Conversation
‘Il Bene Comune’ Conversazione con Rocco Papaleo
Una favola contemporanea che ripropone in chiave moderna il modello dell’agape cristiana
Published
4 ore agoon
Collegandosi a temi e poetiche dei film precedenti Il Bene Comune di Rocco Papaleo reagisce alla conflittualità del tempo presente con una storia che attualizza il modello dell’agape cristiana raccontando la voglia di riscatto di personaggi segnati dalla vita.
Il bene comune è prodotto da Picomedia, Less is More e PiperFilm e distribuito nei cinema da Piper Film.
Rocco Papaleo e il suo Il bene comune
Il Bene Comune sembra fatto apposta per reagire a quanto accade nei nostri giorni. Se le guerre sono fatte per separare i popoli mettendoli gli uni contro gli altri Il bene comune racconta una storia in cui l’unità tra le persone è il viatico per rendere il nostro mondo un posto migliore.
Non posso dire che non mi faccia piacere sentire che percepisci il film in questo modo. A prescindere dal momento che viviamo, la mia ambizione era comunque di raccontare quanto sia necessario provare a sentirsi comunità o comunque partecipare in modo comunitario all’esistenza. Per questo sono contento che tu lo abbia percepito. Spero lo facciano in tanti.
Per raggiungere questo obiettivo i personaggi del film si affidano a una guida capace di indirizzarne gli sforzi. Anche in questo caso Il bene comune intercetta una questione aperta della nostra contemporaneità ovvero la disperata ricerca di leader in grado di favorire una svolta positiva in tutti i settori della nostra società.
Assolutamente. La presenza di una guida, di un maestro, ma anche di una relazione profonda in cui ci si si impregni un po’ l’uno dell’altro è qualcosa di fondamentale. Oggi è assolutamente necessario pensarla in modo comunitario. In fondo credo sia sempre stato così. Il contesto, bene o male, ha sempre avuto le sue discrepanze, le sue cosiddette magagne, ciononostante l’idea di comunità non è mai venuta meno perché è parte integrante della storia dell’uomo.
Un legame tra i film
Come espressione di un cinema d’autore i tuoi film sono legati l’uno all’altro, condividendo temi e poetica. In questo senso Il bene comune riprende Basilicata coast to coast nel ribadire il potere catartico dell’arte perché il suo esercizio diventa un fattore aggregante capace di sciogliere i conflitti tra le persone. Non è un caso che nel film i momenti musicali interrompono le divisioni e favoriscono l’armonia tra i personaggi.
Quanto dici è così vero che studiare musica dovrebbe essere obbligatorio. Suonare insieme produce una suggestione che ti fa capire quanto possa essere salvifica l’armonia tra le persone. Non a caso la musica è fondamentale nel mio entertainment. Ne ho bisogno non solo come commento, ma proprio come via da seguire. Non è una coincidenza che nel film i personaggi sono sette come le note musicali e che a un certo momento si mettono insieme in una forma armonica. In questo senso può essere interessante dire che io e gli attori abbiamo fatto un percorso parallelo ai personaggi. Anche noi come i protagonisti del film siamo diventati gruppo trasformando il rapporto di lavoro in un legame più profondo. Me ne sono accorto nel corso della conferenza stampa. Guardando a destra e sinistra ho visto non solo i singoli attori ma un gruppo di persone unite dalla condizione di un’esperienza comune.
Doppia dimensione per Il bene comune di Rocco Papaleo
Come in Scordato anche ne Il bene comune è costruito su una doppia dimensione. In tal senso l’inizio è quasi emblematico perché presentare il tuo personaggio dopo averne coperto la faccia con un giornale in cui campeggia un tuo primo piano è il segnale della composita natura del racconto, reale e metafisico, come pure del duplice ruolo del tuo personaggio, che è al tempo stesso una guida turistica e una sorta di maestro spirituale, un traghettatore che ci conduce dall’oscurità alla luce.
Diciamo che sia lui come personaggio che io come attore e regista siamo narratori di questa storia. Poi mi piaceva l’idea che ognuno dei personaggi avesse l’opportunità di narrare se stesso attraverso una riflessione più intima. Sono d’accordo sul fatto che nel contesto del film la presenza della guida turistica rimanda al bisogno della società di trovare qualcuno in grado di indirizzarla. Nella nostra storia i personaggi vengono guidati allo scoperta delle bellezze naturali; in particolare quella dell’albero secolare che ispira coloro che lo guardano per la sua propensione ad adattarsi a un territorio non proprio favorevole. In tale ambito la funzione di guida espletata dal mio personaggio mi ha permesso di intercettare un bisogno esistenziale ma anche di raccontare uno sguardo un po’ diverso all’idea dello stare insieme.
Un altro tema dei tuoi film è l’idea di un’arte svincolata dal successo. Anche i personaggi de Il bene comune la praticano più per un bisogno personale che nell’ottica di ricavarne un tornaconto materiale.
Io ho molta simpatia per chi sta in seconda fila. Quello che l’arte deve fare è appassionare chi la pratica ma anche chi ne è partecipe per la linfa vitale che trasmette. A tal riguardo mi piace ricordare la frase pronunciata dal personaggio interpretato da Andrea Fuorto che a un certo punto dice che gli piacerebbe stare in un posto dove per vincere non bisogna per forza arrivare primi. Sarebbe salutare recuperare un po’ di quello spirito olimpico per cui l’importante è partecipare ed essere appassionati fino in fondo di quello che si fa senza preoccuparsi di diventare una star.
Il teatro sensoriale
Il bene comune è il tuo lungometraggio più ambizioso e maturo. Tra le cose che mi hanno più affascinato c’è quella di aver costruito la forma del film sul concetto di teatro sensoriale, quello che il personaggio insegna alle detenute con il suo laboratorio. Come il teatro immersivo serve a stimolare la memoria, le emozioni più profonde, il benessere psicofisico, così fa il film per come riproduce il rapporto tra passato e presente. La contiguità dei diversi segmenti temporali riesce a riprodurre a livello visivo le caratteristiche di questa forma d’arte.
Mi fa molto piacere sentirtelo dire perché si tratta di sottigliezze che ovviamente abbiamo cercato. Si tratta di aspetti molto sottili che non tutti sono in grado di cogliere e per i quali abbiamo lavorato molto. Il bene comune è stato molto pensato anche se poi sono convinto che una volta sul set ci si debba sentire liberi e anche un po’ anarchici. Con Valter Lupo abbiamo fatto un grande lavoro a monte sulla sceneggiatura per essere pronti a maneggiare una narrazione che si muove su tre livelli. Lo stesso è successo con il direttore della fotografia Diego Indracolo e il montatore Mirko Platania. Prima di iniziare le riprese e durante i sopralluoghi abbiamo continuato a discutere su come dovevamo legare questi piani narrativi. Questo per dire che siamo arrivati sul set con le idee molto chiare. Il fatto che tu abbia colto le sottigliezze del nostro operato ci ripaga dei nostri sforzi.
Si tratta di una sfida vinta perché sei riuscito a non appesantire la storia costruendo una vicenda in cui le diverse dimensioni della storia riescono a dialogare regalando una profondità di senso agli eventi raccontati.
Mi fa molto piacere che tu l’abbia colto. Questo mi fa dire che il lavoro di preparazione non è stato vano. Abbiamo impiegato le nostre energie migliori per arrivare a questa amalgama.
Realtà e metafisica
La narrazione principale è posta all’interno di una cornice dal sapore metafisico in cui il film riflette sul potere catartico dell’arte; in particolare sull’importanza di raccontare storie per la capacità che esse hanno di farci conoscere gli uni con gli altri predisponendoci al raggiungimento del bene collettivo. In tal senso la conclusione del film è perfettamente coerente all’idea espressa all’interna di questa cornice, confermando che le storie sono destinate a sopravvivere a chi le racconta.
Il finale è stato pensato per lasciare allo spettatore la libertà di interpretarlo come meglio crede. L’esito finale per me si svela ma è anche vero che le sue letture possono essere diverse. Detto questo, il messaggio secondo il quale il racconto delle storie sopravvive a chi le racconta è presente perché la conoscenza tra le persone è necessaria per poter veramente ambire a quest’idea di comunità e di bene comune.
L’intreccio tra realtà e metafisica dà luogo a una sorta di realismo magico in cui è ancora una volta il montaggio a farla da padrona. Mi riferisco per esempio alla scena in cui di colpo torniamo indietro nel tempo per vedere il personaggio di Teresa Saponangelo compiere una rapina. In quello come in molti altri momenti del film l’uso del flashback non ha solo una funzione narrativa, ma anche estetica perché la scansione temporale dà vita a qualcosa di magico e quasi soprannaturale trasformando il personaggio davanti ai nostri occhi.
Si tratta di scelte fatte a monte e poi realizzate attraverso il montaggio. Lo stile del film risponde alla volontà di realizzare una narrazione un po’ anarchica e ondivaga ma comunque compatta.
Una scelta, la tua, coerente con la riflessione del film sul fatto che raccontare storie autorizza l’immaginazione a essere il più fervida possibile. Il senso di libertà che ne deriva riesce a farci sentire quella che permette ai personaggi di disfarsi dei rispettivi fardelli per ritornare a vivere. Emblematica in questo senso è la sequenza in cui nel corso del viaggio i nostri incontrano quelli che poi si rivelano essere i componenti della band che suona all’interno della cornice. È un scena brevissima e priva di parole e però capace di esprimere al meglio l’anarchia a cui facevi riferimento.
Sono davvero contento che tu l’abbia città perché quella sequenza è tra le mie preferite. Non era prevista nel copione ed è venuta fuori strada facendo perché ci piaceva l’idea che i protagonisti incontrassero i musicisti anche nella realtà. Arrivati a quel punto delle riprese li abbiamo richiamati sul set approfittando del fatto che in quel giorno erano liberi da impegni. Abbiamo girato senza essere sicuri che il materiale sarebbe stato inserito nel film poi ci siamo accorti che la sequenza costituiva un altro anello di congiunzione tra i vari livelli del film e così l’abbiamo montata.
La Basilicata di Rocco Papaleo
È indubbio che per te la Basilicata sia un luogo dell’anima capace di stimolare la tua fantasia e immaginazione. Oltre a questo un topos ricorrente del tuo cinema è appunto il viaggio che qui diventa foriero di resilienza e di cambiamento.
Logicamente il legame con la mia terra è fondamentale per l’ispirazione. In più essendo la Basilicata una regione sconosciuta o comunque lo era – Basilicata coast to coast ha aiutato a rivelarla – ho pensato che inserirla nel film mi avrebbe dato una doppia opportunità. La prima è quella logica e naturale per cui uno si riferisce alla terra in cui si è formato. L’altra invece è che la Basilicata non è una regione conosciuta e per questo è in grado di dare un tocco esotico e originale alle storie ambientate in quei luoghi. Rispetto a quindici anni le cose sono cambiate. Con Matera capitale della cultura la regione ha trovato un faro che la illumina e che ha facilitato il suo collocamento nei miei racconti. Il viaggio è un archetipo e in questo caso hai colto nel segno rispetto al fatto che si tratti di un momento catartico, capace di fornire un opportunità di cambiamento a coloro che lo compiono.
Di come vi siete preparati al film hai in parte detto per questo volevo soffermarmi sulla presenza di Vanessa Scalera. Del film Vanessa è coprotagonista e per lei, almeno al cinema, e in una commedia è la prima volta. Le sequenze in cui siete insieme sono scandite da una profonda alchimia che racconta al di là delle parole. Di lei hai saputo cogliere la capacità di essere buffa e allo stesso tempo affascinante.
Con gli attori non abbiamo fatto grandi prove. Forse ho lavorato un po’ di più con Livia Ferri e Rosanna Sparavano mentre con Vanessa, Teresa Saponangelo e Claudia Pandolfi che già conoscevo ci siamo ritrovati sul set e abbiamo iniziato a girare. Con Vanessa c’è stata qualche discussione creativa, conseguenza del dover interpretare un personaggio diversi da precedenti, poi le cose sono andate come hai potuto vedere. È vero che c’è e c’è stata una grande alchimia tra me e lei. L’ho intuito appena l’ho vista in azione. Ho capito che è un’attrice dotata della mia stessa “musica” ed era un po’ di tempo che cercavo un’occasione per recitare insieme. Come dici tu con lei c’è un’intesa che va al di là delle parole, forse dovuta alla nostra comune provenienza essendo entrambi due paesani. Mi piace pensare che siamo destinati a lavorare ancora insieme.