Il documentario della brasiliana Eliza Capai, A Fabulosa Máquina do Tempo, è una giocosa fantasia sui limiti del passato e le speranze sul futuro. Un raro e riuscito esempio di cinema documentario dedicato alle giovani audience, il film è presentato nella sezione Generation Kplus della Berlinale 2026.

Mettiamo in scena il passato per sapere cosa fare del nostro futuro
Nell’arido entroterra brasiliano, le ragazze vivono in bilico tra il difficile passato delle loro madri e i fantastici sogni per il futuro. In un luogo dove gli uomini sono ancora visti come giganti rispetto alle donne, le ragazze varcano la soglia dall’infanzia all’adolescenza.
Nel villaggio di Guariba, dove A Fabulosa Máquina do Tempo è girato, l’acqua corrente è arrivata nel 2003. Le bambine sono figlie di madri giovanissime, sposate a quindici anni e incinte a diciassette. Per questo motivo, la maggior parte di loro non ha mai concluso gli studi e trova nelle attività delle varie chiese evangeliche presenti sul paese la forza di sognare un futuro migliore per sè e per le loro figlie.
Quando visita l’umile e isolata Guariba, Capai incontra Manu e le sue giovani amiche che la introducono al gioco della macchina del tempo. Un luogo della fantasia dove il passato può essere ripetuto e il futuro fa meno paura.
Le giovanissime protagoniste mettono così in scena le loro storie familiari e gli stereotipi di genere con cui sono cresciute. Padri alcolisti e spose-bambine; uomini violenti e donne relegate alla cura della casa e della famiglia. Attraverso la macchina del tempo si crea per loro uno spazio sicuro. Qui possono reiterpretare la cultura dominante, comprenderla e ridicolizzarla. Forse, un giorno, cambiarla.
Il gioco e la messa in scena diventa strumento filmico ma anche educativo e sociale. Vi è in esso la possibilità di dar voce ai propri desideri fuori dalle imposizioni sociali e progettare un futuro migliore.
La realtà arriva fin dove riusciamo a immaginarla
A Fabulosa Máquina do Tempo inscena la realtà, intrecciando le interviste svolte alle giovani protagoniste con momenti di messa in scena apparentemente autogestita.
Manu e le sue amiche giocano tra finzione e realtà: allestendo sipari immaginati e vissuti con leggerezza e gioia; affrontando questioni complesse e brutali come la povertà, la violenza e la morte.
Ci si scontra con una certa energia vulcanica nei documentari che lasciano lo spazio espressivo a giovanissimi protagonisti. Una volontà di dare agli attori sociali elementi di partecipazione attiva alla narrazione, oltre il loro ruolo esemplificativo o di osservazione.
Nel film tutto viene inscenato con una fantasia vibrante, che trasforma un po’ di terra e acqua in una deliziosa torta e una vecchia scopa in un boom cinematografico. Attraverso pochi e semplici travestimenti, l’immaginazione di Manu e le sue amiche permette loro di mettersi in contatto con tematiche potenti, rendendo il mondo dei grandi, nella sua complessità, materiale comprensibile e vicino alla lente del giovane pubblico.
La macchina del tempo è materiale ludico e linguaggio cinematografico, per ampliare i confini della propria realtà, elaborare il passato, comprendere il presente e progettare il futuro.
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