Disponibile dal 4 febbraio su Disney+, la sesta stagione di What We Do in the Shadows segna la fine di una delle serie comedy più originali e amate degli ultimi anni. Nata come spin-off dell’omonimo film del 2014 diretto da Taika Waititi e Jemaine Clement, la serie FX chiude il suo percorso dopo sei stagioni, lasciando dietro di sé un’eredità fatta di ironia feroce, trovate metanarrative e personaggi diventati ormai iconici.
La serie mockumentary segue sempre i quattro vampiri di Staten Island, Nandor (Kayvan Novak), Laszlo (Matt Berry), Nadja (Natasia Demetriou) e Colin Robinson (Mark Prosch), alle prese con le vicissitudini del mondo umano, dopo aver abbandonato l’antico e mai troppo convinto piano di conquistare il mondo.
Il mockumentary: un modello vincente
Lo stile mockumentary è il vero cuore pulsante della serie. Il falso documentario che rompe costantemente la quarta parete e permette allo spettatore di entrare nell’intimità dei personaggi, osservandone manie, frustrazioni e assurdità con uno sguardo apparentemente neutro ma incredibilmente spietato.
Un linguaggio che, a partire da The Office, è diventato un vero e proprio marchio di qualità della serialità comedy statunitense di grande successo, passando per Modern Family, Parks and Recreation fino ad arrivare a Abbott Elementary. What We Do in the Shadows riesce però a distinguersi grazie all’incontro tra questo formato e l’horror, oggi poco rappresentato in televisione, fondendo sangue e ironia — due estremi apparentemente inconciliabili — e dando vita a un risultato sorprendentemente innovativo.
Scenografie, costumi e il piacere del dettaglio
Uno degli aspetti più riusciti della serie resta la cura maniacale per scenografie e costumi. Il maniero gotico dei vampiri, gli abiti d’epoca, gli interni decadenti: tutto è costruito con un’attenzione quasi ossessiva, in netto contrasto con il tono farsesco della narrazione.
È proprio questo scarto — tra estetica horror raffinata e comicità demenziale — a rendere la serie così efficace. Ogni inquadratura ricorda allo spettatore di essere davanti a qualcosa di volutamente sproporzionato, dove il sublime e il ridicolo convivono senza mai annullarsi.
Una stagione finale tra ambizione e dispersione
La sesta stagione si apre con una forte premessa: il ritorno di Jerry (Mike O’Brien), un ex coinquilino dimenticato in un sonno vampirico durato più del previsto. La sua riapparizione costringe il gruppo a fare i conti con il tempo passato e, soprattutto, con tutto ciò che non hanno realizzato. Da qui nasce una sorta di crisi di mezza non-vita, che spinge i protagonisti a cercare una nuova identità: Laszlo sperimenta con la creazione di un mostro alla Frankenstein, Nandor tenta un improbabile inserimento nel mondo del lavoro, Nadja esplora nuove forme di integrazione sociale, mentre Guillermo, tornato umano, prova a costruirsi una vita lontano dai vampiri.
Sulla carta, ci sono tutti gli elementi per un finale di grande effetto. Nella pratica, però, la stagione appare spesso dispersiva. Le sottotrame si moltiplicano, alcune vengono abbandonate senza una vera risoluzione, altre sembrano arrivare troppo tardi per avere un reale peso emotivo.
Il cuore della serie: i personaggi
Il limite principale di questa stagione finale è quello di aver separato troppo i suoi protagonisti. What We Do in the Shadowsha sempre funzionato grazie alla chimica del gruppo, al continuo rimbalzo comico tra personaggi profondamente disfunzionali ma inseparabili.
Vederli intraprendere percorsi individuali avrebbe potuto rappresentare una naturale evoluzione della storia, ma farlo solamente nell’ultima stagione rende il tutto meno incisivo. Come se la serie avesse scelto di cambiare pelle nel momento in cui avrebbe dovuto celebrare maggiormente il suo passato.
Un addio imperfetto ma sincero
Il finale, estremamente metacinematografico e consapevole del proprio ruolo, rifiuta volutamente qualsiasi chiusura solenne o strappalacrime. È una scelta coerente con lo spirito della serie, ma che lascia allo spettatore una sensazione agrodolce: molte risate ma anche la percezione di alcune occasioni mancate. What We Do in the Shadows resta comunque una delle comedy più brillanti dell’ultimo decennio. Un raro esempio di spin-off capace non solo di reggere il confronto con l’opera originale, ma di superarla per profondità e longevità.
Non è il finale perfetto che molti fan speravano, ma è un addio coerente con una serie che ha sempre preferito la battuta alla morale, l’assurdo alla catarsi. I vampiri di Staten Island se ne vanno senza grandi proclami, lasciando il pubblico con la sensazione di aver condiviso con loro qualcosa di unico. E come ogni buon mockumentary insegna, la verità — anche quando parla di vampiri immortali — è sempre più divertente quando viene raccontata con un sorriso storto e uno sguardo in camera.