Le commedie familiari funzionano spesso per una ragione semplice: promettono conforto. Situazioni riconoscibili, equivoci leggeri, personaggi imperfetti ma in fondo amabili, e alla fine tutto torna al proprio posto. È un patto implicito tra film e spettatore: tu rilassati, al resto pensiamo noi.
Terapia di famiglia, pellicola del cineasta francese Arnaud Lemort, dal 26 Febbraio in sala, sembra inserirsi esattamente in questo solco. Ambientazioni eleganti, ritmo leggero, dialoghi rapidi, personaggi sopra le righe ma rassicuranti. Tutto suggerisce una visione senza sorprese ma piacevole, una di quelle commedie che scorrono senza lasciare né traccia né danni.
All’inizio, anzi, sembra quasi funzionare: qualche battuta centra il bersaglio, il protagonista suscita una certa tenerezza, e la dinamica sentimentale promette almeno un minimo di conflitto interessante.
Il problema è che, andando avanti, diventa chiaro che il film non si limita ad essere innocuo. È semplicemente pigro. E, peggio ancora, incapace di capire davvero cosa sta raccontando.
Terapia di famiglia – Equivoci, bugie e un terapeuta imbarazzante
Damien è un trentenne soffocato da fobie, paranoie e insicurezze croniche. Da cinque anni frequenta lo psicologo Olivier, senza aver fatto il minimo progresso. Non tanto perché Damien sia irrecuperabile, ma perché Olivier ha ormai smesso di interessarsi ai suoi pazienti: fa il terapeuta per inerzia e per soldi, e considera Damien solo una seccatura da eliminare.
Così, un giorno, gli suggerisce distrattamente di trovare una compagna: l’amore, dice, risolverà tutto. Damien prende sul serio il consiglio, sparisce dalla sua vita e, un anno dopo, sembra rinato grazie alla relazione con Sara.
Finché arriva il classico meccanismo da commedia degli equivoci: Sara porta Damien a conoscere i suoi genitori e, colpo di scena, chi sarà mai suo padre?
Esatto, Olivier. Ex terapeuta e futuro suocero.
Ma poiché Damien non ha mai parlato alla ragazza dei suoi problemi psicologici, e Olivier è vincolato dal segreto professionale, i due fingono di non conoscersi.
Da qui parte una lunga serie di sabotaggi, malintesi e situazioni imbarazzanti nella villa di famiglia, mentre Olivier tenta in ogni modo di distruggere la relazione tra la figlia e il suo ex paziente.
Il resto è esattamente come lo si immagina. Senza deviazioni, senza sorprese, senza veri rischi.

Terapia di famiglia – Quanto siamo esausti?
Il film si regge su una struttura elementare: ad ogni gag corrisponde una reazione, seguita poi da un’altra gag, e così via.
Ogni scena è costruita per portare a una battuta o a un incidente comico, senza mai però preoccuparsi davvero di far evolvere i personaggi.
L’inghippo non sta tanto nel fatto che gli sketch non funzionino, anzi alcuni sono sufficientemente riusciti. Il problema è che sembrano presi da un archivio di situazioni già viste mille volte: imbarazzi a tavola, segreti che stanno per essere svelati, personaggi nascosti dietro porte e pareti, incomprensioni telefoniche, equivoci sessuali, sabotaggi infantili.
Qualche momento strappa un sorriso, certo. Ma il film procede per accumulo, non per invenzione. Dopo mezz’ora, lo spettatore sa già quando arriverà la prossima caduta, la prossima bugia, la prossima figuraccia.
La fotografia contribuisce a questa sensazione artificiale: tutto è bello, luminoso, perfetto, come una pubblicità immobiliare. Nessuna atmosfera, nessuna identità visiva. Solo immagini patinate che scorrono senza lasciare traccia.
È cinema da catalogo. Funzionale, ma senz’anima.
Terapia di famiglia – Nessun cambiamento all’orizzonte
La vera debolezza del film sta però nella scrittura dei personaggi. Nessuno cambia davvero. Nessuno affronta le conseguenze delle proprie azioni.
Damien resta per tutto il tempo un uomo incapace di affrontare i propri problemi: li nasconde, li evita, li supera grazie a scorciatoie narrative improbabili. Ipnoterapia, coincidenze fortunate, e soprattutto l’onnipresente “potere dell’amore” che sistema tutto senza fatica.
Ma il vero problema è Olivier. Un terapeuta cinico, scorretto, manipolatore, che utilizza contro Damien tutte le informazioni ottenute durante la terapia. Paure, traumi, fragilità diventano strumenti di sabotaggio.
È una violazione etica gigantesca, trattata però come materiale comico.
E qui il film perde completamente il controllo del proprio tono. Perché quello che dovrebbe far ridere finisce per risultare disturbante. Non è più un padre geloso: è uno psicoterapeuta che manipola psicologicamente un ex paziente fragile, per distruggergli la vita.
Eppure Olivier non paga mai nulla. Non cresce. Non impara. Alla fine viene semplicemente riassorbito nel lieto fine generale. Come se tutto fosse stato solo uno scherzo.

Ciò che resta, suo malgrado
C’è poi un altro elemento problematico, più sottile ma presente: il film sembra suggerire che i problemi psicologici siano qualcosa da nascondere, da superare rapidamente, magari grazie all’amore, purché non disturbino la vita sociale.
Damien incontra Sara solo quando smette di mostrarsi fragile. Quando smette di essere davvero sé stesso. Il messaggio implicito diventa pericoloso: i problemi si occultano, non si affrontano. Soprattutto se si è uomini. Testa bassa e pedalare, direbbe qualcuno.
Il film non lascia spazio alla fragilità, alla sensibilità, al pensiero. Si prende gioco, nella maniera più becera, di tutti quegli aspetti più intimi dell’Io, che solo di recente molti uomini hanno imparato ad affrontare.
Per una commedia che ruota attorno alla terapia, è un cortocircuito notevole.
Vietato prendersi rischi
Il fastidio finale nasce qui. Non tanto dal singolo film, quanto dal sistema che continua a produrre opere identiche tra loro: commedie costruite con lo stampino, rassicuranti, prevedibili, incapaci di rischiare anche solo di un centimetro.
Si investono soldi, distribuzione e sale per film che non provano nemmeno a sorprendere. Che replicano formule già viste perché considerate sicure. Intanto il cinema che tenta qualcosa di diverso fatica sempre di più a trovare spazio.
Terapia di famiglia non è un disastro totale. È semplicemente uno di quei film che esistono senza una vera necessità. Storie che non aggiungono nulla, personaggi che non evolvono, conflitti che si risolvono perché devono risolversi.
E lo spettatore esce dalla sala esattamente come è entrato.
Forse è proprio questo il problema: il cinema dovrebbe lasciarci qualcosa. Anche solo una ferita. Qui, invece, resta soltanto la sensazione di aver assistito all’ennesimo prodotto costruito per non disturbare nessuno.
E a forza di non disturbare, il cinema rischia semplicemente di sparire.