Dopo l’anteprima all’European Film Market della 76ª edizione della Berlinale, L’Oratore, il nuovo film diretto da Marco Pollini, arriva nelle sale italiane dal 30 aprile. Prodotto e distribuito da Ahora! Films. Tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso Pollini e pubblicato da Santelli Editore, vede protagonisti Sofia Fici e il giovanissimo pianista Alessandro Gervasi.
La struttura
Il film possiede una struttura discontinua e disarticolata:
Inizia presentando un personaggio bidimensionale, il protagonista Felice, in situazioni classiche. Dalla storia d’ amore con la ragazza incontrata in biblioteca alla fame di riscatto da una famiglia dove il protagonista non si sente rappresentato. Frutto dell’assenza emotiva del padre e l’incuria della madre.
In questo contesto canonico fatica ad emergere, per lo spettatore, il protagonista, che ricopre un personaggio classico, sterile, bidimensionale, banale: il ragazzo che ha fame di riscatto e che è alla ricerca di sé stesso.
Che di per sé è pur sempre un archetipo perseguibile, ma che nel L‘Oratore fatica a trovare la massima espressione per la propria messa in scena opinabile. L’opera soffre di un commento sonoro onnipresente che soffoca il potenziale drammatico del silenzio e della recitazione. Risulta particolarmente straniante l’uso di musica extradiegetica durante le esecuzioni al piano del protagonista: la scelta di non inquadrare mai le mani dell’attore, unita a un montaggio che evita il confronto diretto con lo strumento, denuncia una mancanza di abilità tecnica che spezza l’illusione narrativa e distacca lo spettatore rigira anche questa
Il film ha la piccola pretesa di ambire a qualcosa cui, proprio per lacune di scrittura, fatica a raggiungere. Risulta difficile individuare un reale fil rouge all’interno della narrazione. Una narrazione che spazia, notevolmente, tra i propri atti e va di volta in volta a far percepire gli stacchi narrativi tra le sequenze.
La produzione
Il film è senza dubbio figlio delle recenti produzioni cinematografiche italiane mainstream, prive di un animo originale e che tentano, purtroppo, di riciclare tematiche socialmente e psicologicamente impegnate. Ma falliscono in partenza. Tentano di raccontare la marginalità, la fatica psicologica nel trovare il proprio mondo, nel riscatto sociale, ma si incartano nella propria messa in scena irrealistica, con situazioni fittizie pregne di retorica.
Questo carattere narrativo e registico porta lo spettatore a distanziarsi dalla narrazione, una narrazione superficiale, che fatica a diramarsi in una profondità emotiva.
E fa riflettere come la criticità della pellicola derivi proprio da un problema, anche, strutturale, di scrittura, essendo tratto da un romanzo.
Appaiono quasi incoerenti tra loro i diversi atti della pellicola: andando a virare di volta in volta in trame secondarie, inaspettate, lo spettatore perde il proprio orientamento, si perde in un labirinto filmico che proprio nella scrittura trova la propria più grande debolezza.
In modo particolare la relazione amorosa, affrontata nel primo atto ma che in quelli successivi perde la propria potenza narrativa, facendo sparire visivamente per 40 minuti quella che sembrava essere la co-protagonista della pellicola.
In definitiva, L’Oratore si configura come un’opera dal potenziale inespresso, che naufraga sotto il peso di una sceneggiatura frammentata e priva di una direzione chiara. Il tentativo di ibridare dramma esistenziale e riscatto sociale si risolve in un labirinto di sottotrame irrisolte, dove persino i legami affettivi, come quello tra i due protagonisti, svaniscono senza lasciare traccia emotiva.
Tra una regia che preferisce l’artificio alla verità del gesto e una scrittura che si perde in digressioni superflue, il film manca di profondità, lasciando nello spettatore solo il sapore amaro di un’ennesima occasione sprecata del cinema nostrano.