Far finta che di Anna Ciju illumina il Bolzano Film Festival 2026 con una meravigliosa riflessione sul rapporto tra infanzia e linguaggio cinematografico.
Far finta che: piccoli e grandi cinefili
Il documentario, prodotto da ZeLIG – School for documentary, intreccia materiali d’archivio, sequenze d’animazione in stop motion e interpretazioni realizzate dalla fantasia fanciullesca. Una bambina introduce il racconto attraverso una bambola Barbie: un gesto semplice, ma che spiega immediatamente il registro utilizzato, puro e fantasioso. Da qui, viene trasmessa l’essenza del titolo:il “far finta che”, un meccanismo molto presente nel corso dell’infanzia di ognuno.
Il montaggio alterna flashback sulla nascita del cinema con materiali contemporanei, suggerendo una continuità tra le origini del mezzo e la creatività dei bambini. I pionieri del cinema e i piccoli protagonisti sono accomunati dal desiderio di esplorare un linguaggio in continua evoluzione. Il cinema, infatti, porta con sé un istinto sperimentale che caratterizza ogni piccolo e grande cinefilo.
L’animazione in stop motion introduce le diverse fasi che costituiscono il documentario, una scelta che intensifica l’estetica vivace del prodotto. In queste sequenze i personaggi, cuciti a mano, rappresentano una componente visiva fiabesca che gioca con la mente del fanciullo. Il cinema bambino non necessita d’eccesso o di complessità, bensì avverte il bisogno di esprimersi nella sua umiltà. Marco Bertozzi, regista e storico del cinema, riflette proprio sul concetto di stupore legato al genere d’animazione. I bambini sono estremamente affascinati dalla capacità del cinema di creare un magico movimento, pur lavorando su immagini fisse.
Il cinema come strumento di crescita
Alma Righetti, giovanissima cinefila dotata di una sorprendente competenza critica, entra a far parte del prodotto. La giovane si dichiara una grande amante del cinema muto, sviluppando una riflessione sull’inventiva che ne deriva. Per Alma, l’assenza di dialoghi lascia ampio spazio all’immaginazione, portando così lo spettatore a ideare parole e significati. Righetti, seguendo questa linea di pensiero, racconta di come i bambini siano naturalmente predisposti a questo tipo di meccanismo. Il “facciamo finta che” diventa uno strumento interpretativo e, di conseguenza, il piccolo pubblico partecipa attivamente al processo creativo messo in atto.
La realizzazione di una successiva storia horror dimostra come il cinema dei più piccoli non sia affatto ingenuo. Nel corso delle sequenze, la presenza di una colonna sonora inquietante, accompagnata dalla mostruosa apparizione di zombie, dimostra la validità del lavoro svolto dai bimbi.
Il risultato è un horror filtrato attraverso l’immaginazione infantile dove la paura convive con il gioco, rivelando così un importante insegnamento: il miglior modo per superare le proprie paure consiste nell’attraversarle e nel superarle. Il regista Bertozzi sottolinea come il cinema possa offrire ai bambini uno spazio per riflettere sulle proprie paure. In questo senso, la messa in scena permette di essere uno strumento di riflessione. Inoltre, un elemento interessante del documentario riguarda la sua tendenza a evitare giudizi moralistici, preferendo piuttosto un’osservazione e un’analisi dei processi rappresentati nella narrazione.
Le sequenze in cui la bambina gioca con piccoli personaggi di legno introducono una dimensione ancor più fanciullesca. Le immagini, inserite tra le diverse messe in scena, costruiscono una sorta di racconto parallelo, pura espressione dell’immaginazione. Così, l’espressione utilizzata come titolo del documentario continua a rappresentare un concetto davvero ben strutturato. Un altro aspetto fondamentale riguarda il desiderio di crescita. Far finta di stare a casa da soli, ad esempio, è una fantasia che riflette il bisogno di autonomia e di affermazione, eppure, la stessa Alma afferma di non voler crescere troppo in fretta. In questo modo, il documentario riflette sul paradosso che tutti vivono: bambini che vogliono diventare adulti e adulti che desiderano tornare piccoli.
Una visione cinematografica essenziale
Alma esprime una riflessione finale più che giusta: gli adulti non sarebbero stati in grado di realizzare le storie dei piccoli. Secondo la protagonista, infatti, in età adulta si tende a realizzare un eccesso di realismo. La spontaneità e la fantasia dei bambini, invece, delineano un riflesso di purezza. Così, lo spettatore comprende quali emozioni alberghino l’interiorità di un fanciullo. Far finta che dimostra come il drammatizzare eccessivamente la narrazione, a volte, non sia necessario. Nella sua unicità, il cinema bambino possiede lo stesso valore del cinema adulto, anzi, può essere ancor più magico e sorprendente.