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Peter Exacoustos e la lunga battaglia per scrivere ‘Le libere donne’

Una seri che non è nata su commissione

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Parlare di Peter Exacoustos significa ripercorrere gran parte della storia della serialità italiana degli ultimi trent’anni. Diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e al Centro Sperimentale di Cinematografia, Exacoustos ha costruito una carriera poliedrica. Dai primi passi come assistente di maestri del calibro di Luca Ronconi e Steno, fino a diventare una delle firme più autorevoli del prime time nazionale. Da successi storici come I ragazzi del muretto ed Elisa di Rivombrosa, fino alla sensibilità narrativa mostrata in L’allieva, lo sceneggiatore ha sempre dimostrato una particolare attitudine nel raccontare l’evoluzione dei sentimenti e la forza dei legami umani.

Oggi, con la nuova serie Rai Le libere donne, diretta da Michele Soavi e interpretata da Lino Guanciale, Exacoustos affronta una sfida artistica e civile di rara intensità. Portando sul piccolo schermo il mondo del medico-poeta Mario Tobino, ci conduce nei corridoi del manicomio di Maggiano durante il ventennio fascista. Non si tratta solo di una ricostruzione storica, bensì di un’indagine viscerale sulla follia intesa come estremo atto di ribellione femminile contro un sistema oppressivo. In questa conversazione, lo sceneggiatore ci svela il lungo lavoro di ricerca necessario per restituire dignità e voce a quelle donne che, tra le mura del manicomio, cercavano paradossalmente l’unico spazio possibile di verità e libertà. A Lo Spiraglio Film Festival abbiamo dunque incontrato Peter Exacoustos, che ci ha raccontato il processo creativo che si giace dietro a Le libere donne:

Oltre ad essere un adattamento del libro di Mario Tobino, ciò che mi ha affascinato è il contesto della psichiatria durante il periodo fascista. Poiché la disciplina si è evoluta molto rispetto a quell’epoca, immagino che ricostruire quel contesto non sia stato semplice, né in fase di sceneggiatura né in quella di regia. Qual è stata la difficoltà maggiore in Le libere donne nel rappresentare la psichiatria del passato rispetto a quella odierna?

La cosa che subito ci ha affascinati nella trasposizione del libro di Tobino, che in realtà è un diario poetico di uno psichiatra poeta che negli anni Cinquanta inizia a raccontare il suo lavoro, era l’idea della guerra e della dittatura. Ci ha conquistati l’idea di raccontare una psichiatria in un momento particolare della storia. In cui la costrizione e la mancanza di libertà erano la norma.

Abbiamo unito l’idea di raccontare Tobino come giovane psichiatra. Un giovane reduce dalla guerra di Libia che entra in servizio in questo ospedale e comincia ad avere queste esperienze. Volevamo mostrare come mettesse in opera il suo pensiero. Da un lato quello di psichiatra umanizzante, come si definiva lui, e dall’altro quello di poeta, di artista e soprattutto di antifascista. Dalla fusione di questi temi è scaturita la trama che abbiamo raccontato.

Naturalmente abbiamo fatto una ricerca storica. A quel tempo la psichiatria era ferma a una legge del 1904 che diceva che chiunque poteva essere rinchiuso senza tanti problemi in seguito a comportamenti anomali, delazioni o comportamenti che non rientravano nella norma. Alla fine non c’era appello, non c’era un giudice, c’era soltanto un direttore che poteva decidere se fare una perizia oppure tenerti rinchiuso e sottoporti a terapie che a volte erano molto violente e costrittive.

Questa cosa ci ha interessato perché i temi sono attuali. Anche se questo progetto nasce sette anni fa, sentivamo già allora che questi temi fossero nell’aria. La guerra e la follia della guerra contrapposta alla follia di un manicomio dove venivano rinchiuse soprattutto le donne. Ci ha aiutato molto leggere i trattati di Thomas Szasz. Lo psichiatra di origine ungherese americano da cui poi Basaglia si è ispirato. La cosa che mi ha sempre colpito è la visione di un artista, di un intellettuale psichiatra che apre un mondo nuovo all’interno di un manicomio. Questa è stata la partenza.

È molto interessante, soprattutto il fatto che Lino Guanciale interpreti Mario Tobino. Trovo affascinante questa trascrizione di lui in molte versioni: c’è il Tobino che scrive di se stesso nel suo libro e poi ci siete voi che, nella serie, parlate di lui e ne rielaborate la figura. Come avete lavorato su questo particolare gioco di specchi?

Sì, ci sono diverse strutture di lettura ed effettivamente questa è stata l’idea portante. Tutto parte dagli sceneggiatori: nel 2018 abbiamo iniziato a lavorare a questo soggetto. Io e Laura abbiamo incontrato personalmente il professor Zappella, il nipote di Tobino, e gli abbiamo raccontato l’idea di cosa volevamo fare. Il professore è stato subito convinto ed entusiasta e ci ha dato i diritti che noi personalmente abbiamo acquisito.

Questo è stato da un lato un vantaggio ma anche una cosa anomala, perché ci ha permesso di avere il controllo del prodotto. Abbiamo opzionato noi il libro, siamo andati in RAI e abbiamo cercato di convincere il committente. Lì abbiamo messo insieme Lino Guanciale, con cui c’è un’amicizia, e Michele Soavi. Perché pensavamo che queste due persone insieme fossero la sinergia necessaria per portare a compimento il progetto.

Poi naturalmente ci sono state varie peripezie e molti dubbi da parte della RAI che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha cominciato ad avere qualche paura. Gli episodi dovevano essere otto e sono diventati sei, un po’ per il budget e un po’ per il tema, che rendeva la serie a rischio. È stato un iter anomalo perché solitamente gli sceneggiatori vengono chiamati su soggetti già decisi che non comportano troppi rischi. Invece questa è stata una di quelle rare volte dove siamo riusciti piano piano a riempire personaggi e racconti, cercando sempre di tenere a mente che scrivevamo per RAI 1. L’idea era quella di portare un pubblico generalista a confrontarsi con temi così importanti.

Parlare di psichiatria in TV non è facile. Mi ha colpito il fatto che per queste donne il manicomio diventi quasi un safe place: un luogo dove possono essere se stesse e sentirsi al sicuro. Non sono rappresentate come vittime, ma come soggetti con una propria personalità e dignità. Come avete lavorato con le attrici per rappresentare la malattia mentale in questo modo?

Sì, abbiamo veramente saccheggiato i personaggi che Tobino evocava nel suo diario. In più abbiamo fatto una ricerca nell’archivio della Fondazione Tobino, nel manicomio di Maggiano. Consiglio a tutti di farsi un giro e fare una visita perché è incredibile la quantità di persone e di storie passate da lì.

C’erano donne che non erano affette da patologie, ma erano ribelli, diverse, donne che avevano una visione completamente opposta a quella patriarcale dell’epoca e per questo venivano rinchiuse. Ma rimanevano soggetti, rimanevano forti della loro esperienza e del loro carattere. La storia racconta proprio questo: una donna che pur di sfuggire ai maltrattamenti e agli abusi si finge pazza. Decide di spogliarsi il giorno di Natale e andare completamente nuda davanti al Duomo. In realtà è una forma di ricerca di libertà e di salvezza che fa della protagonista un grande personaggio.

Avremmo voluto mettere nei titoli di coda le fotografie originali delle matte dell’epoca, immagini bellissime e commoventi, ma purtroppo non è stato possibile perché non si riuscivano a rintracciare i parenti per le liberatorie. Mi ero già confrontato con questo mondo ai tempi del Centro Sperimentale, studiando un racconto di Robert Musil ambientato in un manicomio austriaco. Raccontava di una giovane cameriera rinchiusa perché incinta del giovane signore presso cui lavorava. Mi ha sempre intrigato capire dove inizia la follia e dove finisce l’essere invece oggettivi e inseriti nella società. Abbiamo cercato di comunicarlo in modo diretto al pubblico ampio.

Per Margherita stare lì è una salvezza, perché può essere finalmente se stessa. All’inizio parla poco, forse per non esporsi troppo, e viene raccontata attraverso gli sguardi degli altri. Era questo l’obiettivo narrativo che vi eravate posti?

Assolutamente, l’intenzione della sceneggiatura era molto chiara e precisa. Volevamo far emergere l’ambiguità del personaggio. Lo spettatore non deve capire subito se lei abbia effettivamente una patologia oppure se stia recitando. Questo definisce il rapporto che nasceva con il dottor Tobino. Un medico curante che comincia a interessarsi a lei perché capisce che sotto non c’è patologia, ma il fatto di essere vittima di un marito violento.

Oltre al libro di Tobino, avete utilizzato molto materiale d’archivio. È stato un lavoro di ricerca lungo e complesso?

Sì, abbiamo cercato materiale d’archivio ed è stato un lavoro importante. È stato un lavoro nostro, non commissionato: siamo stati noi i propositivi. Le sceneggiature erano molto ricche anche per quello che riguardava le linee secondarie. Poi per questioni di budget abbiamo dovuto tagliare due episodi sacrificando proprio questi percorsi secondari, anche se ogni personaggio aveva la sua storia.

Cercare attrici con volti inconsueti per una fiction generalista è stata una bella sfida. Mi ricordo provini in cui abbiamo faticato per imporre personaggi che non corrispondessero a un’estetica televisiva, ma a una verosimiglianza reale. I manicomi allora erano inferni veri e Tobino lo racconta benissimo. La RAI ci chiedeva di non fare qualcosa di troppo inquietante o respingente, e penso sia stata una sfida vinta. La regia ha trovato il giusto equilibrio tra favola, realismo e ambientazione cruda.

Tornando all’archivio, c’è una storia di queste donne che non era presente nel libro ma che avete scelto di inserire in Le Libere donne perché vi aveva particolarmente colpito?

La storia di Margherita nel libro è in realtà solo un piccolissimo accenno a una giovanissima sposa che viene ricoverata. Passa una settimana quasi dionisiaca in manicomio e poi viene dimessa. Nella serie la sua storia è invece quasi tutta inventata. Anche per Morena la gigantesca c’era solo un accenno e abbiamo costruito la sua struttura narrativa.

La figura del direttore è ispirata a un medico che lavorò nel manicomio e che fu fucilato dai nazisti perché nascondeva una donna ebrea. È stato un lavoro di grande invenzione, tanto che avevamo paura della reazione della Fondazione, invece hanno capito l’operazione. Questo ha aiutato anche il libro, rimasto in classifica per diversi mesi. Partire da un testo letterario per arrivare a una fiction è un rischio che va affrontato con coraggio.

Sì, bisogna avere il coraggio di stravolgerlo.

Bisogna farlo, secondo me. A volte non lo si fa e si sbaglia, perché quando si passa dalla letteratura al cinema o alla televisione bisogna agire in modo artistico. Bisogna probabilmente anche violentare a volte il testo per poi rientrare in quelle che erano le intenzioni originali. E penso che le intenzioni di Tobino le abbiamo rispettate.

Sicuramente la fiction ha fatto anche da pubblicità al libro.

Ci intrigò molto scoprire che l’unica persona prima di noi ad aver opzionato il libro fosse stata Federico Fellini. Scrisse pure un soggetto perché voleva farne un film insieme a Flaiano e Pinelli, i suoi sceneggiatori di fiducia. Il progetto era strano e alla fine il film non lo fece. Ma il libro fu opzionato per diversi anni poco prima che lui vincesse l’Oscar.

Fellini era attratto da quello che nel libro è molto presente: la sensualità e l’erotismo che sprigionavano le pazienti di questo manicomio. L’idea di questo universo femminile chiuso, oppresso e costretto che però aveva un potenziale di seduzione pazzesco. Nel libro questo appare molto, nel nostro racconto un po’ meno, però la componente di seduzione c’è, come nel personaggio della Galli. Questa cosa di Fellini ci ha affascinati.

Avete usato elementi dal suo soggetto o era un approccio del tutto diverso?

Il suo soggetto era un’altra cosa. Il personaggio non era Tobino, era una storia più al maschile. Lui si concentrava sul destino di questo dottore che era un po’ un vitellone, un perdigiorno, che entrava in questo manicomio senza troppa convinzione, per poi capire che all’interno di quel luogo c’erano delle verità profonde da scoprire.

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