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‘Breve Storia D’Amore’ conversazione con Ludovica Rampoldi
Il film racconta di come i sentimenti siano più forti di qualsiasi ragionamento
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3 ore agoon
Breve Storia D’amore di Ludovica Rampoldi racconta di come i sentimenti siano più forti di qualsiasi ragionamento. Il film è uscito nelle sale con 01 Distribution dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Di Breve Storia d’Amore abbiamo parlato con la regista Ludovica Rampoldi.
Breve Storia D’Amore sarà presentato il giorno 20 febbraio 2026 alla XXVI edizione del Sudestival. La regista Ludovica Rampoldi sarà presente in sala per il talk finale.
Ludovica Rampoldi e il suo Breve storia d’amore
Col primo piano di Lea intenta a osservare il pesce morto dentro l’acquario e l’ambiente circostante relegato fuori campo, la sequenza iniziale realizza un gioco di specchi che suggerisce la condivisione di un destino comune.
Sì, quella visione suggerisce a Lea che se non cambierà qualcosa nella sua vita farà la stessa fine del pesce. Mi piaceva introdurre i personaggi con sequenze mute che raccontassero i temi del film a un livello più sottile. Conosciamo Rocco mentre è impegnato in questo bizzarro passatempo che è lo scacchi-pugilato, sport che – giuro! – esiste davvero. È un modo per dire allo spettatore che quella che stanno per vedere è una partita a scacchi, in cui però ci si può fare anche male.
Anche in quella sequenza adotti lo stesso principio presentandoci i personaggi in un ambiente neutro. Come per Lea anche quella di Rocco è un’introduzione che va oltre ciò che si vede per raccontare il personaggio a un livello più profondo.
Proprio così. All’inizio non capisci dove sono. Vedi solo un tavolo, una scacchiera, due uomini. Solo dopo, quando incongruamente iniziano a spogliarsi per rimanere a torso nudo, viene rivelato che ci troviamo dentro una palestra.
Un film pensante
Breve storia d’amore è un film pensante perché se è vero che i personaggi si rendono protagonisti di azioni molto forti in diverse circostanze li vediamo in silenzio, attenti a osservare il mondo che li circonda. Breve Storia d’amore è un film immerso nel pensiero al punto da essere pieno di scene subliminali che in qualche modo richiamano la materia psicologica trattata dal personaggio di Valeria Golino.
Innanzitutto ti ringrazio per l’analisi. In effetti volevo che ci fosse una specie di film sotterraneo, che scorre parallelo a quello che vediamo sullo schermo e che emerge in superficie solo al momento del disvelamento. L’esistenza di questo altro livello di verità viene demandato soprattutto alla musica di Fabio Massimo Capogrosso che non è mai illustrativa, ma sembra suggerire un altro livello di senso, e allo sguardo di Pilar Fogliati. Ne sono rimasta colpita fin dal primo incontro: ha degli occhi molto inquieti che fanno intuire che sotto la sua immagine rassicurante si cela e si agita qualcosa di più complesso.
Nelle prime sequenze il linguaggio del corpo è trattenuto e finanche rigido proprio per trasmettere lo stallo psicologico che costringe Lea e Rocco dentro una vita che non gli piace. Per Lea ha a che fare con il possibile tradimento del compagno, per Rocco dai fantasmi di un passato che continua a tormentarlo. Emblematico è il piano sequenza in cui sulle note di Sara perché ti amo dei Ricchi e poveri Lea accenna dei passi di ballo che il corpo sembra non voler fare.
Molto del merito va all’interpretazione di Pilar che riesce a essere buffa e misteriosa allo stesso tempo. Si tratta di due categorie che non vanno mai d’accordo ma che lei riesce miracolosamente a far convivere. Quando mangia la torta affondando la forchetta nella faccia del compagno disegnata sopra, mentre cerca di ballare fingendo disinvoltura, a me fa sempre molto ridere. Senza bisogno di parole, capiamo perfettamente il suo stato d’animo.
Pilar Fogliati in Breve storia d’amore
La scelta di Pilar Fogliati per il ruolo di Lea mi sembra azzeccata anche per l’idea che il pubblico ha di lei. L’immaginario da ragazza della porta accanto fa si che lo spettatore tenda a credere al suo personaggio in maniera incondizionata, anche quando, come succede nel film, non tutto è così chiaro nei suoi comportamenti.
Noi associamo il suo volto e la sua fisicità alla classica eroina della commedia romantica quindi tendiamo a credere a tutto quello che ci racconta, a viverlo con lei.
Fin dalle prime scene sono rimasto colpito per il fatto di ritrovarla in un personaggio diverso da quelli fin qui interpretati. Non solo si tratta di un ruolo più drammatico degli altri ma anche più maturo. Il primo in cui è anche mamma.
Non sei il primo a dirmelo. Avevo bisogno di un’attrice che sapesse tenere insieme tre registri diversi, il brillante, il drammatico e il thriller. Fin dal primo incontro lei mi ha dimostrato di possedere molte più sfumature rispetto ai ruoli in cui eravamo abituata a vederla.
Di questo film a metà tra commedia e thriller dell’anima Pilar è un po’ il metronomo. Il perfetto equilibrio tra i vari registri passa anche attraverso la sua interpretazione. In particolare ho notato che ai personaggi di contorno affidi le parti più leggere e divertenti. Questo riguarda anche la scelta degli attori, portatori di corpi prettamente comici.
Ti ringrazio per le belle parole. Io per esempio amo moltissimo la scena in ospedale con Massimo De Lorenzo perché racconta una di quelle coppie che stanno insieme da tanto tempo, che magari non si sopportano più e che nonostante questo riescono a ritrovare una lingua comune nella situazione più paradossale. Quando il personaggio di De Lorenzo ha un ictus, e come conseguenza perde il linguaggio razionale, la moglie è l’unica in grado di capirlo. Anche la sequenza ambientata in albergo, quando cantano Nata sotto il segno dei pesci insieme a una coppia di amanti habitué dell’albergo, è allo stesso tempo tenera e divertente. In quel momento apparentemente disteso Rocco e Lea vedono nell’altra coppia quello che potrebbero diventare se continuassero a vivere una doppia vita.
Ludovica Rampoldi e il non detto di Breve storia d’amore
Breve Storia D’amore racconta il non detto attraverso immagini capaci di costruire una narrazione parallela a quella che emerge dal linguaggio parlato. Nella prima scena il fatto che sia Lea a togliere il pesce morto dall’acquario ci dice di come è abituata a prendere in mano le situazioni come poi succede nel proseguo della storia. Rocco invece è uno che tende a fuggire dalla vita di tutti i giorni e infatti lo vediamo impegnato in uno sport che costa sangue e fatica. Siamo di fronte a due solitudini abituate a reagire in modo differente.
Sì, è come se Rocco in qualche modo provasse piacere nel prendersi in faccia i colpi della vita. Si stordisce con il dolore fisico per non sentire quello psichico. Se c’è una differenza tra i due all’inizio del film è che lei è consapevole che nella sua vita qualcosa che non va. Poi per rispondere alla tua domanda ti dico che scrivere un film ti impone di pensare per immagini. Sono sempre alla ricerca di una scena che condensi pagine di parole. La sintesi visiva è un esercizio che cerco di praticare da quando ho iniziato a scrivere sceneggiature.
Il film è girato in una sospensione temporale quasi magica che si rivela dal primo incontro tra Lea e Rocco. Girato spesso di notte, spesso in non luoghi, Breve Storia D’Amore è immerso in un’atmosfera fantasmatica tipica delle storie d’amore.
Il film è girato in un presente contemporaneo. Roma è riconoscibile ma non è connotante. E le scelte dei costumi e delle scenografie non sono così aderenti al ‘qui e ora’. Potremmo essere anche in altre epoche e latitudini. In fondo è una storia che tratta questioni universali in cui la specificità del luogo e del tempo è secondaria.
Dimensione psicologica
In una delle sequenze più importanti, quella in cui Rocco confessa a Lea il trauma della sua giovinezza, suono e montaggio sovrappongono tempo e spazio permettendo al film di restituire il punto di vista interno dei personaggi. Più che una narrazione cronologica siamo di fronte a una narrazione sentimentale.
Con Francesca Calvelli, montatrice del film, abbiamo lavorato molto a quella sequenza. Rocco sta raccontando il suo trauma fondativo mentre le immagini ci raccontano, per contrasto, la nascita di un nuovo amore, con lui e Lea avvolti in questa specie di utero bianco che li separa dal tempo, isolandoli in una specie di monade, poco prima che questa unione venga spezzata. Il tentativo era quello di creare un collegamento tra la sensazione di giovinezza e di apertura che aveva Rocco vent’anni prima con quello che gli sta accadendo oggi; sensazione che sembra riportarlo indietro nel tempo.
A proposito di dimensione psicologica del racconto, molte scene acquistano un significato simbolico e ancestrale per il sostrato psicologico delle azioni poste in essere all’interno delle stesse. Penso al significato del passaggio in cui Lea e Rocco entrano nella casa di quest’ultimo, con lei determinata a conoscere più da vicino il privato dell’amante. Oppure all’altra in cui Lea entra nella chiesa dove Rocco e la moglie stanno partecipando al matrimonio dei loro amici. Si tratta di scene destabilizzanti come potrebbero esserlo quelle di un sogno o ancor peggio di un incubo.
Sì, vissute dal punto di vista di Rocco sono un incubo, ma anche qualcosa che tutto sommato non gli dispiace. Le attenzioni di Lea, per quanto inquietanti, lo gratificano. Lo fanno sentire visto, desiderato. Mi piaceva raccontare questo senso di intrusione, l’entrata sacrilega di qualcuno nei tuoi spazi più sacri e sicuri. Quando Lea inavvertitamente rompe il formicaio di Rocco, contamina il suo spazio più inviolabile, la casa, che simboleggia il nostro Io, le fondamenta di quello che siamo.
Il formicaio
Il formicaio segnala l’ammirazione di Rocco per una società perfettamente organizzata rispecchiando il desiderio di controllare qualcosa che invece gli sfugge. Non è dunque un caso il tempismo tra la rottura della teca del formicaio e il precipitare della situazione tra Rocco e Lea. Il formicaio che si disgrega è un po’ il riflesso della vita di Rocco che va in frantumi.
Sì, è un po’ come se questi personaggi fossero come le formiche dentro la teca. Quelle si danno da fare, si sbattono, costruiscono cunicoli, inconsapevoli che l’orizzonte della vita è molto più vasto; che c’è un universo fuori dalla teca. Studiando le formiche ho scoperto che il loro meccanismo apparentemente perfetto può anche incepparsi. Ogni tanto si perdono e cominciano a seguirsi a vicenda, girando in tondo, convinte che quella davanti conosca la strada. Questo delegare all’altro la propria salvezza, che è tipico di alcune forme d’amore, induce inevitabilmente al fallimento e all’infelicità. Mi sembrava che questo aspetto parlasse anche dei personaggi del film.
D’altronde per come li riprendi gli interni per i protagonisti sembrano un po’ come la teca per le formiche, il limite di una vita vissuta a metà.
Era uno degli obiettivi che c’eravamo prefissati con Gogò Bianchi, il direttore della fotografia, quello di collocare i nostri personaggi in spazi chiusi per riflettere la costrizione delle loro vite. Le case, la stanza d’albergo, lo studio dell’analista. Solo quando i protagonisti rompono la propria gabbia li vediamo in spazi aperti, con un orizzonte vasto.
Eros e thanatos nel film di Ludovica Rampoldi
Nel film l’amore è declinato anche come dialettica tra Eros e Thanatos. Nel corso della storia i riferimenti alla morte sono vari e ricorrenti e riguardano gli elementi narrativi, visivi e simbolici. Nel lungometraggio i personaggi e in particolare Rocco sembrano reagire al thanatos rifugiandosi nell’eros.
Il film si relaziona molto con la consapevolezza della fine che tutti più o meno abbiamo e che ridimensiona tante cose. Per questo nella storia c’è una differenza sostanziale di atteggiamento verso la vita tra le generazioni giovani e quelle più mature. Rocco e la moglie hanno vissuto di più; si sono già sporcati con la vita e soprattutto vedono la fine in qualche modo più vicina. Per loro è più facile mettere le cose in un contesto diverso.
Il paradosso di Rocco in quanto sismologo è quello di prevedere i terremoti senza però accorgersi di quello che sta arrivando nella sua vita.
In realtà qualunque sismologo ti direbbe che i terremoti non si possono prevedere e questo è emblematico del fatto che anche la cosa che più conosci prima o poi ti travolgerà.
Un’altra dialettica su cui è costruito il film è quella tra realtà e apparenza. A un certo punto assistiamo a un’irruzione della polizia per poi scoprire che si tratta di una finzione tratta dal set in cui lavora il compagno di Lea.
Il mestiere di lui in qualche modo rimanda inevitabilmente alla finzione che appartiene al personaggio interpretato daAndrea Carpenzano. Un personaggio che si ritiene risolto, ma solo perché si mantiene a riparo dalla verità. Finché la verità non lo investe.
Immagini e parole che superano la storia
Nonostante sia una storia d’amore il film ha una sobrietà e una compattezza che gli derivano dal fatto di essere esente da scene madri. Il dolore dei personaggi è presente ma sublimato attraverso immagini e parole.
Mentre scrivevamo The Bad Guy, con Davide Serino e Giuseppe Stasi ripetevamo il mantra di Monicelli: fuggire dalle scene madri, raccontare solo scene figlie. Così in ogni scena che aveva tutte le premesse per un’escalation drammatica inserivamo un elemento dissonante che stemperasse il prevedibile montare degli eventi. La scena di Breve Storia d’Amore in cui i quattro protagonisti si ritrovano faccia a faccia non è stata solo difficile da girare dal punto di vista tecnico ma anche drammaturgico. Attraverso continue riscritture siamo riusciti a eliminare tutti i cliché presenti in quel tipo di situazione. Alle urla e alle recriminazioni ho preferito una specie di stallo messicano: nessuno può puntare il dito contro l’altro perché nessuno è innocente. Mi interessava il processo di ribaltamento che porta Lea da inquisitrice a inquisita, per colpe che voleva addebitare agli altri.
Nel rapporto tra film e spettatore innesti un meccanismo che mette chi guarda nella condizione vissuta dai personaggi. Ognuno di loro ha un atteggiamento o una predisposizione che ci riguarda da vicino e che per questo ci spinge a fare i conti con le nostre ipocrisie un po’ come capitava in Perfetti Sconosciuti.
È un film che non dà risposte facili o manichee, ma che mette in scena punti di vista diversi, tutti in qualche modo legittimi. Non ci sono i buoni e i cattivi perché nella vita non funziona così. Mi piaceva che ogni personaggio avesse le sue ragioni e che il controtema fosse forte quanto il tema. Riguardo al parallelo con Perfetti Sconosciuti: magari avere quel successo lì. Stiamo parlando del film che ha il più alto numero di remake al mondo.
Per quello che abbiamo detto fin qui anche Breve Storia d’amore si presta ad avere altrettante versioni straniere.
Le vendite estere sono state sorprendenti. Prima ancora dell’uscita in sala in Italia, il nostro distributore internazionale, True Colors, ha chiuso più di venti paesi importanti, quasi tutti per uscita theatrical: una cosa per niente scontata per un’opera prima italiana. Dentro di me speravo che i temi e le domande che il film solleva potessero risuonare a livello universale.
Gli altri interpreti
Di Pilar Fogliati abbiamo già detto. Di Valeria Golino, Adriano Giannini e Andrea Carpezano ti voglio invece chiedere i motivi della loro presenza nel film.
Valeria era nel mio cuore da sempre e quando ho scritto la sceneggiatura per me Cecilia non poteva che essere lei. Adriano è un attore che amo moltissimo e che avevo conosciuto sul set di In Treatment dove era uno dei protagonisti. In Adriano ho sempre trovato qualcosa di malinconico, dolce ed elegante. Nel film incarna un maschile non prevaricatore, dolente, un po’ ammaccato. Oltretutto Valeria e Adriano avevano recitato già diversi film insieme, erano già una coppia cinematografica, avevano già l’intimità di Rocco e Cecilia: oltre al fatto che si assomigliano come succede alle coppie che stanno insieme da anni. Anche Andrea e Pilar hanno qualcosa di molto simile fisicamente. Entrambi sono longilinei e spigolosi. Pur assomigliandosi hanno un’energia molto diversa: Pilar è quella vitale, allegra, propositiva, mentre Andrea ha questo scazzo a volte molto tenero che lo rende più recalcitrante nei confronti della vita. Sono complementari.
Con loro com’è andata la preparazione del film?
Abbiamo fatto delle prove, prima con i singoli attori, poi con le due coppie, successivamente con tutti e quattro insieme proprio nella casa in cui poi avremmo girato, per studiare i movimenti. Le prove per me sono fondamentali, non solo per arrivare più preparata sul set, ma anche perché in quei momenti di lettura del copione possono nascere cose inaspettate, intuizioni degli attori che poi finiscono nel film. E sono anche il modo per infondere vita ai dialoghi, che magari funzionano sulla carta ma hanno bisogno di trovare verità, di essere masticati, cuciti addosso agli attori.
Il cinema di Ludovica Rampoldi
Parliamo del cinema che ti piace.
È una domanda a cui non so mai rispondere, a pari merito con “che musica ascolti?”. Inizio a balbettare elenchi lunghi e generici. In genere me la cavo elencando quei film che sono stati formativi, nel senso che ho visto quando ero molto piccola e che in qualche modo hanno creato il mio legame con il cinema. E quindi La storia infinita, Labyrinth, I Goonies, ET. Film che mi hanno fatto sentire il desiderio di rimanere dentro quei mondi anche dopo che il film era finito. In generale però le classifiche sono più brava a farle con i libri.
Allora faccio un’eccezione alla regola chiedendoti la tua top 3 letteraria.
Allora direi Underworlddi DeLillo, Vita e Destino di Grossman e La Valle dell’Eden di Steinbeck.