Cosa può succedere quando uno dei volti più iconici del cinema francese decide di mettersi un passo di lato, lasciando che siano le donne a condurre la danza? E soprattutto: può un mondo considerato superficiale da una parte dell’opinione pubblica, come quello della Fashion Week parigina, diventare il palcoscenico di una battaglia per la sopravvivenza e per l’accettazione?
In Couture, Alice Winocour non cerca il riflesso patinato delle passerelle, ma qualcosa di più profondo, che si nasconde tra le cuciture di un abito. L’opera attraversa le vite che orbitano attorno a questo mondo, lasciando poi emergere le fragilità e contraddizioni. Un universo in cui Louis Garrel interpreta un direttore della fotografia, un uomo che per mestiere guarda, ma che finisce poi per vedere ciò che gli altri ignorano. Perché, come suggerisce lui stesso, chi lavora con la macchina da presa non guarda davvero le persone, ma la luce. Eppure, in questo caso, quello sguardo diventa qualcosa di diverso. Il suo personaggio è infatti il primo a intercettare il dolore di Maxine (Angelina Jolie), in un gioco di specchi in cui l’empatia diventa l’unico vero strumento di messa in scena.
Ma come si concilia la pesantezza di una malattia come il cancro con un mondo percepito come leggero, come quello della moda? Forse il punto è proprio questo: la moda non è leggera. E non lo sono nemmeno i sentimenti che attraversano i personaggi. Non solo quello di Maxine, ma anche quello degli altri personaggi stessi, che trovano spazio proprio nelle crepe del racconto. Oltre alla regista Maxine, pure Ella Rumpf che interpreta una truccatrice e Anyier Anei, una modella, mostrano la loro sfera emotiva più profonda. Si tratta di un’opera presente al festival del cinema francese Rendez–Vous, già presentata al festival di Roma.
Louis Garrel e il suo rapporto con Angelina Jolie e il femminile
L’opera resta comunque molto autobiografica, concentrandosi sul personaggio della Jolie, piuttosto che sugli altri:
” A me piace incontrare gli altri attori prima di cominciare a lavorare. Poi l’ho incontrata la prima giornata di lavoro. Ho visto subito che lei aveva una relazione particolare con Alice, perché sono legate da questa cosa del cancro al seno. Angelina non l’ha vissuto personalmente, però insomma, era colpita nel film in una maniera particolare. E anche Alice, perché Alice era appena uscita dal trattamento del cancro. Dunque c’era questa sacralizzazione del set, però leggera, non c’era del dramma. Però tra di loro, mi sentivo tra di loro: Alice molto europea e poi Angelina americana. Però Angelina aveva la coscienza di fare un film europeo, dunque si lasciava fare forse di più che su un film americano di studio.”
Stare un passo indietro, per Garrel, non è una sottrazione, ma una scelta di campo. Si muove con disinvoltura in questo “secondo ruolo” dietro tre icone femminili, un territorio che gli è familiare dopo aver lavorato “dieci volte tra cui con Valeria, Rachel o Maïwenn“. Eppure, con la Winocour, qualcosa scarta di lato. È una questione di pelle, di prospettive che si ribaltano. Se nel cinema maschile il corpo dell’attore è spesso solo uno strumento funzionale, qui Louis sperimenta l’essere “oggetto di desiderio”, un’esperienza quasi inedita:
“Quando lavoro con un regista maschile non succede che lui mi parli della bellezza della mia schiena”
Perché per Garrel, la verità di un set si decide davanti a un caffè. È lì che un attore capisce istantaneamente se potrà “muoversi nel mondo” in totale libertà o se dovrà restare prigioniero della tecnica.
Garrel e lo sguardo da regista
Volevo porti una domanda specifica sulla tua carriera e sulla tua evoluzione come regista. Sappiamo che è dal 2022, con il successo de ‘L’Innocente‘, che non firmi una tua regia personale; per questo motivo. Mi chiedevo se l’esperienza su questi ultimi set in cui hai lavorato esclusivamente come attore, proprio come è successo qui con Alice, abbia in qualche modo influenzato il tuo sguardo dietro la macchina da presa. C’è qualcosa di particolare, a livello tecnico o umano, che hai appreso osservando il lavoro dei tuoi colleghi registi e che desideri portare con te nei tuoi progetti futuri?
In questo, come attore, comunque imparo molto; ho imparato sempre guardando gli altri registi. La verità è che all’inizio, quando ho cominciato a fare la regia, mi sono detto: ‘Ah, devo capire il modo di fare la regia’, poi ho capito che ogni regista ha una tecnica, specialmente un metodo. Il cammino per fare la regia è trovare il proprio metodo.
La verità è che guardando Alice, lei ha una dolcezza, anche perché era molto legata al soggetto. All’inizio non voleva dirlo. Poi alla fine, riguardo alla cosa del cancro, ha finito per parlarne durante la promozione in Francia; ha avuto la sensazione di doverlo dire, soprattutto quando guardi il film, perché il personaggio di Angelina attraversa questa prova con una forza che non si vede.
Voleva aggiungere che, anche se il cancro al seno non è direttamente legato alla sessualità quando il cinema, la letteratura o anche i magazine ne parlano, lei voleva invece unire al cancro al seno la sessualità, al desiderio che rimane. Questo mi interessava. Dunque lei ha lavorato con molta dolcezza sul set, cercava una rappresentazione non sofisticata della realtà e dunque lasciava fare, però mi ha bloccato un po’ quando volevo fare del superfluo, insomma qualcosa di più. Questo l’ho ritrovato quando l’ho visto la prima volta al Festival di Roma: questo modo esistenziale di fare cinema. A me piacciono tutti i generi di cinema, ma quello di Alice mi è piaciuto molto per questo suo modo di dirigere gli attori in modo esistenziale. Non fare tanto, ma lasciarsi guardare. Forse questo lo porterò così, nella mia testa.