A 2 settimane e mezzo dal 15 Marzo, Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, ha fatto la sua comparsa su Raiplay una pellicola che tratta di un soggetto piuttosto rischioso da maneggiare, probabilmente più di quanto sia possibile immaginare.
Certo, la distribuzione del film arriva in un momento in cui la consapevolezza riguardante i disturbi alimentari tocca un’ampia percentuale della popolazione, purtroppo anche a causa di programmi televisivi che sfruttano le mutazioni corporee causate da queste patologie a fini di spettacolo. Proprio per questo, il coraggio di Isabella Leoni, regista di Qualcosa di Lilla, sta nell’affrontare la questione ponendo il focus sulla bulimia: una malattia silenziosa, quasi impercettibile all’occhio esterno e, di conseguenza, tremendamente insidiosa.
Atmosfere e personaggi familiari
Il contesto che va a delinearsi in Qualcosa di Lilla non risulta sicuramente innovativo. Per tutta la durata del lungometraggio, seguiamo la quotidianità di Nicole (Federica Pala), una ragazza tanto giovane quanto abituata a barcamenarsi tra situazioni complicate, sia per il rapporto con genitori divorziati e incapaci di dedicarle le giuste attenzioni (Alessandro Tersigni e Raffaella Rea), sia per una vita scolastica travagliata, tra amori incerti e nuove amicizie.
Riguardo a quest’ultime, sarà proprio l’improvvisa conoscenza di Luce (Margherita Buoncristiani), la ragazza più bella e misteriosa della scuola, a permettere a Nicole di uscire dal suo travaglio perpetuo, dandole l’illusione di una serenità ritrovata che si rivelerà presto portatrice di un effetto collaterale a dir poco devastante.

La particolarità del racconto
Da tali premesse e dalla conoscenza dell’argomento principe, si potrebbe intendere che lo svolgimento della trama porti al cambiamento di Nicole a causa dell’amicizia con Luce, malata di bulimia (e non “bulimica”, come specifica lo stesso personaggio nel film). Invece la sceneggiatura di Fabrizio Bettelli e Christian Bisceglia decide di puntare su altri orizzonti, poiché il pubblico assiste ai sintomi della patologia di Nicole sin dalle prime scene di Qualcosa di Lilla, e insieme a lei capisce la gravità della situazione man mano che essi si aggravano.
Un simile esempio di personalità inconsciamente problematica appare inusuale per la scrittura di una protagonista adolescente in un’opera per famiglie, mentre si ritrova con estrema facilità in pellicole con pretese sarcastiche in stile Marty Supreme. Al netto di ciò, l’espediente narrativo permette di empatizzare con Nicole e, contemporaneamente, di biasimare le sue scelte: un contrasto che, unito all’interpretazione convincente di Federica Pala, la rendono una protagonista tutto sommato riuscita.
Una confezione in ritardo di un decennio
È un vero peccato che quell’idea drammaturgica così potente venga in parte vanificata dalla piattezza di una produzione tendente a conformare e adeguare ogni aspetto del film, così come avviene in buona parte degli altri prodotti targati Rai Fiction. Questo concetto non racchiude solo gli aspetti tecnici del lavoro, ma anche la riproposizione di certi stereotipi antiquati nella rappresentazione dei giovani, della famiglia e, sopra ogni cosa, di situazioni artefatte che dovrebbero sembrare naturali.
In aggiunta, non bisogna fare l’errore di giustificare Qualcosa di Lilla per via della sua appartenenza natale ai canali della televisione e dello streaming, dal momento che oggi, grazie al progresso delle tecnologie, è permesso ottenere contenuti di qualità perfino nelle condizioni economiche più risicate. Ovvero, non è necessario che una serie tv abbia il budget e la visione autoriale di Portobello affinché sia quantomeno priva di difetti grossolani.

Guardare o non guardare
Mettendo in opposizione l’importanza della divulgazione mediatica nell’ambito dei disturbi alimentari e il valore effettivo del film nel suo complesso, non può che nascere una domanda cruciale: è corretto sostenere una pellicola commerciale in virtù del suo significato sociale, senza tenere conto di tutto il resto?
O forse sarebbe meglio ignorare, se non boicottare, questo genere di operazioni filmiche e pretendere una differente cura dell’elaborazione cinematografica totale, specialmente qualora si vadano a toccare temi di rilevante sensibilità?
Non è una domanda alla quale si possa rispondere con immediatezza e, per fortuna, la disponibilità gratuita su Raiplay di Qualcosa di Lilla può incentivare ogni spettatore a maturare la propria riflessione in merito.