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Dall’horror all’action: ‘Sangue d’oro’, l’ultimo film di Dario Germani

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Con Sangue d’oro, il regista Dario Germani esplora un nuovo filone di genere.

L’infaticabile e prolifico regista Dario Germani, dopo il convincente Angelus Tenebrarum, porta in sala un’altra perla di genere, stavolta dal core action se pur con richiami dichiarati al soprannaturale ed all’horror. Ritmo serrato, rapimenti e sparatorie a go go in Sangue d’oro prendono il posto del mistero e dell’occulto, che si presenta pur tuttavia in diversa veste, tra i segreti della Chiesa, una setta fanatica e finanche gli zombie.

Sangue d’oro: la storia

Dal Vaticano alle Filippine, una misteriosa e preziosa ampolla rubata da un commando paramilitare nei sotterranei della Santa Sede ricompare tra le mani di Don Mateo, a capo di una cattolicissima setta religiosa in cerca della propria personale pietra filosofale: il sangue della resurrezione. Nel frattempo, un ex comandante delle forze speciali, Jake (Lorenzo Buran), insieme a sua moglie Sofia (Nathalie Rapti Gomez), dal sangue rarissimo, partono per quella che dovrebbe essere una tranquilla vacanza a Manila.

L’azione non si fa attendere: appena arrivati in hotel, lo stesso commando rapisce la donna, ed inizia così la caccia all’uomo di Jake per ritrovare e salvare la giovane moglie. Un plot che richiama alla memoria l’inquietante thriller Frantic di Roman Polanski di Hitchcockiana memoria, eccezion fatta, nell’esecuzione, per la mancanza di suspense che Germani converte in scene d’azione al limite dello splatter. Di tutt’altra caratura anche le interpretazioni: Buran è più che convincente nel suo ruolo di eroe ma non ha il carisma di Harrison Ford, mentre la Rapti Gomez è in parte ma non ha certo il fascino conturbante della Seigner.

Un action serrato che coinvolge ed intrattiene

Se pur con i limiti della produzione indipendente, Sangue d’oro è un’opera ben congegnata; il regista Dario Germani, perfettamente a proprio agio nel genere horror, dai sequel di Antrophofagus al recente Angelus Tenebrarum, si è dimostrato capace di spaziare con disinvoltura anche nell’action, mediando i ritmi serrati (ottenuti grazie sia alla mobilità della camera che a un montaggio dinamico, opera di Lorenzo Fanfani) con una fotografia spettacolare (curata come sempre dallo stesso Germani), dall’immensità del deserto iracheno alla giungla rigogliosa delle Filippine.

La trama, sebbene non originale e a tratti inverosimile, dal classico retroscena di vendetta alla giovane zombie, vittima di esperimenti non riusciti, è tuttavia avvincente e tradotta in linguaggio cinematografico con perizia, sorretta da un buon lavoro attoriale e degli stuntmen, sino all’inattesa svolta finale che richiama il genere prediletto dal regista. Sangue d’oro è un’opera che ha un respiro ampio ed aspirazione all’internazionalità (girata in inglese e doppiata), mostrando al contempo la capacità di Germani di intrecciare i classici di genere per dar vita a storie appassionanti e piacevoli da seguire.

 

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