Alan Berliner non ha mai avuto problemi ad esporre la propria storia al pubblico, anzi, ha fatto di questa abilità la sua firma distintiva. Tuttavia, questa volta lo fa trasversalmente perché al centro della scena c’è un’artista, filmmaker, collega e amica che lo ha spesso considerato un mentore. Si tratta di Benita Raphan, e il film, il cui titolo porta lo stesso nome dell’artista, BENITA, ha esordito a DOC NYC lo scorso novembre. E non è un caso, perchè New York è stata la città dove Benita Raphan ha speso l’ultima parte della sua carriera artistica. La storia che Berliner va a ricomporre grazie all’incredibile archivio che la regista ha lasciato dietro di sé, non ha un lieto fine: Benita Raphan infatti si è tolta la vita il 10 gennaio 2021.
BENITA di Alan Berliner – Immagini stampa fornite da Jeonju International Film Festival
L’inizio della fine
Dal necrologio pubblicato sul New York Times, parte la ricerca e la riscoperta di Alan Berliner, che si muove con cautela e dedizione tra le sue memorie: l’identità di Benita – che lui chiama per nome per evidenziare che tale era la confidenza tra i due – e la relazione altalenante con la vita e il processo creativo, risiede forse in quella incredibile quantità di dati, note e immagini che ha lasciato dietro di sé.
Con il contributo di chi era più prossimo a lei, sin da subito non si può che ammirare la forza di questa creatura, travolgente, semplicemente travolgente. E lentamente, procedendo per gradi, vediamo come questo stesso vulcano creativo perda di vigore quando la pressione, le richieste e i ritmi di una società competitiva (prima Parigi e poi New York), le chiedono il conto.
Incredibile come Berliner sia riuscito ad insinuare la presenza della depressione della protagonista, dello sfiorire della sua gioia, pur trasmettendo la turbolenta e vitale necessità espressiva che la contraddistingueva, legata all’arte visiva e al processo creativo.
Il rispetto delle scelte
Malgrado la fatica economica, Benita Raphan non è sfuggita alla propria chiamata artistica, ha assecondato e ascoltato l’urgenza comunicativa e creativa che chiedeva di esprimersi. E nel caso di Benita, sembrava volesse farlo verso forme artistiche complesse e non in direzione univoca. È stata un’innovatrice, specialmente sulla scena newyorkese, al punto che il Guggenheim le aveva conferito una borsa di studio nel 2019. Ma in questa sua navigazione solitaria si è trovata alla fine battuta dalla solitudine, complice la prigionia forzata in cui il COVID ha costretto tutto il mondo.
Sull’ultima parte del documentario troviamo come la sua dedizione verso i cani abbia rappresentato una sorta di missione a cui si è dedicata, convinta dell’assoluta necessità di garantire rispetto a tutte le forme di vita, soprattutto quelle sofferenti. A tal punto che si era trovata a sottrarre alla propria salute mentale per donare in tutto e per tutto al cucciolo salvato al canile.
BENITA di Alan Berliner – Immagini stampa fornite da Jeonju International Film Festival
BENITA, che solo Alan Berliner poteva realizzare
La regia che Berliner adotta ricalca vagamente lo stile visionario e sperimentale di Benita Raphan stessa, anche se chiaramente la sua attitudine è diversa; perciò si fa largo uso di grafiche, di animazione e degli stessi prodotti visivi sperimentali di Benita.
Questo elogio visivo dedicato, è il frutto di una deferente e più profonda riflessione sulle ferite di quell’artista, dichiaratamente incomprese. Non si racconta della morte, ma della sofferenza che l’ha preceduta, lasciando che l’atto in sé si circondi di un silenzioso rispetto.
C’è chiaramente il rimpianto di chi non l’ha potuta aiutare. Ma anche la voce di coloro che l’hanno accompagnata, chi ne ha incrociato la strada parzialmente, chi l’ha ammirata, tutti si stringono in un cordoglio sentito seppur non melodrammatico. E la voce di Alan Berliner, composta e sempre grave, sottolinea come adesso stia a noi mantenere quella preziosa eredità e farne memoria.