Diretto nel 1997 da David Lynch, Strade perdute può essere il primo tassello di un’ideale percorso da grande schermo intrapreso da allora dal cineasta americano. Un percorso poi proseguito attraverso Mulholland drive e Inland empire – L’impero della mente, rispettivamente di quattro e nove anni più tardi. Un vero e proprio cult movie che rivive ora in una nuova edizione home video grazie a CG Entertainment (www.cgtv.it) e RaroVideo. Edizione che lo offre su supporto 4K Ultra HD che in blu-ray le oltre due ore e dieci di visione dall’avvio che scatena immediatamente curiosità nello spettatore. In quanto una misteriosa voce che annuncia “Dick Laurent è morto” al citofono dell’abitazione di Fred Madison, ovvero Bill Pullman. Quest’ultimo sassofonista jazz in crisi con la propria compagna Renee alias Patricia Arquette, spesso immortalata senza veli nel corso del film.
Perché non è una certa abbondanza di sesso a risultare assente nell’insieme, destinato a lasciar emergere il tema del “doppio” a partire da una particolare sequenza.
Quella in cui il protagonista incontra ad un party uno strano individuo dotato di videocamera (alter ego dello stesso regista?) interpretato da Robert Blake. Sequenza dopo cui la struttura narrativa inizia ad assumere sempre meno importanza, come poi ulteriormente dimostrato, appunto, anche all’interno delle due già citate opere successive. Tendenza comunque manifestata da Lynch fin dai tempi dell’esordio in bianco e nero Eraserhead – La mente che cancella, datato 1977. A differenza del quale, però, Strade perdute non è soltanto un delirio audiovisivo od esperimento su celluloide in continuo viaggio tra l’universo mentale e quello fisico.

Del resto, apparentemente thriller psicanalitico a tinte noir riguardante un musicista che riceve videocassette da qualcuno che gli spia le giornate, gioca sì con i generi. Ma lo fa in maniera nient’affatto banale e prevedibile, tirando in ballo anche squallidi malavitosi. Man mano che il ricco cast sfoggia, tra gli altri, Robert Loggia, Gary Busey e, in una brevissima apparizione, l’idolo del rock Marilyn Manson. Presente anche all’interno della colonna sonora con una rilettura dell’evergreen I put a spell on you. E la sorpresa arriva dopo che Madison, arrestato e condannato alla sedia elettrica, assume i connotati di Balthazar Getty e il nome di Pete Dayton. Mentre anche la sua dolce metà genera un’altra identità e ci si diverte fotogramma per fotogramma con le implicazioni del doppelganger.
Un’evoluzione che provvede a conferire sempre più una sensazione di spaesamento.
Sebbene, perennemente coinvolti, ci si illuda di continuo di poter scovare una spiegazione razionale a ciò che scorre sullo schermo. Mentre un’ambigua atmosfera avvolge il tutto e non mancano spargimenti di liquido rosso a corredo di momenti di violenza. Testimonianza dell’assurda capacità di regalare emozioni che la Settima arte può a volte dimostrare senza necessariamente dover poggiare sulla linearità di racconto. Pur mantenendo Strade perdute una circolarità di storia che, paradossalmente, si pone al servizio di quello che è, senza dubbio, un rompicapo privo di soluzione. Un rompicapo che spinge, di conseguenza, alla ricerca (sicuramente inutile) di non poche chiavi di lettura. Con trailer, una featurette di sette minuti, un making of di nove e un’intervista di circa quindici a Lynch quali extra di entrambi i dischi.