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Intervista a Stefano Grossi e il cinema che sfida la memoria

Il regista racconta il significato politico e culturale del film presentato al Sudestival 2026 e del suo rapporto con lo scrittore e intellettuale Fatos Lubonja

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Stefano Grossi

Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma che scavano nella memoria di un Paese come in una miniera di verità scomode. Piu forte dei ciclopi di Stefano Grossi, e presentato in anteprima al Sudestival 2026, appartiene a questa categoria rara: un documentario che attraversa la biografia dello scrittore, intellettuale e dissidente albanese Fatos Lubonja per interrogare, in filigrana, la storia della recente dell’Europa.

Grossi, autore che da anni lavora sulla memoria storica del Novecento, costruisce un film che è insieme ritratto umano, indagine politica e viaggio nei luoghi della storia: dalle strade in trasformazione di Tirana alle colline toscane di Calci, dove Lubonja vive oggi tra scrittura e cronaca. Ma soprattutto attraversa le cicatrici di un passato che non è mai davvero passato: quello della dittatura di Enver Hoxha, che per decenni ha trasformato l’Albania in uno dei sistemi più chiusi e repressivi d’Europa e traccia parallelismi sull’assetto geopolitico moderno.

Nel dialogo con Grossi emerge con chiarezza la forza del suo sguardo: un cinema documentario che non cerca l’agiografia ma la complessità, che guarda ai luoghi come archivi viventi della storia e che interroga il presente attraverso le biografie di chi ha attraversato il secolo breve sulla propria pelle.

Abbiamo avuto modo di intervistare il regista per parlare del film, dell’incontro con Lubonja e di ciò che resta, oggi, delle macerie morali e politiche dei totalitarismi europei.

La Moskva di Todi Lubonja (1966)

La Moskva di Todi Lubonja (1966)

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L’incontro

Il film nasce da un incontro con lo scrittore Fatos Lubonja, figura centrale del dissenso intellettuale albanese. Come è avvenuto il primo contatto con lui e quando ha capito che la sua storia poteva diventare un film?

È buffo perché non so quanti lo sapranno, ma in realtà questo è il mio terzo film su Fatos. Nel senso che io nel 2008 ho realizzato trenta cortometraggi, Diari del Novecento, che adesso sono in distribuzione con Rai Com, con l’allora mia società che si chiamava Vostok Film.

Si concentravano su trenta personaggi del Novecento che hanno rappresentato qualcosa di importante rispetto alle grandi tematiche del secolo, e uno di questi per l’appunto era Fatos Lubonja, che avevo imparato a conoscere attraverso un meraviglioso libro, il suo primo tradotto in italiano, che si chiama Diario di un intellettuale da un gulag albanese. Era stato tradotto e pubblicato da un piccolo editore leccese che adesso non c’è più. Mi aveva colpito moltissimo perché aveva una qualità di scrittura e una storia talmente intensa.

Io sono piuttosto interessato alla storia del Novecento e alla storia dei totalitarismi in generale, perché credo che sia importante conoscerla: più la si dimentica più si rischia di tornare in forme nuove esattamente lì da dove si era partiti.

Un ritratto in movimento

Nel film Lubonja appare continuamente “in movimento”, tra Tirana e la Toscana, tra passato e presente. È una scelta narrativa molto forte. Perché ha deciso di raccontarlo proprio attraverso questo attraversamento di luoghi e memorie?

Tu sai che a Calci, questo piccolo paesino in provincia di Pisa dove lui abita con la sua compagna italiana e la figlia, c’è la Certosa di Calci che è un patrimonio UNESCO, un luogo meraviglioso, un concentrato di tutta la bellezza artistica della Toscana e per estensione della tradizione artistica italiana.

Questo è legato al fatto che nel 1997, dopo la guerra civile albanese, che pose fine alle società piramidali e causò la rovina del 9o% del Paese, lui incontrò quella che sarebbe poi diventata la sua compagna italiana. Da lì è nato questo legame molto forte con la Toscana.

Loro sono diventati una coppia, hanno avuto una figlia e Lubonja ha deciso di trasferirsi lì. Oggi lui vive tra Tirana e Calci: a Tirana svolge il suo lavoro di giornalista e scrittore, partecipa a molti talk politici ed è molto presente nella vita pubblica del Paese, mentre il resto della sua vita lo passa in Toscana.

Questa dimensione tra due luoghi diversi mi interessava molto perché racconta anche due modi differenti di vivere la memoria e il presente. E in fondo alcune trasformazioni urbane e sociali che vediamo oggi a Tirana, questa crescita molto veloce e molto caotica, sono dinamiche che, su scala diversa, conosciamo anche noi: basti pensare a città come Milano.

Il Novecento luoghi del potere e della memoria

Una delle immagini più potenti del film è quella dello scrittore che attraversa la residenza di Enver Hoxha a Tirana. Cosa significa far entrare un ex prigioniero politico nei luoghi simbolici del potere che lo aveva incarcerato?

Il suo libro racconta l’esperienza di prigionia durante il regime, e mi aveva colpito moltissimo, sia per la qualità della scrittura sia per la forza della testimonianza.

Sono storie che fanno parte della memoria del Novecento e credo sia fondamentale continuare a raccontarle. Le pagine sul gulag già erano fortissime, quelle del Diario. Ma una cosa che mi ha fatto molto piacere è che, siccome avevo spiegato in anticipo a Fatos cosa avrei voluto fare, lui è stato così generoso da regalarmi letteralmente alcuni estratti, alcune pagine, alcuni brani di racconti del tutto inediti che poi sarebbero stati pubblicati nel suo ultimo libro, Prisoners.

C’è un brano nel film, quello del vortice, che quando l’ho letto mi ha lasciato veramente senza fiato: è una descrizione precisissima di un senso di totale spossessamento di sé, che è esattamente ciò che quel tipo di istituzioni mira a fare sulla mente, sulla psiche, sull’anima stessa dei suoi prigionieri.

Questa nevrosi del girare in tondo, questo vortice, è qualcosa che lui racconta in modo potentissimo. Ognuno ha i suoi vortici, ognuno ha le sue prigioni che non hanno l’apparenza di prigioni ma di fatto lo sono. Ma in quel caso specifico, storicamente parlando, è una descrizione che secondo me è tranquillamente a livello delle pagine di Primo Levi sui lager tedeschi: c’è lo stesso annilichimento, la stessa cosificazione dell’uomo da parte dell’istituzione assoluta.

Oggi, ieri, domani

Nel film Lubonja attraversa luoghi carichi di memoria: la villa del dittatore, i resti del gulag, i paesaggi italiani in cui vive oggi. Dopo aver raccontato questa storia, secondo lei qual è il luogo che più rappresenta la memoria dell’Albania contemporanea?

Tirana oggi è una città molto particolare, perché vive una specie di doppia dimensione. Da una parte c’è ancora una presenza molto forte dell’architettura del regime, di quella monumentalità un po’ severa e ideologica che racconta bene cosa fosse quel sistema. Dall’altra parte però è una città che negli ultimi anni è cambiata moltissimo: c’è stata una trasformazione urbanistica molto veloce, molto caotica, con edifici nuovi, colori, architetture contemporanee che cercano quasi di riscrivere l’identità della città.

Però c’è anche un altro aspetto che colpisce molto e che riguarda proprio il rapporto con la memoria. Per esempio uno dei luoghi legati al sistema dei gulag albanesi avrebbe dovuto diventare un monumento alla memoria. Invece, grazie alle amicizie tra Rama ed Erdoğan, una grossa società turca ha costruito lì una miniera.

È una cosa che Lubonja racconta con grande sdegno: dice che è come se ad Auschwitz avessero costruito una miniera perché sotto c’era un po’ di oro o di argento. È una cosa sconvolgente, perché ti dà la misura dell’accecamento storico di un Paese che rischia di perdere la memoria della propria storia.

Fatos Lubonja a Spac (2022)

Fatos Lubonja a Spac (2022)

Una storia che racconta cosa è stato e forse anche cosa è

Il lavoro di Stefano Grossi ha il merito raro di ricordarci che la memoria non è mai un esercizio neutro. Raccontare la storia di Fatos Lubonja significa infatti parlare non solo dell’Albania, ma di una questione che riguarda l’Europa intera: cosa succede davvero a una società quando un regime cade?

Se la dittatura lascia dietro di sé rovine materiali, prigioni, architetture ideologiche, paesaggi segnati, ciò che resta più a lungo sono le fratture invisibili, nella memoria collettiva, nella cultura politica, nella capacità di una comunità di riconoscere il proprio passato. In questo senso Più forte dei cicolpi è un film profondamente politico, nel significato più alto del termine. Non perché offra risposte facili, ma perché insiste su una domanda che oggi appare sempre più urgente: cosa significa difendere la democrazia quando la memoria storica si fa fragile e quando persino i luoghi della repressione rischiano di essere trasformati in merce, cancellati o rimossi?

Il cinema documentario, quando trova autori come Grossi, diventa uno spazio di resistenza civile. Un luogo in cui la storia non viene addomesticata ma rimessa in circolo, restituita alla discussione pubblica. E forse è proprio questo il compito più importante del cinema politico contemporaneo: ricordarci che la libertà non è mai un dato acquisito, ma una pratica fragile, che va continuamente difesa anche attraverso il racconto delle vite che hanno avuto il coraggio di opporsi.