Cannes

‘Sheep in the box’: la tecnologia è solo illusione

Un umanoide può davvero sostituire il proprio bambino morto all’improvviso?

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Koreeda con Sheep in the box aggiunge un altro prezioso tassello alla sua mappa cinematografica sulle relazioni e i legami familiari. Presenta nel Concorso una personale riflessione sul rapporto tra l’AI e l’umanità.

In un futuro non troppo lontano, Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo Yamamoto) sono in lutto per la morte drammatica del loro figlio di soli 7 anni, Kakeru (Rimu Kuwaki). Decidono, allora, di ricorrere a REbirth, un programma basato sull’AI per chi ha perduto i propri figli. Dopo un primo colloquio, in prova gratuita, gli viene consegnato un umanoide con le fattezze e i ricordi di Kakeru, destinato a diventare un surrogato in tutto e per tutto del loro bambino.

Koreeda da subito non confonde i piani: pur essendo visivamente un umano, Karuke è a tutti gli effetti un robot. Non mangia, non beve. Dorme su un cubo per ricaricarsi. Si può spegnere ed accendere con un pulsante dietro il collo. Non prova dolore, sofferenza. Non può amare.

Kensuke, il meno propenso a questa scelta, è decisamente scettico nel relazionarsi con il surrogato di suo figlio. Si fa chiamare mister, non papà. Otone, che non si è ancora arresa all’idea di aver perso per sempre Karuke, tratta il piccolo robot come il suo vero bambino.

Karuke, intanto, assorbe tutto ciò che lo circonda. Il lavoro di architetta naturalista di Otone è ciò che lo affascina di più. Gli alberi, soprattutto, la loro capacità di creare connessioni con l’ambiente che li contiene. Appoggia l’orecchio al legno per sentire la sua voce.

La tecnologia non colma lo spirito

Sheep in the box ci mostra la apparente indispensabilità per l’uomo moderno di surrogati che riempiono ciò che non riesce a trattenere, il vuoto che non è più in grado di gestire o semplicemente, accettare. All’incapacità di costruire relazioni concrete. Karuke è conscio della sua non umanità, entra in contatto con i suoi simili reietti perché non più utili a sostenere l’umano a cui si accompagnavano. I robot sono pronti ad autodeterminarsi, a creare connessioni con la natura, che sentono essere una fonte essenziale di sopravvivenza.

Koreeda realizza una visione poetica e futuristica di grande respiro visivo. Immerge i protagonisti in un ambiente tecnologico e contaminato costantemente dalla natura, raccordata agli elementi architettonici che ne valorizzano la luce, il legno, l’energia delle piante.

Un racconto capace di far emergere ciò che l’umanità non riesce più a vedere: la necessaria accettazione della propria finitezza, di limiti che non potranno essere mai superati emotivamente da nessuna tecnologia.  Accettare la morte, la perdita di un legame indefinibile come quello con un figlio. Rispettare la natura, il luogo da cui nasciamo e a cui torniamo. Cogliere e conservare ciò che rimane nei ricordi del vissuto di coloro che ci hanno lasciato.

Saranno gli umanoidi che contengono le esperienze e la conoscenza degli umani, a riuscire a vivere l’esistenza nella forma più alta che noi non siamo stati capaci di raggiungere?

Questa, l’affascinante predizione di un regista capace sempre di contestualizzare e attualizzare le sue tematiche umanistiche.

 

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