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‘Innato’ – la serie Netflix: quello che hai dentro

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Innato è una serie televisiva spagnola di Netflix, creata da Fran Carballal ed Enrique Lojo, che sceglie fin da subito di non muoversi lungo i binari del thriller tradizionale. Non nasce da un’esigenza di intrattenimento, ma da una domanda precisa e scomoda:

il male che ci vive dentro, la “presenza oscura”, deriva da influenze esterne o nasce con noi?

La regia di Miguel P. Gilaberte e Alfonso Postigo accompagna questa riflessione con uno sguardo sobrio, trattenuto, mai sensazionalistico, mentre il cuore emotivo della serie è affidato a Elena Anaya (La pelle che abito di Almodòvar), nel ruolo di Sara, e a Imanol Arias, che interpreta Félix Garay, il padre, l’Assassino del Gasolio. Più che raccontare una catena di delitti, Innato osserva le conseguenze profonde e durature della psicopatia, trattandola non come un evento eccezionale, ma come una condizione che si insinua, si eredita, si adatta e si trasforma nel tempo.

Innato: Félix Garay e la psicopatia come origine

Félix Garay non è costruito come un “mostro” nel senso cinematografico del termine. Imanol Arias gli restituisce una calma disturbante: Félix è uno psicopatico nel senso clinico, privo di empatia, capace di simulare emozioni, lucido fino alla crudeltà. Eppure, a suo modo, ama la figlia. Lo si percepisce. Ma quella “parte oscura” prevale sempre sul suo comportamento, lui ne è perfettamente cosciente, e in parte anche vittima.

La serie non cerca mai di spiegarlo, né di assolverlo. Lo presenta così com’è: un’origine, un punto zero.
In Innato la psicopatia non è un incidente narrativo, ma una struttura. Qualcosa che organizza lo sguardo, i rapporti, i silenzi. Félix non domina solo attraverso la violenza, ma attraverso la presenza. Anche quando è assente, continua a esercitare influenza.

Sara: controllo, rimozione, razionalizzazione

Il personaggio di Sara è il vero fulcro della serie. Elena Anaya la interpreta come una donna che ha imparato a sopravvivere non eliminando l’oscurità, ma comprimendola. Da bambina cambia nome per non portare il peso di essere “la figlia dell’assassino del gasolio”. Da adulta costruisce una vita apparentemente normale: marito, figlio, professione. Ma questa normalità è una costruzione fragile, fondata sul controllo totale e su bugie necessarie a sopravvivere a una realtà troppo dura.

Sara mente per anni, non per impulsività ma per strategia. Studia, osserva, cerca di capire cosa si nasconde nella mente di uno psicopatico. Forse perché segnata dalla tragedia di avere un padre assassino o forse perché anche lei, figlia di suo padre, porta dentro lo stesso gene.

Il suo bisogno di occultare e controllare la rende a tratti inquietante: la sua psicopatia non è distruttiva come quella di Félix, ma funzionale. Lei riesce. Riesce a inserirsi nel mondo, a lavorare, ad amare a modo suo.
Eppure, per quanto mi riguarda, amare e mentire sono due cose che non possono coesistere. Ed è proprio questa capacità di adattamento a rendere Sara un personaggio profondamente ambiguo.

Oltre Dexter: il mito del controllo morale

Quando il paragone diventa concettuale

Il richiamo alla serie Dexter è inevitabile, ma va chiarito. Non per affinità di trama, bensì per una questione più profonda: l’idea che esistano individui consapevoli della propria deviazione, capaci di incanalarla dentro una struttura razionale.
In Dexter, la psicopatia nasce da un trauma infantile devastante, condiviso anche dal fratello: due esiti in parte diversi, legati dal bisogno di uccidere e un’unica ferita originaria. Anche lì il dubbio è sempre lo stesso: quanto di ciò che siamo è stato deciso prima di noi?

Come Dexter Morgan, anche Sara sembra vivere secondo un codice interiore che giustifica le proprie omissioni come necessarie. Ma Innato si distingue proprio nel rifiuto della mitologia del “giustiziere”. Qui non c’è redenzione, non c’è compensazione morale. Il controllo non salva nessuno, rimanda soltanto il momento della frattura.

Innato guarda la psicopatia senza trasformarla in un fenomeno da baraccone o in qualcosa di eccezionale. La tratta come una possibilità reale, umana. Non ti chiede di tifare per qualcuno, né di prendere posizione. Ti mette davanti ai fatti. E poi ti lascia lì, con il dubbio.

Il figlio e l’eredità che nessuno vorrebbe

La presenza del figlio di Sara è uno dei punti dolorosi della narrazione. All’inizio sembra quasi un ragazzo in cerca di attenzioni tra i suoi coetanei, con il bisogno costante di farsi notare: quelle battutine sugli incendi, sul fuoco, quel modo di evocare le gesta del nonno come se fossero solo provocazioni adolescenziali. Ti viene naturale pensarlo così. È solo un ragazzino che vuole sentirsi grande.

Poi però ci ripensi. E Innato ti costringe a farlo.

Perché non è solo imitazione. È una familiarità inquietante con certi temi, con quella violenza che non appare estranea e quel punto il dubbio si insinua: e se non fosse solo suggestione o curiosità adolescenziale?

Se fosse, appunto, innato.

Ed è qui che la serie diventa davvero spietata. Perché il figlio non è il carnefice consapevole, ma l’ultimo anello di una catena che non ha scelto. Come il nonno, ma in forma grezza. Come la madre, ma senza il filtro del controllo. Anche lui, forse, vittima della propria natura prima ancora che delle proprie azioni.

È questa sensazione a inquietare più di ogni omicidio: l’idea che qualcosa si sia trasmesso. Una sorta di eredità genetica del buio, che nessuno vorrebbe ricevere e che nessuno sa davvero come spezzare.

Il dubbio rimane, e te lo porti dentro

Innato non cerca di spaventare lo spettatore con il gesto estremo, né di sedurlo con il meccanismo del thriller. Il suo vero lavoro è più sottile e più scomodo: spostare lo sguardo. Ci costringe a osservare il male quando non esplode, ma quando si organizza e trova una forma abitabile.

La serie suggerisce che il confine tra chi controlla e chi perde il controllo non sia così netto come vorremmo credere. Félix incarna l’origine, Sara la rimozione razionale, il figlio la possibilità che tutto ritorni sotto un’altra forma. Nessuno di loro è solo colpevole o solo vittima. Tutti, in modi diversi, sono attraversati da qualcosa che li precede e continua a esercitare pressione.

Ed è qui che Innato diventa davvero disturbante: quando insinua l’idea che alcune eredità non si trasmettano solo attraverso l’educazione o il trauma, ma come predisposizioni silenziose.

Alla fine resti con una sensazione difficile da scrollarti di dosso. Non la paura del mostro, ma il dubbio.
E la domanda che Innato lascia sospesa, senza mai rispondere davvero, è la più inquietante di tutte:

se il male può essere innato, fino a che punto siamo davvero liberi di scegliere chi diventiamo?

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