In occasione della giornata del 25 aprile è possibile riflettere sull’importanza di questa festa anche attraverso il cinema. Il terrorista (1963), opera prima del regista ed ex partigiano Gianfranco de Bosio, offre una singolare chiave di lettura di quella parte di storia del nostro Paese – così cruciale – che oggi più che mai è bene ricordare. E tentare di comprendere, per fare propri certi ideali, o anche solo rafforzarli.
Il film, disponibile su Mubi, ottenne uno scarso successo commerciale al tempo e un ancor più timido plauso da parte della critica. Almeno quella nostrana, ché in Francia il risultato fu più incoraggiante. Si è aggiudicato, sempre nel 1963, il Premio della critica italiana alla 24° Mostra del Cinema di Venezia conferito dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI).
Il “dietro le quinte” della Resistenza
Il terrorista di Gianfranco de Bosio offre una prospettiva atipica sulla rappresentazione al cinema della Resistenza. Il punto di vista è unicamente quello dell’ingegnere Renato Braschi (un intenso Gian Maria Volonté), la cui identità rimane sconosciuta al pubblico fino alla fine del film, quando a rivelarla è la polizia. Costui è a capo di un Gruppo di Azione Patriottica (GAP), dedito all’organizzazione di azioni dimostrative e di sabotaggio contro i nazifascisti, nella Venezia del 1943. La sua azione, però, eccessivamente guidata dal libero arbitrio, entra pericolosamente in contrasto con le varie componenti del CNL della città, causando fratture e discussioni.
Lo sguardo alla regia segue due direttrici narrative precise: le idee e i valori di Braschi da una parte e le conseguenze delle azioni dello stesso, quasi sempre tragiche, dall’altra. L’intento di de Bosio è quello di esplorare la dimensione intima di un evento di portata storica fondamentale. L’azione, infatti, ha origine sempre e solo dal personaggio principale, che ne dirige il senso e ne circoscrive le dinamiche. De Bosio dunque non parte dal macro fenomeno, quello della Resistenza, né crea eroi. Piuttosto, pone lo sguardo su personaggi in carne e d’ossa, rendendone uno protagonista, con i suoi ideali e le sue contraddizioni.
A catalizzare l’attenzione è il processo di organizzazione della lotta armata. Guerriglia e sabotaggio, nello specifico, penetrano l’orbita narrativa del film popolandolo di scene in cui Braschi, di poche parole e sicuro di sé – a riflettere uno stile particolarmente asciutto e al limite del didascalico del film – è impegnato a orchestrare gli spostamenti necessari all’azione. È una Resistenza dura, razionale, intenta a mostrare il “dietro le quinte” di ciò che gli spettatori sono maggiormente abituati a vedere al cinema su questo argomento: retate, stragi e scontri diretti.

Venezia: la città delle mille domande
Un’altra grande protagonista de Il terrorista è sicuramente la città di Venezia. La Serenissima è luogo di incontro e scontro: qui Braschi organizza i ritrovi clandestini utili ad organizzare le diverse azioni. Scappa, fugge, si nasconde. Sempre a Venezia, Braschi deve gestire le situazioni di conflittualità che emergono naturalmente, oltre a fare i conti con scelte personali di compagni che decidono di abbandonare la lotta.
La Venezia di de Bosio è una città intorpidita, addormentata, che assiste a spaventose ondate di violenza, riportando ferite e umiliazioni. E i personaggi si muovono all’interno di un ecosistema labirintico: fuggono tra le calli della città lagunare, quando la polizia è alle loro calcagna, e si rifugiano nelle abitazioni di chi può offrire loro protezione. Venezia è riparo e dolore, e dunque riflette pienamente la natura duplice della lotta partigiana: ideale astratto e realtà concreta.
La Venezia de Il terrorista è anche il luogo delle domande. A mediare l’incontro dello spettatore con la città c’è ancora una volta Renato Braschi. Che cosa ne sarà di Venezia, dell’Italia, all’indomani della Liberazione? Ci sarà davvero un mondo nuovo? Ciò che si chiede il protagonista, in modo semplice e diretto, è in realtà qualcosa di molto complesso. Si sta interrogando a proposito del fine ultimo della lotta armata: il dolore e la morte di oggi garantiranno un miglioramento in termini di giustizia sociale nel domani? Oppure – e qui la regia mostra sapientemente tutte le insidie del presente, di quel presente, vale a dire del 1963 (sebbene la domanda rimanga ancora più che valida oggi):
“Ci sarà ancora un periodo in cui la gente si lascerà addormentare, anestetizzare da un po’ di pace e di abbondanza?”
La sequenza del confronto politico interno al CLN
Renato Braschi nel film si confronta spesso con persone a lui vicine sul tema della lotta armata. A partire dagli affetti personali, come la fidanzata Anna (una giovanissima Raffella Carrà), che non sempre comprende i motivi del suo agire. E non solo, anche e soprattutto con i vertici politici del CLN cittadino, la cui anima è tutt’altra che unitaria.
Una lunga sequenza mostra le differenti posizioni politiche interne al CLN, evidentemente figlie di diversi partiti e schieramenti, portate avanti dai principali esponenti. Tale sequenza è nucleo centrale e nevralgico del film di de Bosio, che perfettamente chiarisce quanto il dibattito politico-morale sul tema della lotta armata interna alla Resistenza rimanga incastrato unicamente in questo spazio. É isolato dal resto del film, che è invece concentrato a mostrare genesi e pianificazione degli eventi.
Ad emergere è certamente il dissidio morale e politico tra lotta, possibilità di compromesso e non violenza, specchio delle istanze politiche di socialisti, cattolici, comunisti ed anche liberali. Più di tutto, però, ad affiorare è l’inadeguatezza di una classe politica debole perché eccessivamente divisa, che scompare di fronte all’immediatezza e spontaneità della lotta partigiana. Questa risponde all’unico dovere che la coscienza le impone, in tempi avversi: l’urgenza dell’azione.