L’eccentrica Sylvie, in cerca di ispirazioni per il suo romanzo, spia i vicini di casa dall’altra parte della strada. Quando assume il giovane Adam come tuttofare, non sa che le sconvolgerà il suo lavoro e la sua vita.
Con Histoires parallèles, Asghar Farhadi lascia nuovamente l’Iran, portando in Concorso a Cannes un libero adattamento dell’Episodio 6 (Breve film sull’amore) del Decalogo di Krzysztof Kieślowski.
La genesi di Histoires parallèles è il rifiuto alla proposta di dirigere una serie basata sul Decalogo. Successivamente ricalibrata in una rielaborazione in lungometraggio su uno dei dieci racconti a scelta e dall’incontro con Krzysztof Piesiewicz, lo sceneggiatore di Kieślowski.
Un focus sul suono
Da tempo Farhadi voleva realizzare un film dedicato alla dimensione del suono e ha cercato di trovare l’episodio del Decalogo che potesse permettergli di farlo. Breve film sull’amore è la storia di un giovane voyeur che osserva attraverso un telescopio la sua vicina più grande, da cui è attratto. La sua fantasia è interamente legata all’immagine.
Il regista iraniano si è domandato quale fosse il suono di chi viene spiato. Trasforma, perciò, gli spiati in creatori di suoni, in rumoristi. E sceneggia insieme a suo fratello Saeed una storia sulla creatività e l’immaginazione che poggia su immagine, suono e scrittura. La stessa musica del Decalogo è stata inevitabilmente assorbita in questo esperimento.
Sylvie (la deliziosamente unica Isabelle Huppert) è una eccentrica scrittrice in tarda età che vive reclusa in un appartamento parigino abbandonato a se stesso. In cerca di ispirazione per il suo nuovo romanzo, spia con il cannocchiale i vicini di casa dall’altra parte della strada. Che diventano i personaggi inevitabili della sua immaginazione. Un giovane immigrato e senza tetto Adam (il bravo Adam Bessa), entrerà casualmente nella vita di Sylvie in veste di ‘badante tuttofare’. La scoperta del romanzo sconvolgerà la stessa vita di Adam, folgorato da un mondo in cui realtà e immaginazione si confondono.
Nel segno del cinema di Farhadi
Histoires parallèles si muove nelle maglie narrative care al regista iraniano. La sua riflessione sul reale si sposta in Occidente. Il suono diventa il simbolo da seguire: sceglie di identificare gli spiati con artisti che lavorano al sonoro creato in studio anche per i documentari naturalistici, dove si suppone che si utilizzi direttamente quello catturato nella realtà. Un artificio che Asghar Farhadi trasla sulle persone vere. Catturate dall’osservazione di una scrittrice, entrano con il silenzio di voci che può solo immaginare, nel mondo di finzione che lei costruisce. Questo passaggio dal dentro al fuori si mescola, diventando inestricabile e addirittura condizionando la stessa realtà di chi viene spiato.
Lo scavalcamento effettivo di livello avviene con Adam. Un ragazzo fuori dalla realtà che vive perché emarginato. Entrando casualmente nella vita di Sylvie, leggendo il suo romanzo, Adam resta attratto dalla finzione che richiama la realtà: basta un binocolo per toccare un mondo a lui ancora più distante, per essere folgorato da Anna (Virginie Efira, perfetto specchio doppio che incarna), la protagonista della storia della penna di Sylvie. Adam vuole entrare in contatto con lei. Sarà proprio il giovane il collante tra i due mondi (immaginario e reale) e i suoi personaggi. Loro stessi subiranno il coinvolgimento della finzione, che irromperà nelle loro vite, inevitabilmente mutandole per sempre.
Histoires parallèles, resta purtroppo imbrigliato dentro uno schema da gioco di ruoli. Non riesce ad emanciparsi del tutto, lasciandoci una marcante prospettiva sull’Occidente e la sua identità. Bravi tutti gli attori (il cast è stellare, contando anche su Vincent Cassel e la Deneuve in una piccola, ma sempre brillante apparizione). Sorridiamo, un po’ ci immedesimiamo, ma resta un diversivo puramente intellettuale questo film, che non raggiunge le vette altissime di un cineasta disvelatore di psicologie e condizionamenti sociali, politici, ambientali. Di un umano capace di universalizzarsi.