Si spegne a 96 anni Frederick Wiseman, uno dei documentaristi più influenti e radicali della storia del cinema. La notizia, confermata dalla sua casa di produzione Zipporah Films, chiude un capitolo fondamentale della cultura visiva del Novecento e del nuovo millennio. Non è soltanto la scomparsa di un regista: è l’uscita di scena di un metodo, di una postura morale, di un’idea di cinema che non spiegava il mondo ma lo osservava fino a costringerlo a parlare.
Nato a Boston nel 1930, formatosi in legge, Wiseman arriva al cinema quasi per deviazione professionale. Ma quella deviazione diventa una traiettoria precisa: guardare le istituzioni dall’interno, senza commento, senza didascalia, senza stampelle retoriche.
L’uomo che ha messo sotto processo le istituzioni
Il suo esordio, Titicut Follies (1967), ambientato in un ospedale psichiatrico statale del Massachusetts. Il documentario viene censurato per anni, vietato alla distribuzione pubblica, oggetto di battaglie legali che ne accrescono il peso simbolico. Wiseman capisce subito una cosa: per raccontare il potere non serve urlare.
Da lì in avanti costruisce un archivio monumentale dell’America contemporanea: scuole, ospedali, tribunali, dipartimenti di polizia, servizi sociali, musei, municipi. High School, Hospital, Welfare, Law and Order, Public Housing, At Berkeley, National Gallery, City Hall, fino al più recente Menus-Plaisirs – Les Troisgros. Ogni film è un microcosmo; ogni microcosmo è un sistema di relazioni, gerarchie, silenzi.
Il suo stile è radicale nella semplicità: nessuna voce narrante; non serve un narratore diegetico che spieghi quello che accade davanti ai nostri occhi. Nessuna intervista frontale; non si deve rompere l’immersione e non si deve spegnere l’attenzione dell’osservatore. Nessuna musica esterna; non è una Docu-fiction. Solo osservazione e montaggio. Il senso, nello spettatore, nasce dall’accumulo, non dalla spiegazione.
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Un cinema che non consola
Wiseman non costruisce tesi preconfezionate, e senz’altro non si mette a puntare il dito ad indicare il colpevole. Allo stesso modo non distribuisce assoluzioni. Mostra le procedure, i meccanismi e le dinamiche del potere. In questo modo lo spettatore è costretto a lavorare con la sua testa, a leggere tra le immagini, a interrogarsi.
Nel 2016 arriva l’Oscar onorario alla carriera, seguito dal Leone d’oro alla carriera a Venezia. Riconoscimenti tardivi ma inevitabili. Perché il suo cinema non è mai stato moda.
La sua filmografia resta un inventario civile: un archivio morale che documenta come funzionano le società quando nessuno le sta celebrando.
L’eredità di uno sguardo
Con la scomparsa di Frederick Wiseman non diciamo addio solo ad un autore, ma un’idea di responsabilità dello sguardo. In un’epoca di documentari gridati, emotivi, costruiti per la viralità o affogati nella concettualità, il suo lavoro rimane una lezione di disciplina e rigore.
Nel cinema documentario raramente si incontrano registi che riescono a far convivere tale struttura intellettuale e profonda umanità. La scomparsa di Frederick Wiseman non è solo la fine di un’epoca: è la misura di ciò che il cinema può ancora essere quando decide di non mentire
Guardare senza interferire. Montare senza manipolare. Mostrare senza commentare.
Il cinema, quando è serio, non deve convincere: deve rendere visibile.
E Wiseman lo ha fatto per quasi sessant’anni.