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Intervista a Maren Eggert; Gavagai e l’amore del capirsi

Maren Eggert, protagonista di Gavagai di Ulrich Köhler ci racconta un film che attraversa desiderio, alterità, razzismo e incomprensioni culturali, ben oltre i confini del melodramma.

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Maren Eggert

Abbiamo avuto modo di parlare con Maren Eggert che ci ha raccontato di Gavagai di Ulrich Köhler. Presentato al Festival del Cinema Tedesco 2026 di Roma, ed attualmente in proiezione dal 19-03-2026, è uno di quei film che non si lasciano addomesticare facilmente. Parte da un set in Senegal, da una rilettura di Medea e da una relazione che sembra sul punto di diventare una storia d’amore; poi però scarta di lato, mette in crisi i personaggi e comincia a interrogare lo sguardo europeo, il rapporto con l’altro, il peso dei privilegi, l’imbarazzo delle buone intenzioni quando incontrano la realtà.

Al centro del film c’è Maja, attrice tedesca interpretata proprio da Maren Eggert, che sul set veste i panni di Medea. Un doppio ruolo, dunque: personaggio e figura tragica, donna contemporanea e mito. Ed è proprio da questa duplicità che siamo partiti nella nostra conversazione con l’attrice.

“Con Maja avevo molte affinità”

Per Maren Eggert, avvicinarsi a Maja non è stato particolarmente difficile. Anzi, il punto di contatto con il personaggio è stato quasi immediato.

“Actually, I have not so many problems with getting close to Maja because we have a lot of parallels, obviously. Like, she is an actress as I am, and I could look at my own feelings and emotions and put them on Maja somehow.”

Eggert spiega come il lavoro sul personaggio sia nato anche da un’esperienza concreta condivisa: quella dell’arrivo in Africa per la prima volta, con tutto il carico di spaesamento che questo comporta.

“What I share with her is the experience to come to Africa for the first time and be kind of destabilized in a strange world. So I could basically rely on my own feelings for the character of Maja because a lot of things that happened to her happened to me also in parallel.”

Il risultato è una costruzione interpretativa che non passa tanto per l’imitazione quanto per un travaso di esperienza. Maja, in questo senso, non è un personaggio da “comporre” dall’esterno, ma una figura da attraversare.

Maja e Medea, due personaggi nello stesso corpo

Uno degli aspetti più interessanti di Gavagai è il modo in cui il film sovrappone Maja e Medea, lasciando che il personaggio contemporaneo venga attraversato, quasi contaminato, da quello classico.

Eggert insiste proprio su questo punto, raccontando quanto fosse stimolante lavorare su due identità dentro lo stesso film.

“It was interesting for me to have two characters in one film, Maja and Medea, and some questions about racism or being a stranger in a country I could solve with the Medea character also.”

Qui Gavagai compie una mossa piuttosto sottile. Non usa Medea come semplice citazione colta da festivalino con brochure patinata, ma come una lente ulteriore attraverso cui osservare estraneità, appartenenza, esclusione. Il mito non nobilita il presente: lo complica.

Gavagai

Maren Eggert in Gavagai

Africa e Berlino: dove Maja si sente davvero esposta

Uno dei passaggi più acuti dell’intervista riguarda il rovesciamento tra Africa e Berlino. Verrebbe da pensare che per Maja il luogo più instabile sia il Senegal, dove è straniera, bianca, fuori contesto. Eggert invece ribalta la questione.

“I think for Maja in Africa she is the stranger, being the white Medea and everything, but in a strange way she feels more safe there because she can put all the political issues on the director of the film.”

Nel contesto africano, dunque, Maja si muove dentro una specie di bolla protetta. Anche quando si trova in una posizione delicata, riesce comunque a proiettare il conflitto su qualcun altro, in questo caso sul regista del film nel film.

“She is in a kind of safe place.”

È a Berlino, paradossalmente, che tutto si incrina davvero. Là dove dovrebbe sentirsi a casa, Maja si scopre più fragile, più esposta, più costretta a fare i conti con se stessa.

“In Berlin, where she is at home and should feel safe, she makes all these mistakes, dealing with a fragile situation with her partner Nour, and having to learn that she doesn’t know so much about it as she thought she was.”

Ed è forse qui che Gavagai colpisce meglio: non quando mette in scena lo scontro più visibile, ma quando fa emergere la goffaggine morale di chi crede di avere già capito tutto. Berlino, in questo senso, non è il luogo della stabilità, ma quello della resa dei conti.

“Non è una storia d’amore impossibile”

Alla domanda sul rapporto tra Maja e Nour, Maren Eggert evita subito la scorciatoia romantica. Sarebbe stato facile vendere Gavagai come la solita storia d’amore impossibile tra due mondi. Ma sarebbe anche stato riduttivo.

“Telling an impossible love story would be too simple a story.”

Per Eggert, il film prova a fare qualcosa di più difficile: raccontare il tentativo di creare una connessione autentica, personale e culturale, con chi ci resta irriducibilmente altro.

“I think it’s really more about trying to connect with strangers, with the others, not only the European cinema trying to connect with Africa, but also the individual trying to connect with the other individual.”

E ancora:

“So it’s not so much about a love story, I think it’s about trying to understand each other and trying to overcome differences.”

È una definizione molto precisa, e anche molto utile per non sbagliare film. Gavagai non cerca il sentimentalismo, cerca la frizione. Non consola, interroga. E nel farlo chiama in causa non solo i personaggi, ma anche lo spettatore europeo, con tutte le sue comode categorie pronte all’uso.

Jean-Christophe Folly e Maren Eggert

Un personaggio che inciampa nelle proprie certezze

Dalle parole di Maren Eggert emerge con chiarezza un aspetto fondamentale del film: Maja non è una figura esemplare, né un’allegoria impeccabile. È una donna che inciampa nelle proprie convinzioni, che crede di sapere e scopre di non sapere abbastanza, che si muove tra desiderio di apertura e limiti profondissimi del proprio sguardo.

Ed è proprio questa imperfezione a rendere la sua interpretazione così interessante. Eggert non cerca mai di rendere Maja simpatica a tutti i costi. La lascia contraddittoria, esposta, perfino scomoda. Il che, in tempi di personaggi costruiti per non disturbare nessuno, è già una piccola forma di onestà.

Maren Eggert, è la Medea prima di Maja?

Con Gavagai, Maren Eggert entra in un film che usa il set, il mito e la relazione tra due persone per parlare di qualcosa di più grande e più spinoso: il nostro modo di guardare gli altri senza accorgerci fino in fondo di come guardiamo noi stessi. Nelle sue risposte non c’è compiacimento teorico, ma una consapevolezza molto netta della fragilità del personaggio e delle tensioni che lo attraversano.

Ed è forse questo il punto più interessante emerso dall’incontro: Gavagai non racconta tanto un amore impossibile, quanto la fatica, spesso goffa e insufficiente, di capire davvero chi abbiamo di fronte. Che detto così sembra persino semplice. Ma semplice, ovviamente, non è.