Il Rospo e il Diamante (The toad and the diamond), documentario del 2025 scritto e diretto da Beniamino Casagrande, al suo esordio alla regia di un lungometraggio, è in concorso alla 39ª edizione del Bolzano Film Festival Bozen (BFFB) nella sezione Local Heroes.
Alla vista di Tabo, villaggio che si perde nella valle dello Spiti, ci si potrebbe meravigliare di come si riesca a vivere anche in un luogo all’apparenza così inospitale. Dall’alto degli oltre tremila metri di altitudine dove sorge l’antico monastero, il freddo bacino desertico non ammette verità oltre la certezza che venire al mondo comporta, inevitabilmente, il dover affrontare la morte.
Si può dire che Il Rospo e il Diamante esistesse già in una forma embrionale, racchiuso nei filmati amatoriali realizzati dal regista durante i viaggi in cui accompagnava suo padre Luciano nel nord dell’India, impegnato in un progetto a sostegno di una scuola. Ed è in questa scuola che Casagrande conosce Negi, originario di Nesang, paese dove si svolge il Fulaich, annuale festival dei fiori con cui si onorano i familiari defunti e si celebra una nuova nascita. Una ricorrenza che rende omaggio alla vita e alla morte insieme, attraverso la raccolta di fiori alpini e subalpini: il festival valorizza la ricchezza vegetale della regione e prepara i locali all’isolamento che l’inverno e la neve porteranno con sé, rafforzando i legami sociali e il senso di comunità.
Il Rospo e il Diamante: un documentario personale con una voce narrante
“Ho sempre snobbato i film che trattano temi personali, e non mi sono mai piaciute le voci narranti. Penso però che quando si inizia un documentario non si sa bene dove si andrà a finire, e sembra proprio che questo film stia diventando un documentario personale con una voce narrante.”
A spiegarsi è il regista, Beniamino Casagrande. E come dargli torto? Solitamente, i documentari che riportano vicende personali si ammantano di una certa ambiguità, dovuta in parte alla familiarità del regista con l’argomento trattato. Familiarità che finisce per privare il racconto della linearità e della chiarezza, non necessarie a chi vive la vicenda in prima persona, ma fondamentali per il pubblico estraneo ai fatti narrati. In questo caso è proprio il voice-over a ridurre, se non a eliminare del tutto, l’ambiguità del racconto, che procede così senza particolari interferenze mantenendo intatta la struttura naturale – il montaggio è a cura di Marco Vitale – e gradevolmente naïf.
Con senso critico, Casagrande ammette: “La mia idea di portare al mondo occidentale una risposta su come affrontare la morte, pescata da qualche parte tra le montagne dell’Himalaya, si stava rivelando per quello che era: arrogante, inconsistente, banale, ma soprattutto molto ipocrita”. È il solito problema dello “sguardo occidentale sul mondo orientale”, che banalizza la spiritualità d’altri, appropriandosene come si acquista un bel souvenir in un paese straniero.
Come congiungere allora l’Himalaya indiano con l’approccio occidentale ai problemi esistenziali? Ma questa è solo una tra le tante domande che hanno dato forma al documentario: “Perché sono così interessato a come affrontare la morte? Cos’è che provoca in me questa domanda? Perché continuo a farmela? Ho paura di perdere qualcuno?”, si chiede il regista, senza trovare risposte esaustive.
Homo fugit velut umbra
Accomunati dal dolore di un lutto o vicini a chi lo ha vissuto, i protagonisti – Luciano Casagrande, Negi e la sua famiglia, nonché l’attore e scrittore Giuseppe Cederna che li accompagna – celebrano i loro defunti e si interrogano, a loro volta, su come affrontare la morte. L’esperienza che ciascuno di loro ha avuto della morte, raccontata e condivisa nel corso del viaggio, diventa l’effettivo ponte culturale tra realtà diverse e apparentemente inconciliabili.
“Bisogna morire”, come ricorda Homo fugit velut umbra (Passacaglia della vita). Il brano, memento mori che risuona tra le vette che circondano la valle dello Spiti – valorizzate dalla fotografia di Anke Riester – nella versione interpretata da Anna Mongelli, trova corrispondenza nella pratica del Maranasati, una forma di meditazione buddista sulla consapevolezza della morte. Un concetto, quest’ultimo, analogo a quello espresso dal maestro thailandese Buddhadhasa, riportato da Chandra Candiani nel libro del 2018 Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione. Il testo, da cui deriva il titolo del documentario, è recitato da Giuseppe Cederna in una delle sequenze finali:
“La sofferenza è un rospo, ma ha in testa uno splendido diamante; solo nella sofferenza si può sperimentare la fine della sofferenza”.