Il nuovo film distribuito da Netflix, Non abbiam bisogno di parole, scritto e diretto da Luca Ribuoli si ispira a La famiglia Bélier (2014) di Éric Lartigau, pellicola francese incentrata sulla storia di una famiglia i cui membri sono sordomuti, tutti tranne Paula. L’opera di Lartigau ha anche ispirato l’adattamento statunitense CODA – I segni del cuore (2021), vincitore del premio Oscar come Miglior Film nel 2022.
Non abbiam bisogno di parole
Sarah Toscano è al suo debutto attoriale: la talentuosa cantante interpreta Eletta, unica udente della sua famiglia. La giovane rappresenta una figura fondamentale all’interno del nucleo familiare, aiutando tutti nella loro quotidianità tra la fattoria e la campagna elettorale del papà. Eletta possiede anche un’intensa passione per la musica e non solo, ha anche un’incantevole voce.
Saper dirigere una distanza emotiva
Il linguaggio filmico lavora per sottrazione: i personaggi non vengono profondamente raccontati. Il pubblico è chiamato a interiorizzare ogni postura, ogni sguardo. D’altronde, il film lavora proprio sul concetto di incomunicabilità emotiva attraverso cui viene a formarsi un costante sottotesto, il vero motore drammaturgico. Non è tanto ciò che accade a determinare il conflitto, quanto ciò che non viene affrontato. L’opera, infatti, non mette in scena alcuna barriera linguistica, bensì una distanza sul piano relazionale. La regia contribuisce alla rappresentazione di questa lontananza, non privilegiando primi piani, ma piani medi, lavorando così su un registro visivo controllato. Di conseguenza, il regista decide di creare una distanza anche tra lo spettatore e i personaggi, permettendo al primo di studiarli e osservarli.
Al tempo stesso, però, viene cucito un silenzioso processo empatico. Nel corso dell’evoluzione narrativa, infatti, la sfera emotiva di chi guarda si sincronizza su quella di Eletta, comprendendo le sue esigenze e i suoi bisogni. Eletta è il classico archetipo di personaggio su cui ricadono colpe e responsabilità, una situazione non propriamente sana. Non si tratta di voler ignorare le necessità dei genitori, ma è importante capire come ogni individuo necessiti di costruire una propria vita. Può essere doloroso. Eppure, è anche naturale che una giovane ragazza abbia sogni e ambizioni da non chiudere nel cassetto. È qui che il racconto trasforma una storia specifica in un discorso più ampio sull’autodeterminazione e sull’autodefinizione.
L’armonia di una coerenza audiovisiva
La composizione musicale rappresenta uno degli elementi più significativi del film. Le tracce emergono saltuariamente, in modo quasi timido, amplificando gli attimi di silenzio e intensificando l’evoluzione di alcuni rapporti. Un aspetto sonoro interessante riguarda il rapporto tra musica diegetica ed extradiegetica. I brani che costituiscono la colonna sonora del film si intrecciano con le canzoni appartenenti alla sceneggiatura, interpretate nel corso delle lezioni di canto. Il risultato coincide con una meravigliosa ed emozionante fluidità musicale.
Nel mentre, il linguaggio visivo e fotografico di Ivan Casalgrandi è caratterizzato da una notevole desaturazione, scelta perfettamente idonea alla rappresentazione di una dinamica che non richiede alcun eccesso visivo. Il direttore della fotografia entra in perfetta sintonia con il regista. Difatti, la composizione dell’inquadratura tende a privilegiare un determinato equilibrio, dove ogni elemento viene posizionato per restituire una sensazione di ordine. Eppure, è proprio in questa apparente quiete visiva che si insinua la tensione, creando un netto contrasto tra ciò che si comunica e ciò che viene soppresso. L’immagine non eccede mai, contribuendo così alla realizzazione di un’estetica coerente, capace di sostenere l’intero impianto narrativo.
Un gesto inclusivo
La professoressa Giuliana (Serena Rossi), maestra di canto, rappresenta una figura importantissima nel percorso di Eletta. La giovane vorrebbe sentirsi libera, ma al contempo, prova sensi di colpa verso la sua famiglia. In questo momento, le parole dell’insegnante diventano necessarie.
«Io non ho figli, ma ho avuto una madre che mi manipolava. Eletta, è la tua vita. Non far decidere a nessuno come viverla.»
La narrazione giunge al momento più atteso: Eletta tenta l’audizione presso una prestigiosa scuola di musica di Torino. Oltre alla famiglia presente, è così commovente veder arrivare anche la sua professoressa, colei che ha creduto in lei dal giorno zero. Eletta inizia a cantare. Subito dopo, avviene un momento meraviglioso. Simultaneamente al canto, la protagonista utilizza il linguaggio dei segni per comunicare il testo ai suoi familiari. Una scena di fondamentale importanza che mira a dimostrare ciò che l’attrice ha affermato:
«La sordità non dev’essere vista come un handicap. I sordomuti hanno una propria lingua, identità e cultura.»
Il finale dedicato alla partenza di Eletta rappresenta l’inizio di un nuovo capitolo di vita, fatto di speranze e nuove consapevolezze. Ogni character arc si completa in modo positivo: anche i genitori comprendono quanto sia importante non spezzare le ali di un figlio. Avere rispetto di un dono è il primo passo per dargli la luce che merita.