Abbiamo avuto modo di intervistare Dante Cecchin, figura poliedrica nel panorama audiovisivo italiano e ospite dell’Industry Forum del Cactus Industry Forum, dove ha condotto il laboratorio “Talking Heads” focalizzato sulla costruzione dell’immagine in movimento e il rapporto tra tecnica e visione narrativa. Cecchin è regista, direttore della fotografia, inventore e tecnologista, con una carriera che attraversa cineasti di Hollywood e la scena internazionale, e una profonda attenzione per l’integrazione tra arte, innovazione e linguaggi visivi contemporanei. In questa intervista ci racconta la sua visione sulla professione creativa, l’esperienza al Forum, le competenze chiave per emergere nel settore audiovisivo e il ruolo che tecnologia e sperimentazione giocano nella produzione di immagini oggi.
L’insegnamento che porta oggi
Talking Heads: cos’è per Lei un laboratorio come quello che ha portato al Cactus Industry Forum e quale approccio ritiene più utile per chi si affaccia oggi alla professione audiovisual?
Uno dei argomenti che tratterò oggi è il prodigio dell’available lighting, il prodigio della luce disponibile, un esempio è un film che feci tempo fa che era Dopo Mezzanotte…
L’abbiamo girato praticamente quasi senza luce, se non usando la luce naturale, con delle piccole schiarite, semplicemente funzionali alla lettura dello sguardo del labiale degli attori. Questo è stato una delle avventure più importanti della mia vita È stata una bellissima esperienza, anche scandalosa per il mercato, perché il cinema ha delle carature produttive della serie: il direttore della fotografia è quotato in base ai kilowatt del camion che carica di attrezzatura. E da lì portai avanti per sempre questa idea di cinema con pochissima illuminazione, o meglio, sfruttare il buon Dio, perché alla fine il sole sorge ogni mattina ed è prevedibile. Questo non è un protocollo di produzione, è un adattarsi, e questo vuol dire che tu spiritualmente sei in connessione con tutto questo.
Ecco, l’altro argomento che tocco invece è The Art of Camera Blocking.
In sintesi di cosa parlo: Tu sei l’occhio di chi va al cinema o guarda davanti alla televisione cosa succede. Se tu sei bravo a muovere quell’occhio, che in realtà non è un occhio, è la portanza dello spettatore dentro lo schermo…Il camera blocking è un’attività cinematica che è ipnotica, è travolgente, ti guida dentro, ti porta dentro. Non è solo l’attore che recita, è come io gli vado dentro. Puoi avvicinarti, allontanarti, girargli attorno, esplorare lo spazio, svelare gli ambienti per questo la messa in scena degli attori deve essere coordinata con la cinematica, è un pò come l’esca del pesce, lo agganci, e questo si chiama drive. Tu guidi l’emotività e lo sguardo attraverso i movimenti di camera

Dante Cecchin al Cactus Industry Forum
Da Hollywood a Torino
La sua carriera si è svolta tra set di Hollywood e progetti innovativi con grandi marchi e autori italiani. In che modo questa esperienza internazionale ha influenzato il suo modo di lavorare con immagini e linguaggi narrativi, e come la trasferisce ai giovani creativi?
Guarda quello che posso dirti è che in realtà, in America soprattutto, il regista e il D.O.P. sono una macchina da guerra unica. Cioè hanno una complicità che non immagini. per farti un esempio di questa complicità potente che ho visto qui è stata fra Bernardo Bertolucci e Vittorio Storaro. Tant’è che quando si sono separati non hanno fatto entrambi più il cinema che facevano prima. Perché Storaro si esaltava con Bertolucci e Bertolucci si esaltava con Storaro.
E come marito e la moglie fanno un bambino. Questa era la storia del cinema. Devi procreare in qualche modo quando fai un film. In America, raramente a chi scrive il film lo fanno girare, perché è troppo innamorato del testo e non riesce a fare il film. Quando scrivi, se non conosci la cinematica, rischi di scrivere un film che non si muove. Quello che posso dire è che le sceneggiature, diciamo, americane, c’è il foglio che si apre su ogni pagina, così note di regia: si rientra rapido, si gira di colpo, la macchina arretra, scopre tutti. Tutte queste piccole cose sono parte del testo, nel senso che è nel progetto.
Noi abbiamo un’idea quasi romantica di chi scrive sceneggiatura, poi regista con la sciarpa ma c’è altro. C’è il fare.
Ed io sono un artigiano fondamentalmente.
A.I.: speranza per il futuro o ombra dell’incompetenza?
In un’epoca in cui tecnologie come l’intelligenza artificiale, la robotica e nuovi strumenti visivi stanno ridefinendo il concetto di produzione, quali competenze tecniche e creative ritiene più importanti per un filmmaker o un direttore della fotografia al fine di sopravvivere al grande cambio di paradigma?
Delle nuove tecnologie si può parlare bene e male, dipende da dove le guardi intanto. Io dico che io sono più legato alla creatività dell’anima e non quello della macchina. E questo rimane.
L’intelligenza artificiale si; serve per realizzare cose altrimenti impossibili, che ben venga. Se deve diventare l’escamotage…Ti dico solo una cosa, ti cito solo un esempio. Quando arrivò il digitale nel cinema, che doveva aiutare a fare più cose grandi, è diventato qualcosa per spendere solo meno.
E si è impoverito tutto. E io temo che l’intelligenza artificiale impoverirà tutto. La tecnologia è meravigliosa per crescere ma anche per scomparire.
Prima c’era un rapporto pensiero-azione unico. Al mondo quello che fa oggi se tu non sai usare le mani o formare l’argilla che cazzo vai a disegnare col computer ti perderai e basta hai capito? è l’esperienza con la realtà che serve, basta il pensiero e il monitor è pericolosissimo, è diventato tutto sterile abbiamo toccato la sterilità formale, eravamo artigiani che hanno imparato a disegnare e non disegnatori che non sanno fare gli artigiani.
Sa l’uomo farlo.

Dante Cecchin al Cactus Industry Forum
Il racconto di una metropoli poliedrica in un singolo frame
Come è riuscito nell’impresa di far apparire Torino come una città sospesa nel tempo?
Chi vede da fuori vede sempre meglio quello che gli altri, vivendo dentro, non vedono più. Io vivo sul lago di Como e conosco più il lago di Como dei loro abitanti stessi, perché io lo guardo con occhi incantati. E Torino l’ho guardata con occhi incantati.
E quello si sente, ma è sempre dell’anima sta roba. Io ero affascinato da Torino. Era una Parigi però era un po’ Madrid.
È una città che mi evocava scenari di grandezza. Nessuna città italiana mi ha dato la grandezza di Torino.
C’era qualcosa di potente in quella città. Mi è piaciuto molto girare lì.
Torino è stata una piazza per me molto carica.
Uno sguardo al passato, con sentimento
Qual è il fotogramma del film del quale va più orgoglioso attualmente e cosa rappresenta per lei?
Avrei una sequenza ma non vorrei dirla perché non è di un film.
Stavo girando una sequenza sulla costruzione del passante di Mestre e c’era un gruppo di politici che parlavano di una costruzione attraverso dei macchinari. Io interpretai la scena come se fossero dei mafiosi armati ho visto la scena per cui c’è, poi l’ho rallentata un po’, gli ho messo della musica un po’ equivoca. Sono tutti finiti in carcere quelli lì…Era come un sesto senso Ricorda che il cinema è fondamentalmente veggenza, se non preveggenza.
Per cui in qualche modo anche oggi racconterò un po’ questa parte; della parte esoterica che devi un po’ staccarti da terra per fare il cinema se no non ce la fai assolutamente se sei coerente con la civiltà quotidiana sei perdente devi lasciarti portare via; se non soffri non crei. Non è masochismo, è la volontà stessa dell’arte. Il turbamento è necessario perché ti fa vedere mille sfaccettature della stessa scena.