Monster Pabrik Rambu – Sleep No More il lungometraggio indonesiano di Edwin, presentato nel Concorso Internazionale durante la 76esima edizione di Berlinale rielabora gli archetipi dell’horror – possessione e presenze demoniache – intrecciandoli a un immaginario folkloristico asiatico e a una riflessione sul burnout, piaga globale che colpisce soprattutto il ceto proletario. Ambientato ai giorni d’oggi, il film costruisce una dimensione visionaria in cui orrore e grottesco convivono, talvolta sfiorando anche il registro ironico.
Ma sotto questa superficie si nasconde un nucleo profondamente politico: la deprivazione del sonno, l’astenia, la disanya e lo stress post traumatico diventano i veri demoni che abitano i corpi dei lavoratori.
La possessione non è altro che il punto di rottura di una condizione esistenziale estrema. Edwin fonde così esoterico ed essoterico, trasformando il soprannaturale in una chiave narrativa per raccontare l’alienazione contemporanea. Il male non arriva dall’esterno, ma nasce dentro un sistema che consuma e svuota l’individuo, fino a privarlo della propria identità.
It’s all about the hair: il corpo come materia produttiva
In una fabbrica degradante situata in una città non definita dell’Indonesia, dove si producono parrucche, manichini e protesi, il lavoro diventa una forma di reclusione. Gli operai vivono nello stesso spazio in cui lavorano, immersi in un sistema apparentemente regolato da assicurazioni e supporto psicologico, ma in realtà totalmente fittizio.
Gli incidenti sul lavoro si susseguono con inquietante frequenza, fino al suicidio di una donna che, stremata dalla mancanza di sonno, si getta in una vasca d’acido.
A dominare questo microcosmo è Maryati, la proprietaria, figura quasi oracolare che attraverso altoparlanti diffonde quotidianamente il mantra della produttività: il lavoro come unica via per una vita degna. Una voce costante, invasiva, che finisce per abitare la mente degli operai.
Il simbolismo dei capelli diventa allora centrale. Non solo materia prima, ma vero e proprio organismo vivente: una massa tentacolare che prende possesso dei corpi esausti. Il mostro si nutre della stanchezza e dell’insonnia, trasformando la forza lavoro in carne sacrificabile. In questa prospettiva, il corpo umano è ridotto a oggetto produttivo, mentre l’identità si dissolve in un flusso continuo di sfruttamento.
Visione e limiti: un horror imperfetto ma profondamente sincero
Nonostante la forza della premessa e un cast in linea con l’intensità richiesta dai personaggi, Monster Pabrik Rambu – Sleep No More inciampa in alcune scelte registiche.
L’approccio di Edwin, volutamente artigianale, costruisce immagini suggestive ma talvolta spezza la tensione, introducendo momenti involontariamente comici che indeboliscono l’impatto horror.
Eppure è proprio in questa ambivalenza che il film trova una sua identità.
Il grottesco si intreccia con il tragico, l’ironia con l’orrore, dando vita a un racconto instabile ma coerente nella sua visione. Non è un’opera perfetta, ma è un film che riesce a toccare, visto il tema, le corde emotive dello spettatore: un horror sociale che utilizza il linguaggio del genere per parlare di sfruttamento lavorativo, salute mentale e perdita di sé. Un incubo che, più che spaventare, inquieta perché profondamente reale.