Conversation
‘La Gioia’ conversazione con Nicolangelo Gelormini
‘La Gioia’ di Nicolangelo Gelormini è un racconto d’amore e morte che rimane nel cuore
Published
2 ore agoon
La Gioia di Nicolangelo Gelormini trascende la cronaca e il viojeurismo ad essa legata per raccontare la storia di un amore impossibile. All’82 Mostra del Cinema di Venezia nella sezione autonoma delle Giornate degli Autori, La Gioia è stato distribuito nelle sale italiane da Vision Distribution a partire dal 12 febbraio 2026.
La gioia di Nicolangelo Gelormini
Nelle scene introduttive montaggio e musica giocano un ruolo determinante, lo stesso che caratterizza la costruzione di senso dell’intero film. I due elementi nel loro insieme concorrono fin da subito a raccontare la natura del rapporto tra Gioia e Alessio. La continuità del montaggio infatti fa tracimare il brano di David Bowie, – Modern Love – , nello spazio filmico di Gioia imponendole una velocità temporale e un’ambiguità morale che sono tratti distintivi dell’esistenza di Alessio.
Volevo iniziare La Gioia con una sequenza abbastanza veloce, capace di scuotere lo spettatore facendogli capire che film avrebbe attraversato tanti generi. Per farlo cercavo una musica dinamica e il brano di David Bowie è stato un regalo perfetto perché incarna come meglio non si potrebbe il trasformismo di Alessio. Modern Love per me rappresenta un’amoralità che a un certo punto Gioia abbraccia lanciandosi senza reticenze nelle braccia di Alessio. Lei non ha nessun atteggiamento moralistico nei confronti del ragazzo. La sua spregiudicatezza è la conseguenza della mancanza di giudizio che lei e il film hanno nei confronti di quell’amore moderno.
Fin dal principio è la musica a determinare le differenze caratteriali dei personaggi. Da una parte c’è il brano di Richard Sanderson di cui Gioia sposa la visione romantica dell’amore, dall’altra quello di Bowie che ne fornisce un punto di vista più ambiguo e senza scrupoli.
La canzone di Richard Sanderson racconta il modo in cui la vita di Gioia si è cristallizzata nel tempo. Lei è rimasta ferma all’ideale romantico di un film come Il tempo delle mele e soprattutto il suo immaginario è costruito attorno alla letteratura francese ottocentesca che propone un ideale di vita lontano da quello di oggi.
A proposito di letteratura francese mi sembra che Carla, la madre di Alessio interpretata da Jasmine Trinca, figuri nel film come una sorta di Madame Bovary.
Non l’avevo mai vista in quel modo però la cosa bella dei film è che nel guardarli vengono a galla aspetti presenti solo in nuce. Per quanto mi riguarda penso che Madame Bovary fosse un personaggio più complesso mentre in Carla non c’è soltanto l’ambizione ma anche un gran senso di vuoto. Lei non sa proprio cosa significa essere madre. Non fa nulla per esserlo non sapendo quali sono i principi basilari del rapporto tra madre e figlio.
La vedevo simile al personaggio creato da Gustave Flaubert nell’aspirazione a una vita migliore che però sul piano pratico non è mai suffragata da un progetto concreto. Anche nel rapporto con il figlio Carla si dimostra incapace di fare passi in avanti rispetto al ruolo di madre.
In questa condanna della propria ambizione allora sono d’accordo con te e con il paragone che fai con Madame Bovary.
L’inizio
La sequenza d’apertura è indicativa di come Gioia deleghi agli altri la responsabilità della propria vita. A regolare l’antenna sul tetto non è lei ma la madre. Gioia si limita ad aiutarla restando al sicuro, accontentandosi di vivere la vita attraverso quella degli altri: in questo caso dei calciatori di cui si appresta a vedere la partita in televisione.
Iniziare il film con la madre sul tetto della casa in cui Gioia è ingabbiata mi sembrava da un lato molto divertente, dall’altro però anche molto inquietante perché racconta di questo rapporto di ipercontrollo che la spinge a uscire da questa fase adolescenziale assumendosi il rischio di farlo con la persona sbagliata.
Sempre nelle prime due scene mi interessa chiederti della funzione svolta dai vestiti. Per Gioia sono un modo per nascondersi dal mondo. Al contrario per Alessio diventano lo strumento per farsi notare e per soddisfare il suo narcisismo.
Uno dei temi del film è il corpo. Per Alessio è materiale da esibire e capitalizzare; per Gioia invece è qualcosa da nascondere perché è quello che la rende invisibile agli altri. A me però interessava come questi due personaggi si riescono a vedere oltre il corpo. Il fatto di riuscire a trascenderlo ponendosi su un piano diverso produce nello spettatore e anche in Gioia la tentazione di immaginare che questa storia possa essere la nascita di un sentimento nuovo, di una reale possibilità di cambiamento. Gioia vede Alessio oltre la sua bellezza e Alessio vede Gioia oltre la sua invisibilità.
Gioia usa i vestiti e gli altri accessori per reprimere la sua femminilità, Alessio invece per esaltarla.
Questo si deve molto all’eccellente lavoro svolto da Antonella Cannarozzi, la costumista del film, che li ha pensati con l’intento di corrispondere alle caratteristiche dei personaggi. Alessio è istrione e camaleontico nel transitare dal maschile al femminile. Transita con naturalezza da uno all’altro adeguandosi anche fisicamente a quello che le persone vogliono da lui. Si plasma a secondo di chi vuole conquistare, uomo o donna che sia. A scuola è vestito come gli altri studenti ed ha una fidanzata sua coetanea. Al contrario negli aperitivi a lume di candela diventa un toy boy per uomini e donne. Nella sequenza del night club il riferimento pensato per Alessio è stato quello de Il Portiere di Notte di Liliana Cavani.
I racconti degli altri nel film di Nicolangelo Gelormini
In questo senso La Gioia è una storia sulla mancanza di identità intesa. Quella di Gioia e Alessio è sempre la conseguenza dello sguardo degli altri. Non a caso nel film più che raccontarsi i protagonisti sono raccontati dalle persone che gli stanno attorno.
Sì, è un film sull’identità nel momento in cui è un film sul sentimento. È infatti quest’ultimo a definire l’identità. L’esperienza di Gioia ci dice che l’educazione sentimentale è alla base del vivere civile perché insegna a riconoscere un reale sentimento d’amore senza confonderlo con il bisogno di amare; il suo vissuto ci rende consapevoli del limite che l’amore deve avere in un’ottica di rispetto reciproco. Questi aspetti vengono meno nel personaggio di Gioia come pure in quello di Alessio che nel momento in cui la donna gli chiede di fuggire insieme non riesce a far altro che scappare. In questa vicenda è chiaro come il sentimento influisca sulle azioni dei protagonisti ed è in questo senso che La Gioia è un film sull’identità.
Gioia è una persona abituata a nascondersi. Il film è attraversato da immagini che riproducono questo concetto. Esemplare è il dialogo tra la prima e l’ultima sequenza. A quella iniziale in cui vediamo la donna separata dal mondo, reclusa com’è dentro la sua casa, corrisponde la visione finale in cui il corpo di Gioia è ancora una volta invisibile, sottratto ancora una volta allo sguardo altrui.
In una delle proiezioni una persona del pubblico mi ha chiesto come mai nella scena finale Gioia abbia ancora indosso gli occhiali nonostante la sua condizione suggerirebbe il contrario. Quell’inesattezza è la testimonianza che in definitiva per Gioia non è cambiato nulla. Lei rimane una persona sconfitta così come era all’inizio della storia.
In un altro passaggio importante – quella in cui Gioia consegna i soldi ad Alessio – a fare la differenza è la presenza di un accessorio, in questo caso la parrucca biondo platino indossata dalla donna. Il fatto di essere dello stesso colore dei capelli di Alessio sancisce la spartiacque tra il prima e dopo. Da quel momento in poi infatti Gioia non è più allineata con la sua vita precedente.
Si tratta di una vera e propria mimesi. Gioia inizia a mettersi addosso gli stessi codici estetici di Alessio per partecipare al sogno di libertà del ragazzo. Nell’indossare quella parrucca Gioia gli vuole dire che non lo giudica, A me piace molto questo aspetto. Quando Alessiofa per metterle il rossetto lei gli chiede come mai ne ha uno e lui risponde: “ogni tanto mai travesto”. “Da donna?” chiede lei. “Da sogno” risponde lui. Gioia entra subito nella vita del ragazzo senza formulare alcun giudizio. In qualche modo lui ne è conquistato perché per la prima volta non è giudicato né per la sua bellezza, né per la sua mostruosità. Questo fa sì che tra di loro ci sia una reale possibilità d’incontro.
Elementi di cambiamento
La conferma che qualcosa è cambiato è segnalato da un particolare che rischia di passare inosservato. Mi riferisco a quando Gioia sbaglia la risposta del quiz televisivo. All’inizio del film rispondeva in maniera esatta. La volta successiva invece, dopo aver consegnato i soldi ad Alessio sbaglia, con grande sorpresa della madre.
Esatto, proprio così. Mi fa piacere quando questi particolari vengono colti. Quella è la prima volta che Gioia trasgredisce una regola. Da brava ragazza si sottomette al controllo dei genitori accettando di vivere con i modi dei suoi genitori perché poi alla fine sono loro che guardano il quiz. In quel momento lei mi fa una tenerezza infinita perché il suo errore è quello di cambiare vita a cinquant’anni. Se lo avesse fatto a venti sarebbe andato tutto bene. Alla sua età invece risulta tutto sballato.
Sempre in chiave simbolica è costruita la sequenza ambientata sulla pista 500 del lingotto, l’ex circuito di collaudo della FIAT degli anni ’20. Le macchine che rischiano di investirla mentre lei si mette in posa per una fotografia ci dice del suo essere travolta dalla vita. Al contrario della scena in cui scorrono i titoli di coda, ambientata nello stesso spazio, in cui di quella velocità non è rimasto nulla ad eccezione dell’opera d’arte sospesa nel vuoto, “natura morta” che rimanda al destino della protagonista.
La sequenza di cui parli è quella in cui la donna sente dentro di sé il massimo di quella gioia che ha inseguito per tutta la vita. Allo stesso tempo però la presenza dell’opera d’arte sospesa nel vuoto diventa il presagio di un futuro di segno opposto. A me il simbolo piace a patto che non se ne abusi.
Con lo stesso principio costruisci la sequenza del bacio nel bosco. Alessio arrampicato sull’albero bacia Gioia tenendola sospesa per il collo. Anche lì Eros e Thanatos vanno di pari passo.
Quella è una scena che mi ha suggestionato molto perché il bacio di Alessio va di pari passo con il soffocamento di Gioia. Sono due momenti diversi che finiscono per sovrapporsi gettando una luce sinistra sugli esiti futuri di quella relazione.
Due modelli di vita
Rifacendosi all’Aut Aut di Kierkegaard La Gioia propone il confronto tra vita morale e vita estetica facendo dei protagonisti i rappresentanti dell’una e dell’altra. Il film non prende posizione ma cerca di mostrare i due aspetti della stessa realtà.
Quando il professore mette Alessio di fronte alla domanda di Kierkegaard il ragazzo risponde di non essere interessato a quella questione. Al contrario nel corso della storia si trova più volte a dover scegliere tra una cosa o l’altra: se vivere tutta la vita inseguendo l’amore oppure farne a meno per sempre.
Se è vero che le due condizioni sono destinate a mescolarsi è indubbio che almeno all’inizio Gioia rappresenta la vita morale e Alessio quella estetica.
All’inizio è così, poi Gioia compie un gesto rivoluzionario che la porta a sposare la vita estetica rinunciando ai principi che gli derivano dalla religione cattolica.
Anche perché a unire Gioia e Alessio è l’essere vittime del controllo che i genitori esercitano su di loro.
In generale le loro sono famiglie che non gli hanno permesso la costruzione naturale del sé.
Il cast del film di Nicolangelo Gelormini
Parlando degli attori mi interessava partire dalle interpretazioni di Valeria Golino e Saul Nanni. La loro è una performance che li porta a una vera e propria metamorfosi fisica. La Golino in particolare appare come mai l’avevamo vista prima d’ora dando vita a un risultato tra i più belli e sorprendenti della sua lunga carriera.
Anche io penso che nella parte di Gioia Valeria abbia dato vita a una delle sue interpretazioni più belle. La sua bravura è stata di non aver trasformato il personaggio in una maschera ma di aver fatto emergere l’universo di Gioia dal di dentro. Per farlo a rinunciato alle cose che l’hanno resa grande e quindi al magnetismo, alla seduzione e all’intelligenza, per mettersi a disposizione del personaggio. Il risultato è quello di aver messo in scena un’anima diversa da quelle che ha interpretato fino adesso. Di questo sono contento perché penso di essere riuscito a metterla a suo agio permettendole di mettere in scena un cambiamento così radicale. Saul Nanni aveva a che fare con un personaggio difficilissimo non solo per le possibilità visive ed estetiche paragonabili a un prisma dai mille colori ma anche per il rischio di appiattirlo unicamente nel ruolo del cattivo.
Un aspetto evidente nell’ultima scena in cui il male presente nel suo personaggio si mescola a una disarmante fragilità.
Sì, perché nonostante sia un narcisista e un omicida è pur sempre un ragazzo di diciotto anni. Il modo in cui Alessio esce dalla macchina urlando racconta la capacità attoriale di Saul che sa essere allo stesso tempo amabile e detestabile, manipolatore e fragile. Non tutti gli attori della sua età sono in grado di fare un lavoro del genere.
Jasmine Trinca invece attraversa un momento della sua carriera in cui può fare qualsiasi cosa e lo si vede nell’interpretazione del personaggio di Carla che in qualche modo continua a raccontare il vuoto esistenziale e le gabbie sociali già esplorate ne Gli occhi degli altri. Qui riesce a stare in bilico tra realtà e desiderio emanando una sensualità che coincide con la meschinità del suo personaggio.
Le tue parole mi fanno capire cosa intendevi quando parlando del suo personaggio facevi rifermento a Madame Bovary. Sono d’accordo nel dire che in questo momento Jasmine è nel pieno controllo della sua carriera. Qui si tratta di interpretare corpo e anima di un personaggio che passa dalla frivolezza alla ferocia: da una dimensione priva di significato ad un’altra assolutamente distruttiva. La frivolezza è un’arma che lei usa per raggiungere i suoi scopi ed è quello che rende Carla una miserabile.
Le scelte di Nicolangelo Gelormini
Rispetto a una materia incandescente scegli una messinscena che raffredda le emozioni e che in qualche modo rispecchia la noia esistenziale in cui si muovono i protagonisti.
Non amo i film sentimentali ritenendoli in qualche modo ricattatori. Alla fine il mio non è stato raccontato secondo l’ottica della scabrosità, della curiosità e della cronaca. Secondo me La Gioia andava raccontato sulla base del sentimento, concedendo alla protagonista tutte le attenuanti per la scelte da lei compiute, per l’ingenuità di essersi messa nelle mani di un lupo. Andava fatto cercando di dare allo spettatore la possibilità di vivere i sentimenti che gli sono propri anche mettendoli in contrasto tra di loro. Dopo la proiezione le persone mi dicono di aver riso, di essersi spaventate e poi di aver riso di nuovo provando vergogna per aver provato un sentimento così di fronte a un film del genere.
Un po’ come succede nella vita.
Proprio così. E questo per me significa che ho fatto bene il mio lavoro perché sono riuscito ad andare oltre la finzione per abbracciare il moto dell’esistenza che non è mai a senso unico.
Parliamo del cinema che ti piace.
Ci sono due cose che mi piace vivere al cinema. La prima è quella che racconti qualcosa di me anche se io non c’entro nulla con la storia del film. La seconda è invece l’apprezzamento per quei film capaci di nascondere il proprio segreto fino alla fine. Se poi ti devo dire qualche titolo mi viene in mente Sentimental Value. L’ho trovato davvero bello.