C’è qualcosa di profondamente sospetto nei film che dichiarano di non voler prendere posizione. Non perché mentano, ma perché spesso è proprio lì, in quella neutralità ostentata, che si nasconde la posizione più netta di tutte. The Lunch: A Letter to America di Gianluca Vassallo si muove esattamente su questo crinale: guarda, registra, monta. E si ferma un passo prima del commento.
Ma quel passo, in realtà, lo chiede allo spettatore.
The Lunch. Due Americhe, stesso tavolo. Senza dialogo
Il dispositivo è semplice, quasi disarmante: da una parte Eduardo, cuoco messicano in un diner di Coney Island; dall’altra Robert, elettore trumpiano, corpo e voce di un’America che non ha bisogno di traduzioni. Due traiettorie parallele che scorrono senza mai incontrarsi davvero, se non nel gesto minimo, quasi invisibile, del consumo.
Il pranzo, appunto.
Che diventa metafora elementare e spietata: c’è chi prepara e chi consuma. E in mezzo non c’è dialogo, non c’è scambio, non c’è negoziazione. Solo una convivenza silenziosa che funziona finché nessuno prova davvero a parlare.
L’equidistanza come strategia o come alibi?
Vassallo non giudica quel che vede, e tantomeno commenta. Lascia che le immagini facciano il loro lavoro. È una scelta che le fonti critiche leggono come gesto di rigore, quasi di rispetto.
Ma è davvero così?
Perché l’equidistanza, nel racconto di un conflitto, non è mai neutra. È una forma di costruzione. Decidere di non intervenire significa lasciare che siano le immagini a parlare, sì, ma anche decidere come devono parlare, quando devono farlo e cosa devono escludere.
Il film sembra spontaneo ma in realtà è calibrato. E trova una ragione in questa strana voglia di guardare a sinistra che ritroviamo in molte inquadrature.
Il documentario come ultima forma di finzione credibile
C’è un passaggio implicito, ma chiarissimo: la realtà americana è ormai così stratificata, così contraddittoria, che la fiction non basta più a raccontarla. Serve il documentario. O meglio: serve un documentario che sappia costruire una narrazione senza dichiararsi tale.
The Lunch: A Letter to Americagioca proprio su questo doppio binario: osservazione e costruzione, realtà e dispositivo. Non finge di essere neutrale, ma si presenta come tale. E in questo scarto produce il suo effetto più interessante.
Perché quello che vediamo non è “la realtà”. È una realtà montata. E quindi, inevitabilmente, interpretata, artefatta. Un pò come sono gli Stati Uniti infondo.
Il gesto minimo, la politica massima
Il momento chiave non è un comizio, non è uno scontro, non è una dichiarazione. È il gesto. Un hamburger che passa di mano, un morso che chiude il cerchio. So very USA.
Un finale quasi poetico, se non fosse che la poesia, qui, non risolve nulla.
Non c’è riconciliazione. Non c’è sintesi. C’è solo la dimostrazione che due mondi possono toccarsi senza mai riconoscersi. Che la convivenza è possibile, sì, ma a patto di restare invisibile.
È una conclusione che non consola. E forse non deve.
Living the Dream o forse no?
The Lunch: A Letter to America è un film piccolo solo in apparenza. Un dispositivo minimale che nasconde una costruzione precisa, quasi chirurgica. Non prende posizione, ma costringe a prenderla. Non risolve, ma seleziona cosa mostrare.
E soprattutto non offre soluzioni.
Offre una fotografia.
E come tutte le fotografie ben riuscite, lascia allo spettatore il compito più scomodo: decidere cosa sta guardando davvero.
Il film sarà distribuito da Lo Scrittoio da giovedì 14 maggio, con due proiezioni anticipate:
martedì 12 maggio al Cinema Galliera diBologna.
mercoledì 13 maggio al Cinema Nuovo Sacher diRoma.