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ASOLO ART FILM FESTIVAL

‘V’è la via e v’è l’andare’: la favola di un suono impossibile

La memoria di un’utopia sonora

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V'è la via e v'è l'andare

V’è la via e v’è l’andare di Giampaolo Dal Pra, Sergio Fedele, Ilaria Bruni, Antonio Pintus, Elia Romanelli Fabio Xodo è un’opera che trasforma l’artigianato musicale in una deriva poetica, dove lo strumento si fa narratore primordiale, sospeso tra fantasia e sperimentazione.

Il film partecipa alla 42ª edizione dell’Asolo Art Film Festival, per la categoria Film sull’Arte.

V’è la via e v’è l’andare

Gli Hinahomohanih, genia criptica precedente al sapiens, furono una specie che mantenne un rapporto di profonda continuità con la natura fino a quando, raccoltisi, non si estinsero volontariamente per timore di un futuro prossimo in mano alla violenza e alla barbarie dell’uomo. È da questo aneddoto mitopoietico che prende avvio V’è la via e v’è l’andare, l’ultima fatica del gruppo formato da Giampaolo Dal Pra, Sergio Fedele, Ilaria Bruni, Antonio Pintus, Elia Romanelli Fabio Xodo. L’opera è a tutti gli effetti un ritratto favolistico che indaga le origini millenarie della musica tingendole di fantastico, senza però mai liberarsi della dimensione concreta dello strumento e del suo manifattore.

Un cavallo, un uomo e un eco

In V’è la via e v’è l’andare, protagonista è il musicista e artigiano Sergio Fedele il quale, a seguito di quattordici anni di ricerca e sviluppo pratico, è riuscito a portare a termine la realizzazione dell’ecatorf, un visionario strumento a fiato nato dall’agglomerazione di vari componenti dalla più diversificata natura. Alle vicende di Fedele si affiancano i peregrinaggi del cavallo Cup Cup e dell’ex clochard Puc Puc, due entità fittizie il cui passato prende forma attraverso un voiceover. L’intrinseca natura onirica di V’è la via e v’è l’andare si palesa fin da subito tramite l’utilizzo, da parte della voce narrante, di una lingua ibrida basata sul dialetto veneziano e ispirata al poema Contar di Guido Carminati: un’operazione il cui risultato appare rassomigliante, con le dovute distinzioni, a quanto pensato da Monicelli per la sua Armata Brancaleone (1966).

La narrazione di V’è la via e v’è l’andare è un mosaico composito delineato dall’estro e dall’inesauribile volontà innovativa di Sergio Fedele, che configura la musica in un senso atavico dove il suono grezzo racchiude in sé la forza espressiva di centinaia di parole. Nelle sue mani tutto diventa strumento, riportando alla mente del regista e dello spettatore la domanda dell’autore canadese R. M. Schafer relativa al fatto se il suono del mondo sia una forza onnipresente e incontrollata, oppure un prodotto della composizione umana. I frastuoni ferrosi che fanno da colonna sonora al girato deumanizzano ulteriormente gli spazi disabitati ripresi dalla macchina, siano essi campi, ateliers o abitazioni, quasi restituendo un immaginario apocalittico dove la presenza umana è stata annullata, fatta eccezione per l’incorruttibile amicizia che lega il musicista al suo strumento e il cavallo al suo cavaliere.

Oltre il reale, dentro il reale

Con V’è la via e v’è l’andare non ci si trova di fronte a un tradizionale documentario osservativo, bensì a un cinema del reale plasmato dai canoni narrativi della finzione. Ciò trova forma specialmente nel montaggio che, alternando la storia di Puc Puc alle sperimentazioni di Sergio Fedele, crea connessioni tanto evocative quanto etiche, sottolineando la continuità insita fra il rapporto viscerale dell’artigiano con la sua opera e l’unità di spirito che unisce uomo e animale alla natura.

Alla genesi dell’ecatorf si accorpa poi anche l’incursione della danza di Michela Barasciutti, strizzando l’occhio alle improvvisazioni di Merce Cunnigham e dotando uno strumento apparentemente inutilizzabile di uno scopo, elevandone così lo statuto a vera e propria voce dell’arte performativa.

Il tutto è ottimamente orchestrato da una regia rigorosa caratterizzata da un taglio fotografico, perfezionista nel comporre quadri complessi in cui oggetti e protagonisti acquistano spessore e profondità attraverso un bianco e nero malinconico.

Risonanze originarie

V’è la via e v’è l’andare si configura come un’opera liminale, sospesa tra tra materia e suono. Il film non si limita a raccontare la nascita di un oggetto, ma interroga più profondamente il senso stesso della musica come gesto originale che precede e forse supera il linguaggio. Nell’ecatorf, così come nelle derive narrative che lo accompagnano, prende forma un’idea di arte che si radica nell’urgenza espressiva e nell’atto puro del creare. Il gruppo formato da Dal Pra, Fedele, Bruni, Pintus, Romanelli e Xodo costruisce così un universo coerente e stratificato, dove ogni elemento è compartecipe di una dimensione creativa in costante divenire. Ed è proprio in questa tensione mai risolta che il film trova la sua forza, suggerendo la possibilità che esista ancora una via per abitare il mondo non come dominio, ma come ascolto.

 

 

V'è la via e v'è l'andare

  • Anno: 2025
  • Durata: 42’
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giampaolo Dal Pra, Sergio Fedele, Ilaria Bruni, Antonio Pintus, Elia Romanelli, Fabio Xodo