Le serie apocalittiche continuano a dominare lo streaming, ma non tutte riescono a reinventare davvero il genere. Day One, disponibile su Prime Video, prova a raccontare il collasso del mondo dal suo momento più iconico, il “giorno uno”. Tra richiami evidenti e noiosissime citazioni, ci poniamo una domanda inevitabile: è ancora possibile raccontare la fine del mondo in modo originale?
Il problema delle apocalissi contemporanee è che arrivano sempre troppo tardi. Non nel racconto, ma nell’immaginario. Quando questa Day One decide di portarci dentro il famoso “primo giorno”, quello in cui il mondo smette di funzionare e l’uomo torna improvvisamente a esprimersi a colpi di piombo e grugniti, scopriamo che quel giorno lo abbiamo già vissuto almeno una decina di volte.
Lo abbiamo visto in The Last of Us, dove il collasso diventava tragedia intima prima ancora che spettacolo. Lo abbiamo attraversato in The Walking Dead, quando la serialità aveva ancora il coraggio di sporcare i personaggi fino a renderli irriconoscibili. E, andando indietro, lo abbiamo persino respirato nell’aria rarefatta de 28 Days Later, dove il vuoto urbano era già un discorso politico prima che estetico.
Day One, invece, arriva dopo. E si vede.
Sopravvivere, ma senza sporcarsi
La serie mette in scena il suo piccolo campionario umano: chi fugge, chi resta, chi perde tutto, chi prova a salvare qualcosa. Funziona, certo. È difficile sbagliare completamente questo tipo di costruzione. Ma è anche difficile non chiedersi perché, nel 2026, questi personaggi parlino ancora come se l’apocalisse fosse una novità.
Il confronto è inevitabile. In The Last of Us, ogni scelta era un compromesso morale. Qui, invece, tutto resta in superficie. Anche il dolore sembra educato, quasi coreografato.
È un’apocalisse che non graffia; ma fa semplicemente, scenografia.

Álex González e Mireia Oriol
Il disastro come linguaggio sgrammaticato
Visivamente, Day One fa il suo mestiere. Le strade vuote, il caos iniziale, il senso di minaccia diffusa: tutto è costruito con professionalità. Il problema è che il disastro, oggi, non basta più mostrarlo. Bisogna interpretarlo.
Come vuole il copione; nulla di nuovo sul fronte occidentale. abbiamo visto opere ben più meritevoli che lo facevano trasformando il collasso in un discorso sulla sterilità del futuro. Perfino Contagion riusciva a rendere la procedura scientifica una forma di tensione narrativa. Qui invece, ci si limita a registrare. Come una telecamera lasciata accesa mentre il mondo cade a pezzi.
Solo che, senza uno sguardo il rischio è quello di mandare fuori fuoco la scena.
Il coraggio…che resta fuori campo
La sensazione, episodio dopo episodio, è che la serie non voglia davvero disturbare nessuno. Non lo spettatore, non il genere, non il sistema che la produce.
E allora resta in equilibrio. Sempre.
Troppo.
Non si affonda nei personaggi; malgrado Jordi Mollà e Álex González abbiano dato il tutto e per tutto per rendere i loro personaggi interessanti.
Non ci si radicalizza nelle scelte…Perché hanno più o meno lo stesso peso che avrebbe un corpo nello spazio siderale.
Non prende MAI posizione.
È come se avesse paura di diventare scomoda, in un contesto, quello dell’apocalisse, che dovrebbe essere per definizione, il luogo dell’eccesso, della rottura, della perdita di controllo.
L’apocalisse domestica
E qui arriva il punto più interessante, e anche il più problematico.
Day One non è una brutta serie.
È una serie inutile.
Nel senso più preciso del termine: non aggiunge nulla a un immaginario che, negli ultimi vent’anni, ha già detto tutto: Zombie, infetti, FallOut nucleare, Guerre civili varie ed eventuali…e spesso meglio. È un prodotto perfettamente funzionante, perfettamente guardabile, perfettamente dimenticabile.
L’apocalisse, ridotta a formato streaming, diventa contenuto.
E il contenuto, si sa, deve scorrere. Non disturbare. La classica serie che si può guardare col telefono in mano.
La fine del mondo senza conseguenze
Alla fine, con Day One, Prime Video mantiene ciò che promette solo nel titolo: ci mostra un inizio. Ma è un inizio che non apre nulla, non sposta nulla, non mette davvero in crisi lo spettatore.
È il giorno uno di un mondo che abbiamo già visto finire troppe volte; è l’ennesima morte di Zio Ben o dei Coniugi Wayne.
E forse è proprio questo il suo limite più grande:
non che il mondo finisca.
Ma che, quando succede, non ce ne accorgiamo più.