The Fake (2013) è un thriller-crime d’animazione rurale, conturbante, grigio e violento. Il suo protagonista è uno degli anti-eroi più brutali che si possano concepire. Si chiama Chun-mil: un uomo impetuoso, quasi bestiale; un pessimo marito e, ancor di più, un terribile padre. Tornato al proprio villaggio, destinato ad essere sommerso per la costruzione di una nuova diga, si impegna per smascherare i malfattori dietro una grande frode ai danni degli abitanti. Presentato al Florence Korea Film Fest 2026, The Fake arricchisce il lungo omaggio della kermesse fiorentina, dedicato al grande regista, Yeong Sang-ho (qui la nostra intervista al regista).
La problematica del fanatismo religioso arricchisce il genere
Ancora una volta Yeong Sang-ho attinge da ciò che altri registi, per comodità, eviterebbero. Si badi bene, non è questione di una maggiore libertà, derivante dalla natura indipendente della produzione. Yeon Sang-ho, all’interno del panorama cinematografico sudcoreano, è una di quelle personalità che sa osservare. Decide consapevolmente di scavare a fondo, oltre l’omertoso terriccio sociale che, spesso, nel suo Paese cela problematiche importanti. Giunge al cospetto di alcune criticità, se ne appropria, se ne nutre e, attraverso il proprio Cinema, le restituisce ad altri occhi, modellate dal proprio estro artistico di genere.
Così, se il suo primo lungometraggio, King of Pigs (2011), altro non è che un affresco impietoso sul bullismo e il classismo che imperversano tra i giovani studenti sudcoreani, The Fake irrompe sullo schermo come un torrente tetro e impetuoso alla cui foce stagna il dramma del fanatismo religioso. Le sette in Corea del Sud sono ancora oggi una tematica complessa, spinosa e divisiva. Yeong Sang-ho riesce a coglierne i lati più oscuri, traendone materiale per arricchire la componente criminale e malavitosa della narrazione di stilemi che rendono il film accattivante dall’inizio alla fine: l’uno contro tutti, i tradimenti, le possibili redenzioni. Anche se poi declinati in maniera del tutto peculiare.

La tensione che nasce dall’incertezza
Il titolo del film è diretto e perentorio: “Il Falso”. Ma cos’è “Il Falso”? The Fake allude a una falsità sistemica che affligge alcuni meandri della società sudcoreana. In questo contesto il falso diventa il mezzo per sopravvivere, diventa il ripiego per un fallimento, diventa l’illusione data dal proprio orgoglio, diventa l’arma per la propria avarizia, diventa il rifugio per la propria disperazione. Attorno alla setta religiosa, anch’essa propugnatrice di falsità, si intrecciano le storie di personaggi enigmatici, dai passati oscuri, dagli intenti incerti. Ogni ruolo rimane in fin dei conti indefinito, non esiste il bene assoluto, ma i carnefici sì, così come non esistono dei reali salvatori, ma le vittime sì. Perfino Chun-mil, il malsano portatore della verità, altro non è che un’irrimediabile caricatura di sé. The Fake rivela il suo lato disilluso. Non ci si può mai completamente schierare.
Nel mondo fittizio così rappresentato tutto è nebbioso, riflesso della silenziosa campagna teatro delle vicende. Ed è proprio grazie a questi presupposti che Yeong Sang-ho alimenta la tensione. Non sapendo chi meriterebbe l’effettivo trionfo, è difficile solo immaginare un’effettiva conclusione, capace di soddisfare, da un lato o dall’altro, la classica dinamica dell’eterna lotta tra bene e male. Non si può quindi supporre o dedurre, si può solo assistere. Lasciarsi trainare da un destino ignoto, ma già scritto. Tutto scorre nell’incertezza di ciò che verrà. Niente esclude niente. Le tradizionali coordinate su cui orientarsi perdono così significato. Non è poi un caso che il finale stesso appaia emblematico.

Un dialogo perturbante tra animazione e regia
C’è qualcosa di perturbante nel cinema d’animazione di Yeong Sang-ho. Un elemento dissonante che disorienta il guardare. Seduti davanti allo schermo si avverte come una costante sensazione di leggera inquietudine. Eppure, non è che scaturisce semplicemente da quanto narrato. In The Fake, più passano i minuti, più ci si accorge che il malessere ha un’origine ben precisa: lo stile. Il modo in cui prende vita il dialogo tra regia e disegno. L’animazione di Yeong Sang-ho risulta molto realistica, ma, per dei piccoli aspetti, non sfocia mai nel più completo naturalismo. I tratti animati sullo schermo sono eccessivamente spigolosi. Le fisionomie dei personaggi paiono disumanamente malformi, quando percorse da stati d’animo intensi. I volti, per quanto espressivi, sono freddi, così come scialbi sono i fondali e gli ambienti.
Questa tendenza al simulacro del reale risuona anche nelle scelte registiche. Yeong Sang-ho gestisce i movimenti di macchina e le inquadrature come se si potesse di punto in bianco, premendo un semplice pulsante, trasformare The Fake in un lungometraggio dal vero. Si ha la vaga impressione di assistere a una sorta di storyboard che prende vita, mantenendo, tuttavia, la sua natura disegnata. Ed ecco che la distanza che separa le due forme d’arte, il cinema live-action e il cinema d’animazione, risulta ridotta a tal punto da squilibrare ogni percezione.
