Andrey Zvyagintsev è di casa a Cannes, tra i molteplici premi ricevuti (l’ultimo per Loveless, Premio della giuria 2017). Il regista, in esilio dalla Russia, torna nel Concorso con il dramma privato Minotaur, ispirato a La Femme infidèle di Claude Chabrol.
Russia, 2022. L’invasione dell’Ucraina è avviata. Gleb (Dmitriy Mazurov) è il Ceo di un’azienda di trasporti della provincia russa. Vive in una splendida casa con la bella moglie Galina (Iris Lebedeva) e il loro figlio, conducendo una vita più che benestante.
Al lavoro ha pressioni, anche dovute alla carenza di organico per l’avvio al fronte della popolazione maschile. La sua stessa vita privata, non lo rasserena. La moglie è strana, pare nascondere un segreto. Dopo aver accertato la falsità di un’informazione che Galina gli ha dato, decide di farla pedinare da un suo collaboratore di fiducia. La verità che scoprirà, lo porterà a cadere in un baratro sempre più profondo.
Il mostro addormentato che giace in ognuno di noi
Minotaur procede su due piani paralleli. La sostanza della sceneggiatura del film di Chabrol simboleggia egregiamente la contemporaneità del suo Paese d’origine. Una Russia provinciale, borghese, ignorante e volgare, nella quale gli uomini dominanti si impongono sia nelle relazioni professionali che in quelle familiari. Le donne vengono relegate al ruolo di mogli e madri, imprigionate in una bella fiaba solo apparente, dalla quale cercano di evadere.
Nelle pieghe della tragedia familiare di Gleb e Galina, Andrey Zvyagintsev innesca tracce. I carri armati con la lettera Z impressi sul fianco, che passano sui convogli diretti al fronte, le richieste di segnalazioni agli imprenditori di uomini da reclutare tra il proprio personale, con la minaccia di sceglierli indiscriminatamente e di compromettere, in questo modo, il buon andamento aziendale. Anche a Gleb viene fatta la stessa richiesta, che con grande cinismo, viene evasa in una maniera subdola e truffaldina per i poveri malcapitati nella lista.
Ma Minotaur ha soltanto assorbito il substrato del film di Chabrol. Lo abbandona presto, attraversando il terreno della sua Russia in totale declino, affidando la caduta di una Nazione alla brutalità della reazione di un uomo che si vede all’improvviso privato di un punto di riferimento per lui imprescindibile. Sua moglie e, di riflesso, la stabilità della della sua famiglia. E della sua vita.
Andrey Zvyagintsev manovra il suo tavolo operatorio con grande distacco. La macchina da presa attraversa la storia in totale asetticità, seguendo un rigore formale privo di anima. La stessa che manca a tutti i personaggi che muovono le maglie di una Nazione che si sente perduta, smarrita.