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‘Young Sherlock’, un ritorno inaspettato
Holmes nel teen-crime della sua adolescenza
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3 ore agoon
Disponibile su Prime Video dal 4 marzo Young Sherlock la nuova serie con al centro le vicissitudini teen del noto detective creato da Arthur Conan Doyle. La rivisitazione seriale ideata da Matthew Parkhill e sviluppata dal regista Guy Ritchie (già autore dello Sherlock cinematografico con Robert Downey Jr.), è in realtà basata su una precedente rivisitazione letteraria, omonima, di una serie di romanzi creata dallo scrittore britannico Andy Lane. Ad interpretare il giovane Holmes, Hero Fiennes Tiffin, affiancato da Joseph Fiennes, Natascha McElhone, Colin Firth e Zine Tseng.
Il TRAILER – Young Sherlock
Young Sherlock , misteri e teen drama
Nel 1871, uno Sherlock Holmes (Hero Fiennes Tiffin) diciannovenne, ancora inesperto e alle prime armi, si trova coinvolto in un tragico omicidio all’Università di Oxford. Mentre affronta il suo primo caso, privo di disciplina e metodo, Sherlock ha anche il tempo di invischiarsi in un complotto internazionale.
Le origini di Holmes secondo Richie e Lane – Young Sherlock
Nel corso dei decenni la figura, sempre più archetipa, di Sherlock Holmes è sempre stata presa di mira dal meccanismo transmediale, passando appunto da un medium all’altro e riformulando la personalità del noto protagonista di Conan Doyle. Il detective di Baker Street ha sempre consolidato la sua indubbia capacità, propria del fumetto e del cinecomic, di rigenerarsi tra contesti culturali mediali differenti ma mantenendo intatto il suo fascino dell’investigatore sempre all’estremo, arguto e in constante sbilanciamento tra pericolo e fortuna, enigma e il suo risolvimento.
Tornando indietro nel tempo, mentre lo Sherlock di Basil Rathbone nel film del ’39 ha contribuito a consolidare l’immagine più avventurosa dell’investigatore, è la serialità che per molto tempo si è occupata del rinnovamento del personaggio di Doyle; Jeremy Brett, nel decennio ’84-’94, approfondisce le sfaccettature idiosincratiche mentre la celebre versione di Benedict Cumberbatch ha il merito di iniziare una rappresentazione da genio sregolato, seppur ancora legato all’aplomb originario. Tendenza poi continuata e interamente snaturata dall’atipica performance data da Robert Downey Jr. nei due film diretti da Guy Ritchie.
La transmedialità di Sherlock Holmes
Ora ci troviamo di fronte a un altro Holmes in Young Sherlock, un’operazione di svecchiamento non nuova per prodotti datati, dentro la cultura popolare, e oggetto di cambiamenti radicali.
Come già fatto da un altro pioniere dello streaming, Netflix, con la serie Mercoledì, Prime Video decide di creare una versione teen piena di misteri e di relazioni. Il nuovo Holmes, interpretato da un bravo Hero Fiennes Tiffin, è completamente aderente all’idea del nuovo Sherlock dei romanzi di Andy Lane, uno dei primi in campo letterario a concepire un altro Holmes ancora non esplorato e ben sfruttato dalla coppia Ritchie–Parkhill.
Nel processo di svecchiamento compiuto, Young Sherlock mira a rendere umano il celebre detective, lontano dall’irriverenza di Downey Jr. ma anche abbastanza distante dall’istituzionalità tipicamente british del personaggio. Un po’ come è avvenuto nel corso degli anni alla figura di James Bond, in questo prequel adolescenziale Sherlock viene inserito in un contesto che è altro rispetto al suo personaggio ma è anche fedele alla sua tradizione.
Un nuovo Holmes per la generazione teen
La serie attiva il suo meccanismo inserendo Holmes tra le mura di Oxford, non prima di presentarci il giovane Sherlock dietro le sbarre, attivando “l’incidente scatenante” per mano del fratello che lo libera, e fornendoci una delle nuove personalità di Holmes : irrequieto e rabbioso in scene dove ha la meglio sugli altri detenuti (fattore che lo avvicina all’inizio del Batman Begins di Christopher Nolan).
Questa frattura, ma anche naturale convivenza tra il vecchio e il nuovo, ci suggerisce le due anime di Young Sherlock : un’alterità che è soprattutto una dualità tra le origini e il destino del detective inglese.
Nel solco del cinema di Guy Ritchie , Holmes si muove come un personaggio da ganster-movie in lotta tra le strade malfamate di Londra proprio come avveniva nei grandi cult dei regista inglese (Rockrolla su tutti). Ma Ritchie, nei primi due episodi, è anche abile attraverso regia e montaggio a svecchiare l’archetipo classico; i ricordi di Holmes riavvolgono il nastro diventando mini-sequenze, tra crime e pulp, e inquadrandosi come pretesti per interrogare sospettati o presunti colpevoli, dando una scossa abbastanza evidente alla tradizione del genere investigativo. Il ritmo c’è, la novità pure. Ma possiamo realmente parlare di serie interamente riuscita?
Il rischio snaturazione e l’omologazione seriale
Lo svecchiamento in stagioni seriali contemporanee che mirano a ridare nuova linfa a storyline e caratterizzazioni originali, non è sempre un bene. E Young Sherlock si trova in questa dimensione che è ostaggio di un’evidente snaturazione al limite della forzatura.
Anche l’Holmes di Downey Jr. non era il classico di Doyle, eppure Ritchie era riuscito, trasformandolo, a far rimanere intatte alcune delle sue peculiarità come l’intuito e le abilità investigative. Lo Sherlock di Fiennes, invece, allontanandosi di molto dalla fedeltà del suo personaggio pone alcuni quesiti in merito alla riuscita del prequel adolescenziale.
Il nuovo Holmes non è il noto maestro di deduzione che conosciamo ma un ragazzo in formazione diviso tra il running plot della serie, un esagerato complotto internazionale, e i casi del giorno che avvengono ad Oxford; un’antologia seriale suddivisa tra amori, pulsioni romantiche e drammi famigliari.
Dalla reinvenzione di Downey Jr. alla rottura del giovane Sherlock
In più, Il fantasma della sorella defunta, la verità interiore rinchiusa tra i segreti della famiglia Holmes (meccanismo già presente in serie come Lidia Poët e Mercoledì) azionano un plot interno che è costretto a convivere con l’azione di Holmes e il suo plot esterno. È una comunanza propria di molti prodotti seriali recenti, nei quali il giallo e l’investigativo deve frammentarsi in un procedurale fin troppo attendo alla soggettività interna del protagonista.
Ci sono poi scelte ragionevoli in termini di rivisitazione ma difficilmente comprensibili rispetto alla story concept di Conan Doyle; Moriarty, il celebre antagonista di Sherlock, assurge al ruolo di Watson con l’evidente funzione di attribuire al giovane Holmes capacità o abilità di adattamento. Non una nemesi ma più un consigliere antieroico.
Una serie concepita per l’intrattenimento dello streaming
Il villain di Young Sherlock, quindi, più che il complotto internazionale o l’interesse romantico per la femme fatale cinese (caratterizzata come un’antieroina da kung fu exploitation anni ’70), appare il rapporto tra Holmes e se stesso, il suo passato e il macigno famigliare. La serie Amazon sembra rientrare nella tendenza del regista britannico, vista in troppe sue creature seriali, di creare prodotti troppo spesso votati all’intrattenimento. Progetti pensati interamente per lo streaming, marchiati con l’innegabile cifra di Ritchie, ma gravati da una sempre minore presa autoriale man mano che la narrazione procede.
È in quest’ottica che va inquadrato e valutato Young Sherlock. Un’operazione apprezzabile di ringiovanimento del franchise di Doyle, ma lontanissima da rivisitazioni alla Robert Downey Jr. o alla Cumerbatch. Sembra quindi di essere dinnanzi all’ennesimo prodotto commerciale di Guy Ritchie : un’entertainment series.