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‘How I Met Your Mother’: L’illusione del momento giusto

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How I Met Your Mother non è la storia di come Ted ha conosciuto la madre dei suoi figli: è la storia di come il tempo, i ricordi e le scelte cambiano il modo in cui vediamo e raccontiamo l’amore.

Andata in onda per nove stagioni dal 2005 al 2014, la serie segue le vicende di Ted Mosby mentre, nel 2030, racconta ai suoi figli il lungo percorso che lo ha portato a incontrare la loro madre. Tra amicizie, relazioni fallite e coincidenze improbabili, HIMYM si presenta come una classica sitcom romantica, eppure, sotto a questa superficie la serie è molto più complessa e presenta un’ambizione tematica più profonda.

Attenzione! L’articolo contiene spoiler sulla serie, compreso il finale: è consigliata la lettura dopo averla vista tutta.

La genesi della serie

I creatori di How I Met Your MotherCarter Bays Craig Thomas si conoscono alla Wesleyan University, college delle Liberal Arts nel Connecticut e vivono quel misto di caos, amicizie e serate in dormitori che diventerà, anni dopo, la materia grezza per la serie.

Proprio a Wesleyan, Thomas conosce Rebecca, ragazza che poi sposerà e che anni dopo diventerà il modello su cui si baserà il personaggio di Lily Aldrin. Lei stessa disse che, semmai avessero basato un personaggio su di lei, avrebbe dovuto interpretarlo Alyson Hannigan, influenzando direttamente il casting. Ted, Marshal e Lily nascono così come nucleo narrativo: Il romantico cronico, il gigante buono idealista e la sua compagna di vita. A questo trio si aggiungono poi il personaggio di Barney, costruito come collage di vari amici, e Robin, l’unico personaggio inventato completamente da zero.

Dopo la laurea, si trasferiscono a New York, lavorano per il Late Show with David Letterman e passano gli anni in cui vivono la vita che poi vedremo nella serieappartamenti, serate al bar, storie che non decollano e l’ansia di doversi sistemare. Quando nasce l’idea della serie, prendono una decisione tanto semplice quanto rischiosa: attingere direttamente alle proprie esperienze reali di giovani adulti nella New York post-universitaria. Presentano il progetto alla CBS, che in quel momento stava cercando una sitcom capace di riempire il vuoto lasciato da Friends. Dopo l’approvazione, il network ordina il pilot e il casting parte subito: Josh Radnor è il primo attore scelto.

La chiave di volta, però, non sta nel semplice atto di raccontare la propria giovinezza, ma nel come raccontarla: se intitoli la serie “Come ho conosciuto vostra madre” e l’incontro avviene già nel pilota, dalla puntata successiva il racconto si trasforma in un “cosa è successo dopo”; facendo collassare la premessa sul nascere.

La soluzione è stata ambientare il presente della serie nel 2030, affidando un Ted adulto il racconto retrospettivo di come sia diventato l’uomo degno di incontrare la madre dei suoi figli. È un piccolo espediente logico, ma apre un mondo: puoi dilatare il tempo, andare avanti e indietro, saltare anni, inventare gag ricorrenti, cambiare prospettiva, “mentire” o edulcorare.

La serie sfrutta spesso il racconto soggettivo, un esempio è l’episodio Il portacenere (8×17). Ted, Robin e Lily raccontano la stessa serata con il Capitano, in perfetto stile Rashomon. Ogni versione mette i protagonisti in una luce diversa, dimostrando come la “verità” in HIMYM sia sempre filtrata dai ricordi, spesso fallaci o parziali, di chi racconta.

È così che nasce How I Met Your Mother.

Sorte, casualità e tempismo: l’amore retrospettivo

Il racconto di Ted dal 2030 non è neutro: è una costruzione che mette in fila una serie di eventi caotici per trasformarli in un disegno più grande, leggibile, rassicurante, quasi provvidenziale.  La serie crede nei segni, nelle coincidenze che assumono col tempo un significato più grande, nel fatto che le cose tristi sono necessarie perchè quelle belle possano accadere.

Il cuore filosofico della storia è quindi che il destino non è magia, ma una combinazione di tre elementi: il tempo, la scelta, la retrospezione come lettura. In altre parole, HIMYM non sostiene che esista un’unica persona giusta, quanto piuttosto che molte persone possano essere ‘quelle giuste’, ma incontrate nel momento sbagliato. È qui che la serie smette di essere una semplice sitcom e diventa una riflessione sulla maturazione emotiva.

«Se hai la chimica, ti serve solo un’altra cosa: il tempismo, ma il tempo è una brutta bestia» – Robin

In un dialogo molto citato, Robin spiega che la chimica da sola non basta: serve il tempismo, che è la vera variabile che decide il senso degli incontri. Questo concetto attraversa tutta la serie: Ted e Robin si amano, ma non nel modo in cui la loro vita si sincronizza; mentre Barney e Robin hanno chimica ma non abbastanza stabilità. Ted e Tracy, quindi, sono la dimostrazione che amore e momento giusto possano coincidere.

Con questa logica, il significato emerge attraverso simboli ricorrenti. L’ombrello giallo non è solo un oggetto romantico: è il simbolo di varie coincidenze che diventano destino solo dopo essere state guardate in retrospettiva. Il corno blu, invece, rappresenta la persistenza di un amore diverso, più ambiguo e meno lineare, che non sparisce davvero ma resta come possibilità sospesa.

Proprio tra questi due oggetti il destino si rivela per ciò che è: il senso che scegliamo di dare al passato. Nulla si incastra per magia, alcune cose diventano ‘destino’ solo nel momento in cui, voltandoci indietro, decidiamo di leggerle come tali.

I personaggi come idea di vita

Qui i personaggi non sono soltanto “ruoli” dentro una sitcom, ma modelli di vita: Ted, Robin, Barney, Marshall e Lily incarnano modi diversi di stare al mondo, di amare, di fallire e di raccontarsi.

Ted (Josh Radnor) è il personaggio più importante da un punto di vista tematico, perché è il filtro attraverso cui tutto viene ricordato. È un romantico radicale, ma anche un narratore che seleziona e ordina il passato per dargli un senso, e questo lo rende dolce ma anche inaffidabile con il rischio che idealizzando troppo il futuro è quello di non vedere chi hai davanti.

Robin (Cobie Smulders) invece è l’opposto di Ted. È la personificazione della libertà, dell’autonomia e della difficoltà di accettare i modelli tradizionali di coppia e di famiglia. Il suo arco narrativo è fondamentale perchè mostra una delle intuizioni dell’opera: spesso la libertà ha un prezzo affettivo alto. Robin è anche quella che mette più in crisi l’idea di ‘destino romantico’, perchè la sua vita nella presenza sia di Ted che di Barney, funziona come una forza di attrazione e deviazione.

Barney (Neil Patrick Harris) è lo showman della serie, ma anche forse quello più tragico. Dietro il cinismo, il gioco e il linguaggio da Don Giovanni, c’è un personaggio costruito sul trauma dell’abbandono e su un bisogno disperato di controllo. Si traveste, inventa stategie, costruisce versioni di sè, e proprio per questo mostra come il maschilismo perfomativo possa essere una maschera del trauma.

Marshall (Jason Segel) e Lily (Alyson Hannigan) sono la prova che l’amore possa essere duraturo senza diventare noioso, che la stabilità non coincide con la morte narrativa. Deve continuamente negoziare tra vocazione e necessità economiche (il lavoro in uno studio corporate, le offerte ben pagate). Marshall rappresenta l’idealismo morale, la bontà concreta, il sogno di una vita giusta ma non ingenua.

Lily rappresenta la negoziazone, il compromesso, il lato più pratico ma anche manipolativo dell’affetto: dall’uso della carta di credito e dei debiti nascosti alle “piccole bugie” per orientare le scelte di Marshall, fino alla fuga a San Francisco per inseguire i propri sogni artistici, è il personaggio che più mette in scena il conflitto tra identità personale e identità di coppia. Tutti e due, insieme, mostrano che la relazione non è l’opposto della crescita personale.

«Ma ricordate bene: tutto quello che farete nella vita non sarà così leggendario, se non avrete con voi degli amici.» – Barney

Questi cinque personaggi non sono semplici amici che condividono un tavolo al pub, ma ingranaggi di un’unica visione del mondo. Funzionano come un gruppo perché ognuno colma le lacune dell’altro: l’idealismo di Ted viene temperato dal pragmatismo di Lily, così come il cinismo di Robin trova equilibrio nella bontà quasi fanciullesca di Marshall e lo spirito giocoso di Barney alleggerisce ogni complicazione.

Un epilogo che ribalta il destino

Il finale è stato molto discusso non solo perchè chiude la storia, ma perchè riapre tutto ciò che sembrava chiuso. Dopo nove stagioni, la maggior parte degli spettatori vedevano come cuore pulsante della narrazione la Madre, quindi la scelta di riportare Ted nelle braccia di Robin è stata percepita come una negazione di quell’investimento.

Il problema però non si ferma solamente al livello narrativo, è una questione filosofica. Le ultime puntate chiedono allo spettatore di accettare che la vita non segue la coerenza di pensiero di cui è stato imboccato per tutta la serie.

Tracy, non viene trattata come un “errore” o una deviazione, ma come una parte essenziale di tutto il percorso narrativo di Ted. Eppure la serie usa il tempo in modo talmente ossessivo da trasformare il lutto e il ritorno a Robin in una conclusione che pare un tradimento della premessa iniziale.

La controversia è iniziata anche perchè l’intera nona stagione aveva costruito un’ attesa lunghissima, concentrandosi sul matrimonio tra Robin e Barney e sull’arrivo della Madre. Il finale, invece, nel giro di una puntata rompe all’improvviso quell’orizzonte svuotando il valore della Madre stessa (e dell’importanza del matrimonio di Barney e Robin). Da qui nasce anche il successo del finale alternativo (rintracciabile nei cofanetti DVD della serie), che prova a restituire una chiusura più consolatoria e conforme all’affetto del pubblico verso Tracy.

«Non serve che l’universo ci dica cosa vogliamo davvero. Perchè forse lo sappiamo già, dentro di noi.» – Ted

Il punto è che il finale non va letto solo in termini di “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. È un finale che parla del fatto che l’amore non sempre coincide con la permanenza, e che certe storie servono a prepararci ad altre. Le scene finali con i figli di Ted, girate anni prima, vincolavano la struttura narrativa a un esito già deciso, mentre gran parte del motore drammatico delle ultime stagioni si era spostato verso altro.

Tracy è stata scritta con una grazia tale da farsi amare istantaneamente, nonostante il poco tempo a disposizione. La scelta di dedicarle solo frammenti della nona stagione ha però creato due cortocircuiti narrativi:

  1. Uno squilibrio dei tempi, con una concentrazione eccessiva sui giorni del matrimonio tra Robin e Barney, a discapito dell’evoluzione reale della relazione di quest’ultimi.
  2. Una gestione limitata e inspressa del rapporto tra Ted e Tracy. Risultata troppo compressa, lasciando allo spettatore un senso di incompiutezza rispetto a un legame che meritava molto più respiro.

La morte di Tracy è potenzialmente la parte più interessante del finale: trasforma la storia di Ted in una riflessione sul lutto e sulle seconde possibilità. Il problema è che la serie la tratta in modo rapido e poco emotivo: la notizia arriva di sfuggita, filtrata anche da dialoghi leggeri, senza un vero spazio di elaborazione per lo spettatore. Il risultato è che la perdita sembra quasi un “reset” narrativo, una scomoda voce di bilancio da far sparire per arrivare a Ted con Robin, e non una ferita autentica.

Per anni Ted è stato il romantico ossessivo, quello che vuole il grande amore, la casa, la famiglia, la continuità; la sensazione è che il finale lo trasformi in qualcuno che, in fondo, si rassegna a Robin come se fosse “il meglio che resta” dopo la morte della moglie. La scena finale con i figli, in cui questi fanno capire a Ted che la storia era in realtà incentrata su Robin, viene letta da molti come una giustificazione post‑facto che svuota di senso il ruolo di Tracy e la durata della loro relazione.

Il lascito di How I Met Your Mother

How I Met Your Mother rimane una serie che ha saputo usare i codici della sitcom per parlare di qualcosa di molto più fragile e universale: il bisogno umano di dare forma al passato.

Nonostante le polemiche, le discussioni infinite e quel sentimento di tramento, la serie è riuscita a fare qualcosa che poche serie ottengono davvero: restare nell’immaginario collettivo. Questo accade perchè, al di là delle scelte narrative, la serie ha saputo raccontare con onestà quel passaggio dalla giovinezza alla complessità del mondo adulto, mostrando come crescere significhi anche accettare conclusioni diverse da quelle che avevamo immaginato.

La serie non vive soltanto nel modo in cui finisce, ma in tutte le volte in cui qualcuno torna a citarla e raccontarla. E in fondo, le storie che restano non sono quelle perfette, ma quelle che continuiamo a rivedere anche quando sappiamo già come va a finire.

Puoi riguardare How I Met Your Mother su Disney+ cliccando QUI.

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