Dopo “Sola al mio matrimonio”, la regista Marta Bergman torna dietro la macchina da presa e sceglie come punto di partenza un fatto di cronaca che ha scosso l’opinione pubblica europea. Il risultato è “Clara”, un’opera intensa e necessaria che intreccia cinema civile e tensione narrativa, portando sullo schermo una storia capace di interrogare lo spettatore senza offrire risposte semplici.
Nel maggio 2018 un inseguimento della polizia belga a un furgone sospettato di trasportare migranti clandestini si è trasformato in tragedia, portando a un esito fatale. Un evento che ha acceso un dibattito internazionale sull’uso della forza, sulle politiche migratorie e la tutela dei più vulnerabili. Da questa vicenda prende forma il film di Marta Bergman, che non si limita alla ricostruzione dei fatti ma esplora le implicazioni morali e politiche di quella notte. Con uno sguardo lucido e profondamente umano, la regista costruisce un racconto immersivo che rifiuta ogni semplificazione. “Clara” non è quindi solo un film sulla migrazione, ma una storia di persone: una giovane coppia innamorata, una bambina, un uomo in uniforme, tutti intrappolati in un sistema più grande di loro.
«Non volevo raccontare “i migranti” o “la polizia” come categorie astratte» – ha dichiarato la regista – «Volevo entrare nei personaggi, nei loro desideri, nelle loro contraddizioni.» Il risultato è un’opera che mette in dialogo punti di vista diversi, evitando il giudizio facile e scegliendo invece la complessità.
Come ha dichiarato il regista Ken Loach, intervenuto sulla vicenda a cui il film si ispira: «Sono persone che fuggono dal terrore, spaventate per la propria vita… le più sfruttate, le più esposte al pericolo… le più povere e vulnerabili che possiamo immaginare.» Una riflessione che attraversa il film e ne amplifica la portata universale.
Girato quasi interamente di notte, il film si distingue per una potente dimensione visiva e sensoriale: la macchina da presa si avvicina ai corpi, ai gesti, agli oggetti, restituendo una percezione intima e tangibile della paura, ma anche della speranza e dell’amore. Clara si inserisce così nel dibattito contemporaneo sulle politiche migratorie europee, interrogando il rapporto tra sicurezza e umanità, tra legge e responsabilità morale.
Al centro del film resta però una storia intima: quella di Sara, Adam e della piccola Clara. Una quotidianità fragile ma viva, fatta di gesti semplici, di tenerezza e resistenza. Un racconto che, pur attraversando il dolore, lascia spazio alla possibilità di ricostruzione.
Il film ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia con la seguente motivazione: “Negli ultimi dieci anni le cronache sono state piene di storie di vite andate perse, in mare o in terra, a causa di politiche irresponsabili che costringono chi lascia la propria terra a causa della guerra (la Siria degli anni Dieci in questo film), della povertà o della fame a non avere altra scelta se non affidare il proprio viaggio, e dunque il proprio futuro, a gruppi criminali. Per questi ultimi le persone migranti e richiedenti asilo rappresentano soldi da incassare, per i governi e le polizie europee cavie su cui sperimentare politiche repressive anche qui andando all’incasso, ma del consenso elettorale. Clara, sua madre e suo padre sono al centro di questo gioco cinico e ipocrita. Sono le uniche persone a salvarsene, ma non del tutto.”