Cannes

‘La bola negra’: nello spirito di Federico Garcia Lorca

Il romanzo incompiuto del grande poeta spagnolo intreccia tre storie maschili che si rincorrono nel tempo

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Javier Ambrossi e Javier Calvo omaggiano nel Concorso il grande Federico Garcia Lorca facendo ‘rivivere’, attraverso tre storie che abbracciano tre epoche diverse, il suo romanzo incompiuto La bola negra. Avviato nel 1936, poco prima dell’uccisione del poeta e drammaturgo durante la guerra civile spagnola, de La bola negra restano solo poche pagine.

Tre destini si intrecciano: Carlos (Milo Quifes) è un giovane respinto nel 1932 nella cerchia dei membri di un casinò, a causa della sua omosessualità, mai dichiarata, sempre serpeggiata tra la piccola e provinciale Granata. 1936, guerra civile Spagnola, il giovane soldato nazionalista Sebastiano (Álvaro Lafuente Calvo, cantautore e chitarrista spagnolo al suo debutto come attore) conosce un prigioniero del Fronte Popolare, ferito e catturato, prossimo ad essere giustiziato. Vivrà il suo primo ed indimenticabile amore. 2017, Madrid, un giovane omosessuale scoprirà improvvisamente le proprie radici, chiudendo e collegando il cerchio di tutte e tre le storie.

Il manifesto che il duo filmico innesta, è ambizioso: un melò di grande respiro narrativo, volontariamente di ‘impianto mainstream’ nella confezione ad intreccio, supportato anche dalla partecipazione di due star del calibro di Penélope Cruz e Glenn Close. Affrontare, la grande asportazione politico, culturale, sessuale della Guerra Civile Spagnola e del Regime Nazionalista.

No dietro front sulla condizione omosessuale

L’intento è chiaro, allargare la platea di destinazione delle tematiche LGBT, non relegarle, nicchiarle al mondo di origine. Rendere più universale, anche nel racconto filmico, una realtà di conquiste frutto di dolore, sofferenze, ingiustizie, silenzi, vergogna.

Non si torna più indietro. La società non può più tornare indietro nel riconoscerci.

Sostenuto da un budget decisamente corposo, tanto quanto lo spazio temporale che unisce e rimanda ogni storia, man mano che avanza nel racconto, La bola negra fa fatica a tenere tutto insieme. La prima parte abbondante del film è decisamente la meno riuscita, più ‘didascalica’ e con inserti/diversivi che dilatano eccessivamente la narrazione (come quello recitato dalla sempre magnetica Pelenope Cruz). La scatola cinese de La bola negra appiattisce l’impatto visivo ad incastri relegando il tutto ad una fiction in senso stretto. Il film ha invece un potente slancio poetico quando sopraggiungiamo alla sua conclusione.

Magnifica, la scena simbolica che mette al centro Carlos alias Federico Garcia Lorca. Condensa l’isolamento, la sofferenza, la sensibilità estrema di un’anima che non ha mai potuto vivere pienamente la propria condizione, sempre soffocata.

Questo, il messaggio potente, che La bola negra, lascia: vivere la propria omosessualità pienamente, orgogliosamente. Esistere nella propria essenza davanti a tutta la collettività. Rivendicarla con grazia, bellezza, orgoglio.

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