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I fratelli D’Innocenzo: tra neorealismo e anti-favole il cinema come catarsi

Da quasi vent’anni, una certezza del cinema italiano

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I fratelli D’Innocenzo sono ormai dei consolidati cineasti che hanno saputo affermarsi nel panorama cinematografico italiano. Sono riusciti, attraverso la loro visione, a catturare l’essenza brutale e poetica della realtà.

Attraverso immagini crude, personaggi fragili e paesaggi periferici romani, i due registi hanno dipinto un’Italia insolita: inquieta, feroce, ma profondamente umana.

I fratelli D’Innocenzo: Fabio e Damiano

Fabio e Damiano D’Innocenzo, ambedue nati nel 1988, sono originari di Roma, cresciuti nel famigerato quartiere di Tor Bella Monaca. La loro passione per il cinema è frutto di un percorso autodidatta, grazie a un passato alimentato da letture, fotografia e amore per la settima arte.

Sin dall’adolescenza Fabio e Damiano hanno iniziato a scrivere storie, custodendo nel loro cassetto le sceneggiature di La terra dell’abbastanza  e Favolacce. La loro bravura si distingue per la capacità si sperimentare ambiti creativi differenti. Oltre ai tre lungometraggi, i due registi hanno pubblicato un libro fotografico intitolato Farmacia Notturna, edito da Contrato, e Mia madre è un’arma, una raccolta di poesie pubblicata da La Nave di Teseo.

Hanno poi raccolto in un volume le sceneggiature dei loro lungometraggi, intitolandolo Trilogia. E recentemente hanno realizzato la serie Dostoevskij, uscita anche nelle sale cinematografiche italiane in due parti. Per questo ambizioso progetto (dopo il mal accolto America latina), i D’Innocenzo hanno pubblicato Indizi, una raccolta in cui sono presenti approfondimenti e storyboard del serial.

La loro carriera da scrittori è iniziata lavorando come ghostwriters per cinque anni, esperienza che ha dato loro modo di introdursi e farsi apprezzare nel mondo del cinema. La svolta, però, è arrivata grazie all’incontro casuale con Matteo Garrone e la sua proposta nel co-scrivere la sceneggiatura del film Dogman. Una svolta decisiva che ha spalancato le porte del cinema, come loro stessi raccontano:

“Senza di lui (di Matteo Garrone, ndr), forse, staremmo ancora cercando di girare il nostro primo film. Quando si è saputo che stavamo collaborando con lui, sono stati i produttori a cercarci. Si è ribaltata completamente la prospettiva.”

Dopo Dogman

Il successo di Dogman ha permesso loro di esordire con La terra dell’abbastanza. Sin dall’inizio, i fratelli D’Innocenzo hanno manifestato un intento chiaro: creare un cinema libero da vincoli moralistici, capace di raccontare storie autentiche e socialmente significative.

Per loro, il cinema deve essere un’espressione genuina, lontana da obblighi esterni o logiche commerciali. Fabio sottolinea come questa arte richieda “vulnerabilità e condivisione”, costringendo i registi a confrontarsi con i propri aspetti più intimi, trasformando spesso il processo creativo in un’esperienza catartica.

Damiano ribadisce che il cinema rappresenta per loro “una missione artistica e personale, un viaggio continuo alla ricerca di emozioni autentiche e di un linguaggio fresco e spontaneo”. Ogni film deve essere un’opera sincera. Un cinema capace di catturare il vissuto e l’anima dei personaggi, piuttosto che un prodotto standardizzato o guidato da convenzioni di mercato.

Il cinema per loro rappresenta una forma di espressione capace di superare i limiti delle parole, di andare oltre ciò che può essere detto e compreso immediatamente.

Come spiegano:

“Questo sentirsi speciali in un contesto che negava questo potere ci ha dato la spinta per proseguire. Abbiamo scritto poesie, storie, racconti, poi abbiamo pensato che il cinema potesse in qualche modo darci la possibilità di colmare la nostra fame audiovisiva, perché l’immagine è più misteriosa, rispetto alle parole va più in là perché nasconde di più.”

La loro visione si propone di rendere la realtà vivida e cruda, mostrandola per ciò che è, e trovando al suo interno una ragion d’essere profonda. Questo approccio, sebbene appaia innovativo, è stato accostato da diversi critici allo sguardo pasoliniano delle borgate, in particolare a quello di Accattone di Pier Paolo Pasolini.

Questo stesso sguardo, capace di pervadere e influenzare il pensiero di molti autori contemporanei, da Claudio Caligari con il suo Non essere cattivo, fino agli stessi D’Innocenzo, trova nei loro film una voce originale.

Per i due registi diventa inevitabile dar spazio a chi vive ai margini della società, sovrastato dall’immensità del paesaggio urbano, che si trasforma a sua volta in un protagonista delle loro opere. Temi come la giovinezza perduta e il desiderio di riscatto emergono con forza. S’intrecciano con una rappresentazione autentica e intensa delle vite ai confini della modernità.

La terra dell’abbastanza

Presentato al 68° Festival del cinema di Berlino nel 2018, nella sezione Panorama, La terra dell’abbastanza suscitò molto interesse da parte della critica e dal pubblico, ricevendo numerosi premi come miglior registi esordienti e miglior opera prima ai Nastri D’argento.

La storia segue Manolo (Andrea Carpenzano) e Mirko (Matteo Olivetti), due ragazzi che vivono nella periferia romana. Studiano all’alberghiero, ma il loro sogno è vivere una vita lontana dall’indigenza e desiderosi di lasciare il luogo della loro infanzia, segnato da conflitti e ostacoli, per avere un domani migliore, oltre quel margine.

Ma una notte basterà per cambiare la loro vita quando investono e uccidono un uomo, decidendo di scappare senza essere notati. La sventura, però, si tramuta in un’occasione: la vittima, un ex membro del clan Pantano, era ricercato dai malviventi.

Grazie a questa opportunità, i due ragazzi finiscono nel girone della malavita, accecati dal denaro e il potere che man mano riuscivano ad ottenere. “Amo svoltato!”. I luoghi rivestono un ruolo centrale nel loro cinema, diventando protagonisti delle storie che raccontano. La scelta di creare continui contrasti tra i campi lunghi e totali, per poi alternarsi in primi e primissimi piani, generano una costante tensione emotiva.

Questo stile registico si affianca all’impeccabile lavoro del direttore della fotografia Paolo Carnera, che riesce a trascrivere e rendere percepibile, l’influenza opprimente dello spazio sui personaggi, e la pressione che determinati luoghi influenzano la loro vita.

I due protagonisti vengono plasmati dallo spazio che li circonda, influenzando intensamente la loro identità. La loro brama di redenzione muterà in una triste illusione di una vita tranquilla, che immaginavano vicina, ma che in realtà, Il loro desiderio di riscatto si trasformerà ben presto in una semplice illusione di quella vita tranquilla, che credevano vicina, ma che, in realtà, si dimostrerà irraggiungibile.

Favolacce

Il secondo lungometraggio dei fratelli D’Innocenzo si presenta come una sorta di anti-favola, in cui la violenza e l’oppressione si insinuano sin dalle prime scene. La narrazione è guidata dalla voce narrante che legge le parole tratte dal diario di una bambina, con un tono che richiama una fiaba popolare, ma che si contrappone alla natura oscura della storia.

Il racconto è avvolto da un senso di mistero, come suggerisce l’osservazione: “Non resto colpito dai fatti in sé. Ma dalla misteriosa reticenza che mi provocano”, un’indicazione che sottolinea la tensione latente e la pesantezza emotiva che permeano la vicenda.

La storia si sviluppa attorno a delle piccole comunità di famiglie apparentemente tradizionali ma profondamente disfunzionali. Dietro questo mondo apparentemente normale, si cela un universo dominato da sentimenti repressi e violenza. In cui i genitori quasi annoiati dalla monotonia e incapace di soddisfare i loro desideri nascosti, scaricano i loro problemi sui figli.

Questi ultimi, spesso celano i loro tormenti dietro al silenzio, reagendo non con le parole ma attraverso gesti estremi: costruire delle bombe che avrebbero distrutto l’intero quartiere. “Così finisce tutto.” I fratelli D’Innocenzo esplorano, con un linguaggio visivo e narrativo potente, un mondo degli adulti che sembrano incapaci di crescere, dove l’odio e la frustrazione si intrecciano con il rammarico di una bellezza negata. La violenza, presente ma mai esplicita, è “sublimata” per stimolare riflessioni più profonde: “Nei nostri film la violenza è presente ma ancora una volta sublimata.

Nel cinema italiano invece la violenza viene mostrata, come in Gomorra o Suburra. “Io e mio fratello evitiamo il più delle volte di farla vedere, perché esiste una zona silenziosa e nera che, se stimolata, può portare a riflessioni”.

Un elemento centrale dell’opera è la fotografia di Carnera, che restituisce una realtà cruda e vivida, eliminando quasi completamente il campo controcampo. Al suo posto, predomina l’uso di campi totali e lunghi, come nella scena della cena, dove un bambino rischia di strozzarsi con un pezzo di carne. La scena, ripresa da lontano con due telecamere, sembra volutamente mantenere lo spettatore in una posizione di distacco, incapace di intervenire.

Questa struttura narrativa si riflette anche nel messaggio della storia, che si chiude con una continuità inquietante tra la scena iniziale e quella finale: un loop senza fine, un cane che si morde la coda. La morale è chiara e implacabile: non c’è mai fine al peggio.

America latina

Il terzo film dei fratelli D’Innocenzo ha una storia particolare, nasce durante il soggiorno a Berlino, quando Favolacce era in concorso al festival. Quell’esperienza che ha segnato una svolta nel loro percorso cinematografico, ha portato i registi a immergersi nella creazione di u progetto che si contraddistingue rispetto le opere precedenti, per l’atmosfera più cupa e ansiogena, che li ha avvicinati di più al genere thriller.

Rispetto alle prime pellicole, dominate dagli spazi aperti e angoscianti della periferia, l’ambiante in questo film si restringe alla mente del protagonista. Quasi come se lo soffocasse. Protagonista è Massimo (Elio Germano), un dentista affermato che vive con la moglie e le due figlie in una villa da cui non sembra voler uscire. Né permettere che altri lo facciano. Le mura della sua casa diventano il simbolo di una nuova forma di oppressione. Una prigione in cui si mescolano le sue dipendenze e i suoi tormenti interiori.

L’uomo, che si concede all’alcol una volta alla settimana, scopre un giorno una bambina segregata e legata nella cantina della sua villa. Senza sapere come questa sia finita lì. L’atmosfera del film è resa ancora più cupa e macabra dai toni freddi della fotografia, che si contrappongono a momenti quasi fiabeschi e onirici, rappresentati dalle giovani fanciulle ritratte come figure eteree e sospese.

Questi elementi interrompono e alleggeriscono il peso emotivo del presente disturbante vissuto da Massimo, ma non lo liberano dalle sue ossessioni. In questo senso, il film diventa un viaggio immersivo nella mente del protagonista, un’esplorazione profonda dei suoi pensieri e delle sue illusioni.

Come spiegano i registi: “Con un personaggio che vive la storia e ce la fa vivere. Il nostro è un film immersivo che ci porta dentro una mente, un viaggio al termine, non della notte, ma al termine di un uomo”.

Determinante per la riuscita del film è l’interpretazione di Elio Germano, che offre una performance incisiva e complessa. Questa scelta si riflette anche nell’uso di primissimi piani. Questi consentono di osservare da vicino il protagonista, entrando nella sua psiche e mescolando realtà e fantasia.

Il risultato è un racconto che alterna momenti reali a episodi immaginari. Mostrando infine un uomo che ha sempre vissuto nell’illusione di una realtà più serena e piacevole, un rifugio dalla solitudine che lo consuma. Ancora una volta, i fratelli D’Innocenzo ci offrono un’opera in cui l’anti-eroe è protagonista di un’anti-favola, un racconto che indaga l’animo umano e la sua fragilità con una crudezza che non lascia scampo: “Un viaggio al termine di un uomo”.

Dostoevskij, la serie che conclude il cerchio

Il quarto lungometraggio, e al contempo prima serie Tv, dei fratelli D’Innocenzo si sviluppa attorno al detective Enzo Vitello (Filippo Timi) impegnato nella caccia a un serial killer che soprannomina Dostoevskij, come il titolo del film, per via delle lettere che lascia accanto alle sue vittime.

Questo lo trascina in un vortice di violenza, orrore e degrado. Come sempre, i fratelli D’Innocenzo sorprendono con il loro stile cinematografico. I luoghi in cui si muovono i protagonisti sembrano cadere a pezzi, degradanti e sporchi, un effetto accentuato dalla pellicola che dona alla serie un aspetto vecchio, sporco e rozzo.

L’atmosfera restituisce una spietata rappresentazione della periferia spoglia e fredda, in cui il protagonista si muove alienato e spaesato. In questo contesto, Vitello appare come un burattino nelle mani del suo killer, lottando per ricostruire il rapporto con sua figlia Ambra (Carlotta Gamba).

La serie appare originale. Mescola temi tipici del cinema noir e investigativo americano, come quelli di True Detective, ma ambientati in un contesto italiano. Con l’intento di creare un contenuto crudo e violento. Ancora una volta, i fratelli D’Innocenzo restituiscono una realtà sudicia, come se tutte le loro opere comunicassero attraverso un climax crescente.

Tra neorealismo e anti-favola

Da La terra dell’abbastanza, in cui ancora sembrava esserci una speranza nell’umanità, ad America Latina, dove il protagonista sembra perdersi nel labirinto della mente. Arrivando infine a Dostoevskij, dove si conclude il cerchio, con la morte e la solitudine come temi centrali. La realtà, in quest’ultima opera, è ancora qualcosa di tenebroso, da cui non si può scappare.

Un’opera audace e nuova, un thriller psicologico che invita a riflettere sulla precarietà dell’uomo, sempre pronto a autodistruggersi. La figura del padre, assente o distante, è ancora una volta centrale.

Come dichiarato da Damiano D’Innocenzo: “Il padre è sempre una figura abnorme che ammiro, che invidio, che rubo”. In ogni opera, la figura paterna è presente, ma quasi sempre come una figura distante, assente o violenta, creando opere di deformazione anziché di formazione. I registi cercano di snaturare queste figure, restituendo loro una vulnerabilità umana, avvicinando emotivamente il pubblico ai personaggi.

In conclusione, i fratelli D’Innocenzo, con uno stile che mescola neorealismo e anti-favola, raccontano le periferie e l’animo umano attraverso opere intense e originali. Il loro cinema esplora la vulnerabilità, l’alienazione e il confine tra realtà e illusione, sfidando le convenzioni e rivelando la cruda bellezza del quotidiano. Con film come La terra dell’abbastanza, Favolacce, America Latina e Dostoevskij, hanno ridefinito il panorama del cinema italiano, proponendo un linguaggio visivo unico e catartico.

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