Si dice che le madri siano disposte a tutto pur di salvare i propri figli, ma cosa succede quando l’unico genitore è Ethan Hawke? A questa domanda risponde The Weight, l’insospettabile debutto alla regia di Padraic McKinley, acclamato al più recente festival di Sundance e ora proiettato fuori concorso alla Berlinale.
In quella che è a tutti gli effetti la visione più carica di tensione dell’intera selezione, un gruppo di detenuti prova disperatamente a conquistarsi la libertà facendo un “favore” al loro supervisore. Tra questi c’è Samuel Murphy, personaggio che certifica Hawke come un attore carismatico e versatile: dopo essersi conquistato – per merito – una candidatura all’Oscar con Blue Moon, ruolo che punta tutto sul dialogo sfacciato, qui veste i panni del leader in un Blockbuster muscolare. Sentenziato ai lavori forzati e logorato dal pensiero di non rivedere più la sua adorata bambina, in procinto di essere data in adozione, Murphy incassa il colpo con lo stoicismo tipico che appartiene ai grandi divi hollywoodiani, e che Ethan Hawke riesce a rendere pienamente credibile.
L’antico vaso andava portato in salvo
Ci troviamo nell’Oregon del 1933, durante la Grande Depressione. Il governo Roosevelt è impegnato a requisire l’oro delle miniere, ma non tutti i proprietari sono disposti a lasciarsi sottrarre il bottino. È a questo scopo che Clancy, impersonato con nonchalance da Russel Crowe, scruta con attenzione i detenuti del suo campo di lavoro in cerca di segnali che ne tradiscano il valore. Non passa molto tempo prima che il suo occhio ricada su Murphy, ex veterano le cui spiccate doti pragmatiche sono eguagliate solamente dall’amore per la figlia Penny, che viene incaricato di assemblare una squadra di quattro uomini affidabili per una missione a scatola chiusa.
Nessun dettaglio, ma la ricompensa basta a convincerlo: se porteranno a termine il compito con successo, torneranno tutti in libertà. È per Penny, rimasta sola dopo l’arresto del padre, che Murphy desidera disperatamente conquistarsi una via d’uscita.. Lui e i suoi uomini, uno sgangherato gruppo eterogeneo di avanzi di galera, si addentrano così nella foresta verso istruzioni più precise. A fornirgliele è il direttore di una delle miniere in questione, ennesimo individuo dalla moralità non proprio cristallina di questa storia, desideroso di portare il suo oro al sicuro dalle grinfie dello stato.
È da qui che, senza troppe cerimonie, prende forma un vero e proprio purgatorio cinematografico itinerante, che non tradisce la speranza degli spettatori verso una premessa intrigante a cui potersi abbandonare senza spremere le meningi. Ecco che ognuno dei nostri eroi riceve tutto l’occorrente per svolgere il compito che li aspetta: un sobrio zainetto mimetico. Il gruppo dovrà infatti trasportare una quantità esorbitante di lingotti attraverso il cuore della natura selvaggia dell’Oregon, risalendo il fiume senza dare nell’occhio, con l’obiettivo di assicurare il bottino al loro committente.
Azione si, ma il resto? Anche!
Radicato nell’eredità dei classici del cinema d’azione a cavallo tra gli anni 60 e 70, The Weight è un viaggio a tratti sorprendente, che trova la sua ragione di esistere nell’incessante progressione degli avvenimenti e nelle atmosfere fedeli all’ambientazione. Di questo aspetto è complice Matteo Cocco, direttore della fotografia tra i più ricercati in Italia, vincitore del David di Donatello nel 2019 per Volevo Nascondermi, che sta mostrando volontà di aprirsi agli stimoli delle produzioni internazionale.
Il sodalizio professionale tra Matteo Cocco e Padraic McKinley, regista alla prima esperienza che potrebbe beneficiare di un occhio esperto al suo fianco ma che, forte del suo passato da montatore, dimostra piena consapevolezza del mosaico narrativo, crea terreno fertile per la costruzione di un’opera solida e coerente. The Weight non dà mai l’impressione di procedere in automatico, nonostante la stessa premessa alla base della trama non gli permetta momenti di sosta. La regia è equamente interessata a consolidare un’atmosfera e a sorprendere a ogni svolta, e anche se alcune soluzioni risultano prevedibili, è in parte perché il film sceglie consapevolmente di abitare una tradizione radicata nel puro intrattenimento, piuttosto che scardinarla.