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‘Les bonnes femmes’ e il cupo elogio del femminino
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1 settimana agoon
A distanza di due anni da Le beau Serge, il francese Claude Chabrol realizza l’opera più riuscita e apprezzata del suo primo periodo, conducendoci in un racconto crudo e affascinante della monotona vita urbana: Les bonnes femmes. Uscito nel 1960 e distribuito in Italia con il titolo Donne facili il film rappresenta uno dei vertici formali della Nouvelle Vague. Con l’ottima fotografia di Henri Decaë, che restituisce esteticamente e formalmente lo sguardo oggettivo e osservativo del film, Chabrol riesce a dipingere un perfetto quadro della vita borghese parigina.
Brindiamo all’eterno femminino
Nella frenetica e convulsa Parigi, quattro donne lavorano come commesse in un negozio di elettrodomestici. Jane (Bernadette Lafont) è la perfetta incarnazione della femme fatale, divoratrice di uomini e bella da perdere il fiato. Ginette (Stèphane Audran) insegue il sogno di diventare un’attrice e si esibisce nei tabarin notturni dopo lavoro. Rita (Lucile Saint-Simon) si impegna a trovare un uomo abbiente, e infine Jacqueline (Clotilde Joano) passa le giornate trasognata aspettando l’idilliaco amore della sua vita. Trascorrendo il tempo nella noia del lavoro, con un occhio sempre all’orologio che indica la fine del turno e sguardi irretiti nel vuoto, passano le serate bevendo e frequentando uomini.
La meccanicità della grigia vita borghese sembra rompersi quando Jacqueline, durante le uscite diurne e notturne con le amiche, inizia a essere seguita da un misterioso uomo in motocicletta, innamorandosene a prima vista. Eppure, ciò che sembrava un fatato incontro si trasforma in un incubo, quando l’uomo si rivela essere un maniaco che la uccide a sangue freddo in un bosco. Perisce così Jacqueline, soccombe il puro femminino, l’euforica innocenza di chi ama per la prima volta e ne subisce le estreme conseguenze.
L’estetica del pedinamento urbano
Come per Le beau Serge ritroviamo ancora una volta la condanna della noia esistenziale che affligge l’essere umano in un luogo che si fa prigione. La macchina da presa torna a seguire i personaggi durante le loro giornate come in un lungo pedinamento urbano.
Non c’è bisogno di spiegare nulla, di renderlo troppo evidente. La semplicità dell’osservazione è sufficiente a comprimere pneumaticamente l’aria, minuto dopo minuto, e saturarla di una tensione che trova libero sfogo negli ultimi venti minuti. Come nei migliori romanzi naturalisti (i francesi ne sanno qualcosa!) la macchina da presa diviene un mero strumento osservativo con cui indagare, come in un esperimento, la vita di qualcuno. Le quattro protagoniste vengono seguite giorno e notte in attività quotidiane, con uno stile quasi documentaristico eppure mai ridotto a semplificazione narrativa. Anzi è proprio lo sguardo documentaristico che si fa strumento amplificante dei drammi e della noia esistenziale che affliggono le quattro giovani. Emerge più che mai quell’occhio chabroliano che al giudizio aperto preferisce la semantica del vero per enucleare l’orrore che si nasconde sotto la luccicante superficie del quotidiano.
Un triste elogio del bello
Ad attirare calamiticamente ogni cosa che le circonda sono le “donne facili” del racconto. Il loro magnetismo e i loro sguardi permeano e riempiono lo spazio con una naturalezza disarmante, facendo gravitare tutto ciò che le circonda attorno al loro asse. Il fascino ammaliante del femminino si insinua ovunque, un fil rouge che attraversa la narrazione come un motivetto ricorrente. È l’elogio del bello che Chabrol realizza attraverso Jane, Rita, Ginette e Jacqueline. Eppure, come la grande tradizione letteraria ci insegna, il bello, qualsiasi forma abbia, si porta dietro sempre un senso di decadenza, una fine imminente che lo minaccia. Così sin dalle prime inquadrature percepiamo in filigrana il dramma che lentamente inizia a insinuarsi nella storia. Non solo per la presenza inquietante del misterioso motociclista che appare come ombra minacciosa, ma soprattutto per la consapevolezza del profondo vuoto che si cela dietro la vita delle protagoniste. Come una bella scatola priva di contenuto, la bellezza non rimane che un palliativo adornante del misero vivere borghese, una scelta estetizzante per colorire il grigio tempo della noia.
L’epitaffio del sogno
Tra le luci, i teatri e le macchine le quattro donne appaiono alienate dal contesto. Nel negozio di elettrodomestici dove sembrano quasi scomparire tra gli oggetti di scena. Poi nel locale dove mascherate assistono all’esibizione di una bellissima spogliarellista. Poi in piscina, allo zoo, per le strade. Appaiono sì magnetiche e venuste, eppure costantemente succubi dell’uomo, a metà tra seduzione e impotenza.
Eppure tutte sognano, ognuna a suo modo, una vita diversa, un futuro che immaginifico riempie i loro occhi meravigliosi e allo stesso tempo terrorizzati. Chabrol gioca con lo spettatore, non solo deludendo le aspettative, ma anzi riducendo a brandelli un racconto che forse non regge un contrappeso così forte. E il risultato è strabiliante. Non appena il sogno di una delle ragazze sembra prendere forma, la negazione dello stesso si fa ancora più forte, portando all’estrema conseguenza dell’omicidio violento.
Le conseguenze dell’osservazione
L’epilogo tragico rappresenta il fallimento dell’esperimento, la scoperta del germe dopo aver osservato dal microscopio, la condanna della mediocrità borghese. Emblematico il finale proposto da Chabrol: una donna danza in un locale con un uomo di cui non vediamo il volto, sempre di spalle. Lei è a favore di camera, danza con un sorriso leggero sulle labbra, poi guarda lo spettatore. Ancora una volta, come per Le beau Serge o Les Quatre Cents Coups, ritorna l’importanza dello sguardo che penetra lo spettatore. Come a interrogarci, a sollecitare il nostro ruolo attivo nel dialogo, Chabrol ci mostra un’altra “donna facile”, forse vittima di un uomo violento, di una noia esistenziale, o di una vita grigia che chiede a noi un cambiamento.