Si può quantificare la delusione? Una domanda provocatoria questa, nonostante sorga spontanea in seguito alla visione di Angelus Tenebrarum, l’ultimo film di Dario Germani, scritto da Giacomo Pio Ferraiuolo, e con protagonisti Ilde Mauri, Ermanno De Biagi e Giuditta Niccoli.
Il film, in sala dal 23 febbraio, è prodotto da Flat Parioli srl e distribuito da World Movies.
Angelus Tenebrarum: il peso del dolore…
All’interno del panorama horror italiano, sempre più scarno e lontano dai fasti dei vecchi tempi, è sempre più difficile trovare opere di qualità e idee originali. Eppure, nonostante parta da una trama molto semplice, Angelus Tenebrarum riesce a distinguersi, in qualche modo, per la maturità dei temi affrontati e per le modalità narrativa. Dopo la morte del fratello Alexander, Erika sprofonda in un abisso di dolore, ma nel buio che la avvolge si annida qualcosa di antico e oscuro. Sarà l’intervento di un prete a tentare di strapparla alla dannazione.
Pur iscrivendosi nel filone sovrannaturale delle possessioni demoniache, Germani non si discosta troppo dalla sua zona di comfort, e dirige un film che ancora una volta ruota attorno alla corporeità. Il regista romano riesce, soprattutto grazie all’ottima interpretazione di Ilde Mauri, a restituire letteralmente il peso fisico non solo di una possessione, ma anche della perdita. In AngelusTenebrarum il male non è solo animistico ma prima di tutto corporale.
Sotto il fardello della possessione e del lutto, il corpo di Erika marcisce lentamente e il male si reifica nelle ferite e nell’impossibilità di quel corpo di farsi guardare. Non è un caso che la protagonista copra gli specchi e che la sua migliore amica sottolinei il suo decadimento, che si dimostra essere prima fisico che morale. Si tratta di una scelta assolutamente azzeccata da parte del regista. che così facendo utilizza il corpo della protagonista per veicolare chiaramente un messaggio di dolore e perdita.
…e della messa in scena
Se dal punto di vista tematico il corpo è veicolo perfetto, purtroppo non può dirsi lo stesso della regia e della messa in scena. AngelusTenebrarum sembra, infatti, soffrire della “sindrome dell’altalena”. Germani alterna buoni spunti (rari) ad evidenti errori tecnici che non permettono al film di elevarsi. La macchina da presa si perde troppo spesso in velleità artificiose che non aggiungono nulla alla narrazione, ma che anzi si rivelano dannose per l’organicità dell’opera. Il montaggio, curato da LorenzoFanfani, acuisce il problema disgregando scene e sequenze che troppo spesso risultano soffocate e spezzate senza un reale motivo. A completare la mediocrità tecnica ci pensa la scrittura di GiacomoPioFerraiuolo, che sembra essersi concentrato quasi esclusivamente sulla protagonista, che risulta essere così troppo avulsa da tutto ciò che le gira attorno. Nota di merito per la fotografia, sempre curata da Germani, che riesce a restituire un’ottima atmosfera, in linea con lo svolgimento dell’azione.
Una sfida non del tutto vinta
Angelus Tenebrumnon è un film spiacevole, ma non si presenta nemmeno come un’opera particolarmente memorabile. L’opera di Dario Germani si inserisce perfettamente in quel limbo di mediocrità che da troppi anni ha inghiottito il cinema italiano, specialmente quello di genere. Le ottime interpretazioni di IldeMauri nei panni di Erika e di ErmannoDe Biagi in quelli di Padre Laszlo non sono sufficienti a portare a casa un film, che soffre troppo di quei difetti che il cinema nostrano sembra continuare ad ignorare. Una regia che sembra volersi fare “autoriale” e una scrittura banale e confusionaria che si trascina in un continuo di scelte sbagliate e spesso, purtroppo, anche illogiche, non permettono la chiarezza necessaria allo spettatore per immergersi nella storia.
E dunque, per rispondere alla domanda iniziale: sì, si può quantificare la delusione. Essa, tuttavia, non è dovuta tanto al prodotto in sé, quanto ad un sistema che sembra aver dimenticato le fondamenta dell’Arte Cinematografica.