela.

Alcuni registi hanno navigato i conflitti sociopolitici e rivissuto quei momenti concependo delle opere che ci hanno dato l’opportunità di confrontare e rielaborare la follia di quegli eventi. Si osserva l’intenzione comune di mettere ordine nel caos: non si tratta solo di mettere in fila gli eventi, un dettaglio non trascurabile che avrà un peso enorme per le generazioni future che cercheranno, ci si augura, di non ricadere nell’errore. La volontà dei registi, la missione di cui si fanno carico, è di fare chiarezza in queste dinamiche sociali e politiche la cui onda d’urto si percepisce ancora oggi.

Una immagine da ‘Dark Beginnings’ di Mun Jeonghyun – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Cinque documentari politici

I film a cui mi riferisco sono Dark Beginnings di Mun Jeonghyun, THE SEOUL GUARDIANS di Kim Jongwoo, Kim Shinwan, Cho Chulyoung, presentato contemporaneamente al Far East Film Festival di Udine; il film di chiusura di Jeonju, The Longest Night: Namtaeryeong di Kim Hyunji; e ancora i cortometraggi Feminist- Queer- for Korean Democracy di Cho Youngsue e The Hollow Man di Jung Yoonsuk. A questi si affianca l’ultima opera del regista Lee Myung-se, che mentre il Festival aveva luogo girava per i cinema della penisola a presentare Ran 12.3.

Quella notte di dicembre la notizia è esplosa come una bomba atomica, riportando alla superficie le memorie di una dittatura che, è bene ricordarlo, in Corea non risale neanche a mezzo secolo fa. La gente era inorridita. Così diversi filmmaker hanno iniziato a porsi domande sull’origine di questa degenerazione sociale e politica; sulle radici di questa estremizzazione che ha spaccato il tessuto collettivo e al contempo è riuscita a portare nelle piazze coreane mezzo mondo.

Una immagine da ‘THE SEOUL GUARDIANS’ di Kim Jongwoo, Kim Shinwan, Cho Chulyoung – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Visto da vicino: THE SEOUL GUARDIANS

Ci sono opere che si sono concentrate specificamente su quella notte dei coltelli, il 3 di dicembre, anche per aiutare tanto il pubblico che ha seguito in streaming, tanto quello che dormiva e quello che non ci ha capito niente, a comprendere come si sono svolti i fatti.

A tal proposito è fondamentale la ricostruzione che ne hanno fatto i tre giornalisti d’assalto Kim Jongwoo, Kim Shinwan e Cho Chulyoung di MBC. Usando tutte le immagini che hanno filmato con arguzia sin dai primi minuti e ancora l’ufficio dell’emittente televisiva, fino alla mattina dopo all’Assemblea Nazionale, hanno prodotto THE SEOUL GUARDIANS.

Il film ritrae il dentro e il fuori: la popolazione incredula e inferocita al di là dei cancelli dell’istituzione governativa; e ovviamente l’esercito di giornalisti che era nell’edificio dell’Assemblea stessa, e che poi è rimasto (bloccato) quasi tutta la notte. Professionisti che erano lì per documentare, ma che si sono offerti per aiutare il personale di gabinetto e lo staff del Parlamento, ad interferire e ostruire i soldati, rallentandone la penetrazione.

Da questo insight molto onesto e umano, di cui percepiamo il respiro affannato e le esclamazioni di incredulità, si capisce come il caos si era esteso a tutti gli strati sociali: pure quell’esercito in tenuta d’assalto che avrebbe dovuto intervenire, gongola interdetto cercando di mostrarsi esecutore di ordini, ma l’efficacia è discutibile, e soprattutto le armi restano nel fodero.

Ci sono dei momenti che paiono un’assurda barzelletta: chi risponde a chi, cosa sono queste procedure a cui bisogna obbedire quando è chiaro a tutti, ma proprio a tutti, che la proclamazione della legge marziale è stato un grande errore. Ciò nonostante, bisogna seguire il protocollo, e così gli elicotteri atterrano, le guardie di sicurezza ai cancelli impediscono l’ingresso ai membri dell’assemblea, i politici non si muovono fin quando in sala non è presente il quorum. È tutto così incredibile, una distopia burocratica kafkiana; eppure, la democrazia ha rischiato grosso. E questo film è una rappresentazione genuina di come abbiano avuto luogo gli eventi in quelle ore deliranti.

Una immagine da ‘Dark Beginnings’ di Mun Jeonghyun – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Visto da vicino: Dark Beginnings

Il lavoro di Mun Jeonghyun, Dark Beginnings, è un documentario dalle note molto più personali. Prende il via da una vicenda che ha toccato direttamente il regista e che, quasi ironicamente, ha luogo dieci anni fa, in un altro periodo di tensioni politiche, dove la libertà espressiva è stata messa a dura prova: ovvero gli anni del governo di Park Geun-hye.

La dinamica più interessante che il film introduce, garantisce a tutte le fazioni il diritto di parola, affondando nel passato e investigando i conflitti più scottanti e radicati della società coreana. Quindi la storica divisione tra Nord e Sud; il conflitto che il periodo coloniale ha portato e i pregiudizi che ancora rimangono verso i coreani Zainichi.  E ancora, le vecchie generazioni e il fanatismo religioso contro i giovani e una nuova fluidità di vita. E in ultimo, ovviamente la destra conservatrice e gli oppositori di questo schieramento, attraverso prima la legge marziale e poi l’impeachment.

Il progetto di Mun è mastodontico: abbraccia un ventennio, complicato, stratificato, ma la cui profondità della riflessione è impossibile da ignorare. E l’atteggiamento inquisitorio con cui tutti i fatti vengono narrati e messi uno di fianco all’altro con la volontà di trovare le radici di questa confusione diffusa, ci fa capire quanto la società tutta stia soffrendo ancora oggi di traumi originati nel passato.

In tutti questi film, le immagini di repertorio sono una costante: quello che è successo nel 2024 richiama il colpo di Stato e le proteste di Gwangju, un sollevamento studentesco e popolare nato spontaneamente dopo che il presidente Chun Doo-hwan aveva anch’egli esteso la Legge Marziale (1980). La selezione di questo approfondimento, riporta quasi ossessivamente, la memoria e le immagini di quei giorni. Eppure, non producono mai lo stesso effetto: perché il contesto narrativo le trasforma ogni volta.

Una immagine da ‘The Longest Night: Namtaeryeong’ di Kim Hyunji – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Visto da vicino: The Longest Night: Namtaeryeong

A seguire, il film di chiusura del festival di Jeonju, un’opera davvero brillante: The Longest Night: Namtaeryeong di Kim Hyunji. In questa fresca narrazione la regista assembla le testimonianze di due schieramenti soprattutto, per semplificare: da una parte i contadini della Korean Peasants League, dall’altra le giovani donne. Secondo il ragionamento e l’esplorazione ben argomentata dal film, grazie alla coesione e allo sforzo congiunto di queste comunità (del tutto spontanea) e del supporto dal basso, la protesta della popolazione a favore dell’impeachment è diventata roboante. E il crocevia stradale di Namtaeryeong un incredibile laboratorio sperimentale di una nuova democrazia: quella della tolleranza, dove il diverso si incontra e coesiste, e costruisce una piazza più giusta.

Nel film, gli agricoltori, già toccati da alcuni provvedimenti del governo Yoon, raccontano di come avevano deciso di portare la propria voce a ridosso dei palazzi del potere per mostrare il malcontento e chiedere la rimozione del presidente. Tuttavia, la polizia aveva fermato la carovana di trattori nei pressi di Namtaeryeong, evitando che entrasse nel centro di Seoul. Namtaeryeong, originariamente niente più che una squallida intersezione stradale, è diventata così il cuore di una rimostranza partecipatissima, che è andata avanti tutta la notte del 21 dicembre 2024, malgrado il freddo, coinvolgendo gruppi diversi accorsi da ogni dove.

Kim Hyun-ji preserva l’anonimato di alcuni degli attivisti intervistati, inventandosi curiosi stratagemmi, tra cui l’incappucciamento di una delle partecipanti, con una gigantesca testa di scoiattolo creata in post-produzione. Il film è intraprendente, interessante, ma soprattutto rivelatorio, quasi un tassello fondamentale per capire come il movimento dal basso (molteplice e sfaccettato) abbia in effetti “scatenato l’inferno” a più riprese e su più palcoscenici.

La regista accosta altri eventi avvenuti nello stesso periodo, e il suo montaggio ci permette di garantire dignità a tutte proteste accorse nel periodo, fino alla proclamazione dell’impeachment. E per evitare che i fatti vengano distorti in futuro, o piegati sotto il peso di una storiografia faziosa, questo record visuale è una garanzia di giustizia e memoria per le giovani donne che hanno marciato insieme ai contadini.

Una immagine da ‘The Longest Night: Namtaeryeong’ di Kim Hyunji – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Visti da vicino: i cortometraggi Feminist- Queer- for Korean Democracy e The Hollow Man

I più brevi ma non i meno importanti, molto diversi l’uno dall’altro, queste due opere presentate al Jeonju International Film Festival sono tuttavia simili nell’approccio più sperimentale. Feminist- Queer- for Korean Democracy di Cho Youngsue, ci racconta di come un collettivo di donne graphic designer sia riuscito ad organizzare una protesta con toni visivi distintivi, dove la collaborazione è stata fondamentale per dare forma agli slogan. L’intero montaggio ricalca i toni degli striscioni e dei poster che il collettivo ha progettato, regalando al film un piglio quasi da manga televisivo.

The Hollow Man di Jung Yoonsuk utilizza uno stile molto più sperimentale, ma esplora un’altra porzione di proteste, quelle avvenute nei pressi della Seoul Western District Court da gruppi di sostenitori di Yoon, che hanno fatto irruzione negli uffici del tribunale lasciando il segno.

Il regista era presente per documentare questa reazione esplosiva (forse un po’ il Capitol Hill coreano): ma nel registrare i fatti, è stato accusato di essere complice nella vicenda. Non è un caso che il film inizi con una dichiarazione di apertura folgorante: “This movie is a record of guilt”. Ma la sua colpevolezza, che è stata a lungo opposta dalle associazioni di professionisti del cinema schierate dalla sua parte e dalla parte della responsabilità giornalistica e di documentazione, ha reso automaticamente questo lavoro un’opera molto più personale.

Il film cita esplicitamente una poesia di T.S. Eliot e riflette sul significato di alcune parole da cui la propaganda e la distorsione ci hanno portato a disaffezionarsi: chi è il vero colpevole?</p>

La condanna del regista Jung Yoon-suk accende nuovamente i riflettori sulla tutela della documentazione video, ed è un tassello che si aggiunge all

o scossone della Legge Marziale. O per riformulare con ironia, potremmo dire: oltre il danno, la beffa.

Una immagine da ‘THE SEOUL GUARDIANS’ di Kim Jongwoo, Kim Shinwan, Cho Chulyoung – foto stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Visti da vicino: Ran 12.3

Se di approccio sperimentale si parla, l’opera di Lee Myung-se Ran 12.3 (letta “Ran uno due tre”), vince: film di montaggio musicato dallo storico collaboratore Cho Sung-woo come fosse un film muto degli anni Venti, con una dirompente presenza del pianoforte.

Lee Myung-se fa uso di ogni risorsa video possibile: accosta una cospicua mole di immagini di repertorio del 3 dicembre, a quelle della rivolta popolare di Gwangju; grafiche generate appositamente per riportare le conversazioni tra Yoon e i suoi fedelissimi nella corsa contro il tempo e contro l’Assemblea Nazionale; ricostruzioni (dichiarate) con AI per riprodurre volti o situazioni, a cui si aggiunge un tocco di animazione. Lee Myung-se tratta l’evento come fosse un thriller d’azione venato di sarcasmo che trascina fino quasi alla derisione quando l’impeachment è confermato dalla Corte Suprema.

Denso e ritmato, quasi affannato, Ran 12.3 è chiaramente il risultato della rabbia e della frustrazione del suo regista, che tuttavia non si dimentica di sperimentare anche in questo contesto. È forse il film più politicizzato della sezione, dove il punto di vista dell’autore ha un ruolo primario e la scelta di non includere alcuna intervista lo classifica come una narrazione atipica e più spostata verso la costruzione della fiction.

L’energia che trasmette, nella chiusura alla Diabolik per cui anche lo storico titolista Saul Bass sarebbe andato fiero, scimmiotta la follia della politica di cui racconta. Ci conferma il coraggio di questo regista veterano, che si permette una sfacciata eversione con il mezzo visivo, e al contempo veicola la propria idea a proposito di quella cricca diabolica che ha manipolato il suo Paese.

Una fotografia più ampia

In assenza di anche uno solo di questi prodotti, i fatti che hanno innescato il sollevamento popolare di quei mesi sarebbero incompleti. Chiunque abbia contribuito, in piazza o sui social media, nutrendo quindi il movimento per intero, trova un posto in almeno una delle scene di questi film. Malgrado molteplici delle immagini si ripetano, l’approccio rimane del tutto personale e individualizzato.

C’è un filo conduttore che unisce i prodotti, ed è la percezione della gratitudine per chi ha occupato un posto nelle piazze, malgrado il disagio e il freddo. Una sincera riconoscenza che si trasmette ai manifestanti del passato, ai caduti del massacro di Gwangju.

Come ricordava Han Kang alla consegna del Nobel, mentre nella sua terra si consumava il misfatto,

Can the past help the present?

Can the dead save the living?

La domanda è rovesciata rispetto all’istinto: non sono i vivi a dover salvare i morti, ma i morti a poter ancora salvare i vivi. È un’urgenza che questa nuova generazione di filmmaker ha fatto propria, e non solo in riferimento a Gwangju. Perché quello che il 3 dicembre ha dimostrato, con una brutalità difficile da ignorare, è che ciò che si considera storia sepolta può tornare. Che la democrazia, percepita come un dato acquisito, può cessare di esistere nel tempo di una conferenza stampa.

Per molti di questi registi, e per i giovani che erano in piazza con loro, Gwangju era qualcosa studiato sui libri di scuola, quasi un trauma altrui, di un’altra generazione. Poi è arrivata la notte del 3 dicembre, e quella distanza è caduta. L’oblio, lento e inavvertito, aveva fatto il suo lavoro: nessuno se n’era accorto, e intanto rosicchiava la memoria e la consapevolezza.

È esattamente contro questo processo che Han Kang scrive da sempre; e questi documentari rispondono alla stessa necessità: preservare, testimoniare, tenere vivo, affinché non si ripeta.

Non è escluso che tra qualche anno questa urgente e cospicua produzione di documentari sociopolitici, sbocciata tutta nello stesso biennio, possa trovare una denominazione tutta sua nella storia del cinema coreano, com’è stato per il Neorealismo italiano.

Come il Neorealismo, che è seguito alle tragedie della guerra e del fascismo, mostra di aver ascoltato un’urgenza e risposto alla necessità di fare chiarezza e rielaborare il trauma, così Mun Jeonghyun, Kim Jongwoo, Kim Shinwan, Cho Chulyoung, Kim Hyunji, Cho Youngsue Jung Yoonsuk e Lee Myung-se hanno risposto al caos politico con l’analisi delle loro opere di documentario.

Un’arma difficile da poter zittire completamente.

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