Tra thriller, road movie, racconto di formazione e un tocco di commedia, Rosa Elettrica prova a portare il crime italiano fuori dai territori più battuti.
La nuova serie Sky Original, disponibile dall’8 maggio su Sky e NOW, prende spunto dall’omonimo romanzo di Giampaolo Simi e costruisce una fuga adrenalinica lunga sei episodi attraverso un’Italia insolita, sospesa tra le nebbie del Delta del Po, Napoli e le montagne dell’Alto Adige.
Rosa elettrica Una strana coppia
Al centro della serie ci sono Rosa Valera e Cocìss, interpretati da Maria Chiara Giannetta e Francesco Di Napoli.
Lei è una giovane agente della Protezione Testimoni, fragile, ansiosa, piena di dubbi ma determinata a dimostrare il proprio valore.
Lui è un baby boss di camorra cresciuto nella violenza, deciso a collaborare con la giustizia per salvarsi la vita. Quando Rosa capisce che qualcosa nell’operazione di protezione non torna, rompe la catena di comando e fugge insieme a lui.
Da quel momento entrambi diventano bersagli: dei clan, della polizia e delle loro stesse paure.
Diretta da Davide Marengo e scritta da una writers’ room tutta al femminile guidata da Giordana Mari, Rosa Elettrica cerca un equilibrio tra azione, ironia e suspense. La serie usa i codici del crime senza rinunciare a un tono più pop e sentimentale, lavorando soprattutto sul rapporto tra due personaggi lontanissimi che finiscono però per riconoscersi l’uno nell’altra.
Un racconto emotivo e generazionale
Durante la presentazione della serie, Maria Chiara Giannetta ha spiegato come il progetto parli anche di una generazione segnata dall’insicurezza: «Le sceneggiatrici sono riuscite a scrivere di una ragazza di trent’anni, e farne un discorso anche generazionale».
Rosa è una protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroina. Rosa: vive tutto “troppo”, trattiene ansie e paure e cerca di “tenere a bada” la sua “vocina interiore” autosabotante che, nella serie, è rappresentato con un personaggio in carne ed ossa, la piccola Margherita Pantaleo.
«Margherita è straordinaria e interpreta quella “voce autosabotante” che tutti abbiamo dentro. È il nostro giudice interiore, quella parte che ci critica costantemente .
Mentre Rosa cerca di soffocare questa voce per apparire sicura, la serie la mette in scena fisicamente per dare voce alla sua interiorità, dato che il personaggio trascorre molto tempo da solo con un criminale e non può parlare con nessuno.
Personalmente, ho un bel dialogo con la mia voce autosabotante, grazie anche alla terapia. Ho capito che non bisogna far finta che non esista; bisogna accettarla come parte di sé per essere completi e umani. Anche Rosa, nel corso della storia, imparerà a far vivere questa sua parte giudicante invece di separarsene, trovando finalmente una sua integrità.»
La fuga diventa così anche un percorso di crescita reciproca di due personaggi che, all’apparenza, non hanno nulla in comune.
«La parte goffa di questi personaggi riesce a far empatizzare il pubblico. Sono molto umani», ha raccontato ancora l’attrice, sottolineando anche quanto il lavoro sul set sia stato intenso e fisico.
Francesco Di Napoli ha invece definito Cocìss un personaggio «complicato», cresciuto «in un contesto duro e difficile», ma proprio per questo interessante da scavare oltre gli stereotipi del giovane criminale.
Il rapporto tra Rosa e Cocìss sembra essere il vero motore della storia: non il classico asse “poliziotta contro criminale”, ma due figure entrambe fragili, isolate e costrette a ridefinirsi mentre fuggono.
Il cast, le ambientazioni, la colonna sonora
Attorno ai protagonisti si muove un cast che comprende Elena Lietti, Antonia Truppo, Pasquale Esposito, Federico Tocci e Francesco Foti.
Un ruolo centrale lo giocano anche le ambientazioni: Ferrara, Comacchio, Napoli, Merano e la Val d’Ultimo vengono raccontate con un’estetica cinematografica, con l’utilizzo di lenti anamorfiche, forti contrasti cromatici e una macchina da presa spesso incollata ai volti degli attori.
La scelta delle ambientazioni è significativa. I luoghi in cui è stata girata la serie raramente convivono nello stesso racconto crime italiano. Questo contribuisce a dare alla fuga una dimensione quasi “di frontiera”, dove il paesaggio riflette continuamente lo stato mentale dei personaggi.
Degna di nota anche la componente musicale, dominata da sonorità elettroniche che accompagnano inseguimenti, scene d’azione e momenti più intimi.
Non a caso il titolo della serie nasce proprio dal legame di Rosa con quel mondo: un passato da ragazza “elettrica”, impulsiva, sempre in movimento, che la musica continua a rappresentare anche durante la sua “lotta alla sopravvivenza” sulle strade italiane.
La fuga come trasformazione
Rosa elettrica mescola adrenalina e umanità, azione e vulnerabilità, puntando su un crime meno tradizionale e più emotivo. Più che raccontare una fuga, la serie mette in scena il tentativo di due persone di liberarsi dal ruolo che il mondo e il loro vissuto hanno già scritto per loro.
Il rischio è quello di oscillare troppo tra registri diversi, thriller, romance, coming of age, action, senza trovare un equilibrio. Non a caso gli stessi ideatori della serie la definiscono un “light crime thriller on the road”. La contaminazione di toni e generi sembra essere l’ambizione principale della serie: la fuga non è solo un espediente narrativo o un meccanismo di suspense ma rappresenta un percorso, fisico e interiore, di trasformazione reciproca.