Bamako (2006) del regista mauritiano Abderrahmane Sissako: (Timbuktu 2014). Un esempio chiaro di cinema politico che non rinuncia alla poesia, alla tenerezza e a una sottile ironia. Disponibile alla visione oggi su Mubi.

Commedia allegorica
In un cortile assolato di Bamako, la capitale del Mali, tra muri scrostati e panni stesi, si celebra un processo epocale. Da una parte, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale; dall’altra, gli abitanti della città. La vittima è la miseria quotidiana, l’umiliazione sistematica, la perdita della speranza. Non è un tribunale vero, ma un teatro della realtà: banchi di fortuna, sedie da bar, un caldo che si sente attraverso lo schermo. Eppure, proprio in questa precarietà, Sissako costruisce un’allegoria potente anche se esplicita.
Vita pubblica, vita privata
Gli avvocati e i giudici siedono composti, vestiti di tutto punto nonostante la canicola. Le “vittime” – cioè gli stessi abitanti – si alternano tra banco dei testimoni e scene della loro vita quotidiana. È qui che il film rivela la sua particolarità: non separa mai la dimensione storica da quella intima. La grande Storia e le piccole storie si intrecciano in un contrappunto continuo.
La protagonista è Melè (Aïssa Maïga), cantante di bar dalla voce calda e magnetica, e suo marito Chaka (Tiécoura Traoré), disoccupato cronico, prigioniero di una disillusione che lo abbandona a una sedia davanti alla finestra. Il loro matrimonio è in bilico: lei cerca ancora una via d’uscita, forse persino l’attraversata del deserto verso un’Europa promessa; lui vede solo buio. A tenere insieme la coppia resta la figlia piccola e la speranza per lei di un futuro migliore. Intorno a loro, figure divertenti: una guardia che studia l’ebraico sognando un posto all’ambasciata israeliana, un giovane malato che attende cure che non arriveranno mai, un corteo nuziale che irrompe tra i banchi del processo come a dire che anche le tradizioni necessitano di un loro posto.
La parodia della povertà
In Bamako Sissako mescola magistralmente parodia e realismo, denuncia e quotidianità. Il Mali non nasce con i confini tracciati dal colonialismo europeo: la sua storia è millenaria. Come ricorda una testimone, «sono arrivati gli europei» e sono cominciati secoli di sfruttamento. La società africana è stata smantellata e dispersa. Poi è arrivata la cosiddetta indipendenza, seguita dalla globalizzazione: ma la trama non è cambiata anche perchè il nuovo capitolo è stato scritto con le stesse penne. Dall’imperialismo al capitalismo niente è cambiato.
Debito pubblico, aggiustamenti strutturali, liberalizzazioni forzate, PIL come metro di valore: questi i nuovi paradigmi. Regole imposte dall’alto, senza tenere conto delle realtà locali. In Mali esistono immense riserve di metalli preziosi, eppure nessuna donna del posto indossa un gioiello autentico. Le ricchezze del sottosuolo finiscono altrove, mentre la popolazione resta intrappolata in una povertà che non è “naturale”, ma costruita. Come afferma con lucidità un’altra delle testimoni del film:
«L’Africa non è povera, è vittima della sua ricchezza»
Questa citazione riassume perfettamente lo spirito del processo: non si tratta di pietà, ma di giustizia storica negata.

Una riflessione che si fa metacinematografica
Il regista gioca con lo spettatore introducendo il cinema dentro il cinema. La troupe è visibile, il videomaker viene prima cacciato e poi tollerato, l’occhio documentaristico conquista gradualmente la fiducia degli astanti. E poi c’è il film nel film: un western surreale intitolato Death in Timbuktu, trasmesso alla televisione. Danny Glover interpreta un cowboy in una città deserta ma assediata da banditi, tra questi compaiono lo stesso Sissako, Elia Suleiman e altri registi. Spari, agguati, innocenti colpiti da pallottole vaganti. Il genere western diventa metafora trasparente dell’imperialismo: i cowboy spietati rappresentano i nuovi coloni economici, indifferenti alle vite sacrificate sul terreno. È un inserto divertente e amaro, che alleggerisce il tono senza tradire la serietà del discorso.
L’inevitabile giudizio
Le simpatie di Sissako sono chiare: Bamako si conclude con una condanna netta delle istituzioni finanziarie internazionali e di quanti, tra gli africani stessi, si vendono al migliore offerente, sacrificando il proprio popolo sull’altare di un benessere sanguinoso e importato. Non c’è manicheismo semplicistico perchè il regista mostra anche le contraddizioni interne, le complicità locali, la fatica di una resistenza quotidiana.
Forse una durata più contenuta avrebbe reso il film ancora più incisivo. Talvolta l’alternanza tra processo e vita privata rischia di sembrare artificiosa. Eppure questa “lunghezza africana” è forse l’intento del regista che non vuole offrire un pamphlet veloce, ma immergerci nel ritmo del tempo reale, fatto di attese, ripetizioni, gesti minuscoli e grandi parole.