Approfondimenti
La maternità nel cinema e la sua decostruzione nel genere horror
Madri imperfette e scomode: film horror contemporanei in cui la maternità è messa in discussione
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2 giorni agoon
Il cinema riesce a mettere in discussione la figura della madre rispetto ai canoni e a presentare maternità scomode e madri imperfette.
Il cinema horror è uno dei generi che più ha messo in discussione il ruolo materno. Nella contemporaneità, queste narrazioni assumono nuove sfumature, dove la maternità può rappresentare rabbia, trauma generazionale e tentativo di controllo.
Nuove madri, sempre più “imperfette”
Nella contemporaneità il cinema ha dato spazio anche ad altre narrazioni della maternità, meno patinate e idealizzate rispetto a narrazioni precedenti. Queste nuove messe in scena sviscerano le paure e le ansie legate all’essere madre, mettendo in discussione le aspettative e le pressioni sociali. Alcune affrontano anche le alternative, come l’aborto o l’adozione.
Alcuni esempi recenti sono: Juno (Jason Reitman, 2007), Mamma Mia! (Phyllida Lloyd, 2008), …e ora parliamo di Kevin (We Need to Talk About Kevin, diretto nel 2011 da Lynne Ramsay, regista che affronta un’altra maternità “scomoda” nella sua ultima opera Die My Love), The Florida Project (Sean Baker, 2017), La figlia oscura (The Lost Daughter, Maggie Gyllenhaal, 2021), Ninjababy (Yngvild Sve Flikke, 2021).
Tra dramma e commedia, questi sono solo alcuni dei film che ribaltano l’ideale della madre perfetta, rifiutando rappresentazioni tradizionali e rassicuranti. Il pubblico è costretto a confrontarsi con una maternità sfidante e scomoda. Questo anche grazie a nuovi sguardi di registe dietro la macchina da presa, che rinnovano le possibilità – anche scomode e imperfette – di rappresentazione. Tutto ciò che la società fa ancora fatica ad associare alla maternità, e che il cinema si occupa di mettere in scena per offrire nuove narrazioni.
Il cinema horror affronta già da tempo il tema della maternità, spesso declinata come possessiva, irrazionale e limitante. Si pensi alla maternità castrante per il soggetto maschile (ma anche femminile) presente in gran parte del cinema di Alfred Hitchcock, o al fanatismo religioso della madre di Carrie nell’omonimo film di Brian De Palma. Di nuovo, anche queste rappresentazioni vengono messe in discussione e rilette diversamente, alla luce del trauma e del controllo dei corpi.
Il ritorno del mostruoso femminile
Secondo le teorie di Barbara Creed sviluppate e proseguite dagli anni ‘90, il concetto di “mostruoso femminile” riguarda la percezione verso le donne e il loro corpo quando escono dagli schemi sociali predefiniti.
La donna diventa manifestazione disturbante dell’abiezione (dal concetto di Julia Kristeva), ovvero di tutto ciò che un contesto culturale reprime per proteggere il proprio ordine interno, ma che si manifesta nuovamente come incubo e disagio. In questo caso, tutto ciò che “complica” le donne oltre i loro ruoli prestabiliti di mogli pacate e madri amorevoli: la sessualità, il sangue, la rabbia, la propria autonomia, persino la scelta di non sposarsi o di non avere figli. Quando una donna esce dall’ordine sociale, diventa “mostruosa” e, in quanto tale, deve essere rinchiusa, curata o eliminata.
The Babadook: maternità sovrannaturale, lutto e solitudine
The Babadook è un film del 2014 diretto da Jennifer Kent. La protagonista Amelia (Essie Davis) perde il marito in un incidente d’auto avvenuto nello stesso giorno in cui ha dato alla luce il loro unico figlio Samuel (Noah Wiseman). La donna lo cresce da sola per sei anni, in difficoltà economiche e ancora scossa dalla perdita del marito. Samuel, già etichettato come “bambino difficile”, inizia ad essere tormentato in sogno da una presenza che ha intenzione di uccidere lui e la madre. La creatura in questione è il babadook, il mostro di un inquietante libro di fiabe precedentemente ritrovato in casa.
The Babadook è un horror psicologico che apre nuovi scenari nella narrazione della maternità e del rapporto madre/figlio. L’orrore non si trova nella maternità inquietante e possessiva: la mostruosità deriva dalla rabbia di Amelia. Questa crescente collera si riversa verso un contesto sociale ed economico che non può offrirle l’aiuto di cui necessita, verso il figlio e verso la sua condizione di madre single. Alla base del trauma c’è il lutto non elaborato per la morte del marito, che sfocia in ira soprattutto verso il figlio inconsciamente incolpato della sua scomparsa. È la rabbia stessa di Amelia a liberare il babadook. La creatura mostruosa diventa contenitore delle ansie e delle paure della protagonista ma anche della comunità intorno a lei, composta da membri familiari, insegnanti e assistenti sociali che non riescono ad aiutarla, limitandosi a criticare il comportamento di Samuel e a sottolineare il fallimento di Amelia come madre.
La regista esplora la maternità da una prospettiva controversa e differente. La madre non è più messa in scena come vittima silenziosa, ma come creatrice attiva di mostri che danno voce alla sua sofferenza. Attraverso il libro, Amelia trasforma il suo dolore in una figura mostruosa che, pur minacciosa, le permette di esternare la rabbia repressa. Facendo pace con l’evento traumatico, può finalmente relegare il babadook in cantina. Amelia è una madre quasi sovrannaturale, dotata di poteri che possono distruggere ma anche risanare le ferite, slegandosi dal trauma passato.
Mother!: corpo come casa e casa come prigione
Mother! è un film del 2017 diretto da Darren Aronofsky. La trama si svolge all’interno della casa isolata in cui vivono un uomo (Javier Bardem) e una donna (Jennifer Lawrence). Entrambi senza nome, sono semplicemente Lui e Madre. Lui è uno scrittore alla ricerca di ispirazione, Madre si occupa di ristrutturare la loro casa rovinata dopo un incendio. Quando un gruppo di ospiti sempre più numeroso si presenta alla loro porta, la quiete dell’abitazione e la loro relazione vengono messe alla prova.
Il regista propone un’allegoria biblica come possibile lettura del film: la casa come terra e la Madre come generatrice che crea e ripara, ma che viene continuamente abusata e sfruttata dagli ospiti (l’umanità) e dal marito (“Lui”, un dio alla costante ricerca di venerazione), in episodi di crescente violenza e orrore. Mother! consente anche un’interessante lettura sulla maternità collegabile ad una linea di pensiero ecofemminista, che propone una continuità tra lo sfruttamento ambientale e lo sfruttamento del corpo femminile da parte del capitalismo e del patriarcato.
Il luogo domestico, infatti, sembra animarsi di vita propria e reagire al turbamento interiore che prova Madre. La gravidanza della Madre e l’ambiente domestico vengono abusati e controllati in nome della creatività artistica di Lui. Il figlio stesso, una volta nato, diventa strumento del crescente delirio narcisista maschile, in un circolo vizioso di onnipotenza e adorazione delirante. Tuttavia, la creatura mostruosa rimane proprio Madre. La rabbia e l’ostilità che prova non sono caratteristiche imputabili ad una madre socialmente adeguata: accondiscendente, mite, accogliente. Il ruolo femminile resta relegato a un continuo ciclo di creazione, sfruttamento e, infine, sostituzione, in cui ad uscirne alimentato è esclusivamente il potere maschile. Anche di fronte agli orrori compiuti dagli altri personaggi, il “mostruoso femminile” rimane la più grande minaccia all’ordine sociale.
Hereditary: maternità e trauma generazionale
Hereditary è diretto da Ari Aster nel 2018. Ellen Graham muore insieme ai suoi misteri. Mentre la figlia Anne (Toni Collette) elabora il lutto di una complicata figura materna, nella casa dei Graham avvengono strani episodi, che sembrano presagire un epilogo tragico.
In Hereditary, lo spazio domestico è segnato dal lutto e dal trauma, in cui forze occulte sembrano in agguato. L’identità di Anne è tesa tra il dolore per la perdita della propria madre e il risentimento che prova verso di lei. La maternità manipolatoria di Ellen contrasta con la maternità traumatizzata di Anne. Ellen è stata una donna distante e ricca di segreti che ha usato i figli per i suoi scopi, creando dinamiche tossiche trasmesse alle generazioni successive. Annie è sia una madre vittima che carnefice, manipolata dalla sua figura materna (che la spinge ad aver figli contro il suo desiderio) e diventando lei stessa veicolo della possessione demoniaca.
La maternità diventa trauma generazionale, portatrice di dinamiche abusive e malattie mentali, oltre che strumento di rafforzamento del potere maschile (e demoniaco). La femminilità in Hereditary viene completamente repressa e rifiutata. Le uniche possibilità che le vengono concesse sono come “contenitore” di un erede maschio e quindi come strumento per il compimento di un rituale demoniaco. Un culto di cui ha fatto parte la madre di Anne e che necessita di un corpo maschile come manifestazione del demone Paimon, l’Ottavo Re dell’Inferno. Un rito che limita l’agency femminile e la maternità al servizio di un “bene superiore”, che porterà inevitabilmente alla tragedia.